Ancora scandali. Il calcio è malato, un’industria dominata dal cinismo

“Il calcio italiano è malato. Lo si ripete ormai da tempo immemorabile tant’è che è diventato un luogo comune che finisce per edulcorare la gravità del problema.

Le società comprano e vendono partite, usano truccare impunemente i bilanci ma tutti fingono di non vedere. Ciò produce l’effetto di occultare la portata del fenomeno che non è certamente da circoscrivere al dissesto di qualche società. Le cause da cui ha tratto origine questa pericolosa deriva sono molteplici: lo strapotere dei procuratori che ha ingigantito a dismisura il potere contrattuale dei calciatori, l’illusorietà degli introiti pubblicitari, la demagogia di taluni presidenti inclini a lusingare la tifoseria con acquisti roboanti, la commistione tra sport e affari personali dei dirigenti su cui la magistratura non ha mai fatto luce, una concezione deviante delle società di calcio come aziende che hanno lo scopo lucrativo come finalità solo immaginaria.

La crisi che sta attraversando il calcio non è un fugace raffreddore di stagione ma è un pericoloso cancro le cui metastasi si sono estese al calcio dilettantistico. Occorre intervenire risolutamente affinché si possa evitarne il decesso. Ciascuno dovrebbe fare responsabilmente la sua parte e, con un pizzico di onestà intellettuale, dovrebbe fare autocritica per evitare che scatti, come riflesso condizionato, l’equazione “tutti colpevoli, tutti assolti” (questo è il teorema Moggi).  

In questo giro di vite anche la stampa sportiva dovrebbe assumersi le sue responsabilità. Il tracollo economico del calcio affonda le radici anche in questa abnorme elefantiasi dell’intero sistema che la stampa ha alimentato gonfiando ad usura avvenimenti marginali, personaggi di basso profilo, fenomeni irrilevanti. Quante volte è accaduto che un brocco sia diventato improvvisamente campione solo perché il procuratore vanta l’amicizia di qualche giornalista prezzolato e compiacente; quante volte un giornalista ha stilato le pagelle post-partita obbedendo alle sue frequentazioni o, peggio, ai suggerimenti di dirigenti e procuratori. Malgrado la prevedibile accusa di moralismo, riteniamo che la chiamata di correità della stampa sia necessaria.

Gli stipendi immorali che riscontriamo nel calcio sono la conseguenza della popolarità, spesso immeritata, regalata dalla stampa a tanti calciatori mediocri. Sono tanti i procuratori abili nello speculare su un brandello di popolarità del proprio assistito. Per i motivi sopracitati non si può derubricare le colpe del giornalismo a fatto marginale. Gli stessi episodi di violenza che si verificano negli stadi sono l’esito di una sistematica drammatizzazione dell’evento agonistico che finisce per assecondare gli istinti più abietti dei tifosi. E’ grottesco assistere a tante trasmissioni sportive che, dopo aver alimentato polemiche pretestuose sul Nulla, con incredibile improntitudine alla domenica sera usano deplorare i facinorosi degli stadi. Assistiamo, pressocchè quotidianamente, a delle trasmissioni-farsa in cui ci sono giornalisti che durante la settimana si comportano da incendiari per poi trasformarsi prodigiosamente in pompieri alla domenica sera. La bellezza del calcio viene in questo modo svilita da una cultura sportiva che in Italia risulta del tutto inesistente.

Non abbiamo la cultura della sconfitta (ha ragione Sacchi), non abbiamo la lealtà di ammettere la superiorità dell’avversario che rappresenta un esempio per migliorarsi e non l’occasione per fare del vittimismo. Quando un sistema entra in crisi le cause sono sempre molteplici. Possiamo ben dire che la crisi del calcio è, innanzitutto, di naturale culturale, poi di natura finanziaria. C’è qualcosa che non va, nel nostro paese, e non risale ad oggi. Basti pensare alla memorabile frase di Churchill che è sempre attuale: gli italiani considerano una guerra come una partita di calcio e una partita di calcio come una guerra. Siamo davvero un popolo destinato a non crescere mai.

Avv. Antonio Dostuni

Esperto di Diritto Civile e Commerciale