C’è un giudice a Palermo!!

Palermo- “Ci sarà  pure un giudice a Berlino”, diceva il mugnaio di Potsdam  nel ‘ 700, opponendosi al sopruso di un nobile. A Berlino il brav’uomo ebbe giustizia.

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È stata questa la locuzione con cui un arzillo signore, sul social network facebook,ha salutato l’accoglimento da parte del GUP Piergiorgio Morosini della costituzione di parte civile del Movimento Agende Rosse. Un riferimento letterario forse un po’ troppo azzardato, rapportato alla vicenda  processuale alla quale si riferisce: la trattativa stato mafia, il cui processo, si è aperto il 29 ottobre a Palermo.

Se proprio vogliamo scomodare Bertold Brecht, possiamo dire che a Palermo c’è un giudice coraggioso, che sta aprendo varchi di luce in una vicenda oscura e sta regalando un  briciolo di speranza a chi, a seguito di quelle stragi frutto di una scellerata trattativa, ha perso i suoi affetti. Una vicenda processuale sui generis, sia dal punto di vista soggettivo, ovvero i dodici imputati, sia dal punto di vista oggettivo, il fatto di reato.

Lo stato, ovvero la magistratura che per vent’anni ha svolto delicate indagini, processa la ragione di Stato. Uomini che rappresentavano il volto pulito delle istituzioni scesi a patti sconsiderati con membri di Cosa Nostra, nel vano e sporco tentativo di chiudere definitivamente la scia stragista aperta per volere di Totò Riina,  uno dei dodici imputati, pluriergastolano , capo della feroce e sanguinaria cosca dei corleonesi. Seduti al banco degli imputati, fianco a fianco:  una immagine che nessuno vorrebbe mai vedere. Chi ama lo Stato e le sue Istituzioni, chi è dotato di una forte coscienza civica, non accetterebbe mai una commistione di questo genere.

Paolo Borsellino, prima della sua morte, ebbe ad affermare che il nodo del rapporto tra stato e mafia è essenzialmente politico. Dando una dritta a quanti dopo di lui avrebbero portato avanti il lavoro che lui non fece in tempo a completare. Oggi, dopo la sua morte, un gruppo di coraggiosi magistrati non ha avuto timore, continuando a lavorare e dimostrando di essere loro, il volto pulito di questa Italia. Chi a  Caltanissetta per fare luce sulla morte di Paolo Borsellino, chi a Palermo, per scoprire quali fossero i nodi, i fili sottili ed invisibili che legavano lo Stato alla mafia.

Proprio questo processo, ancora nella fase di udienza preliminare, è il primo ad essere stato istruito per accertare l’esistenza di una trattativa tra stato e mafia, nonostante la sentenza della Corte d’assise di Firenze sulle stragi del 93 abbia accertato che “una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia“. Questa sentenza, definiva in primo grado il processo sulla strage di Via dei Georgofoli e condannava Francesco Tagliavia per concorso nelle stragi del 93. I PM di Palermo, nella memoria depositata il 5 novembre, hanno richiamato questo passo della sentenza per dimostrare come già l’autorità giudiziaria, accanto alla vicenda giuridica sulla quale venne chiamata a pronunciarsi, acclarò che quella strage si inseriva nell’ambito di un disegno criminoso che poteva essere fermato solo se fosse intervenuto lo Stato.

Il reato per cui i dodici imputati saranno processati, è quello di minaccia a corpo politico aggravato dalla finalità mafiosa. “Non esiste il reato di trattativa” hanno tuonato alcuni esponenti della nostra politica, sostenendo che la ricostruzione giuridica, prospettata dal pool coordinato dal Procuratore Aggiunto Antonio Ingroia, fosse un vero flop e si incentrasse sul semplice “trattare”. Molti dei giornalisti che hanno cercato di screditare il lavoro di questo magistrato e del suo pool prospettavano goliardicamente una riforma ad hoc del codice penale, in occasione di questo processo, per inserire questo nuovo e sui generis reato. Ma i PM nella memoria depositata il 5 novembre, hanno spiegato che non sussiste condotta criminosa se tra due soggetti intercorre una trattativa. Il reato, qui, è di “semplice minaccia” ma assume connotati potenzialmente più gravi se rapportati alle figure istituzionali e se è aggravata, come asserito dagli inquirenti, dalla finalità mafiosa.

Orbene. Il processo di Palermo, vituperato dalle istituzioni e dalla stampa faziosa, se giungerà a sentenza, aprirà squarci di verità che modificheranno molto la nostra storia politica e giudiziaria. Il timore dei nostri politici è che per tramite di esso, possano scoprirsi verità inconfessabili, che faranno crollare quelle certezze che hanno reso possibile i governi alternatisi, dal crollo della Prima Repubblica fino alla attuale e morente Seconda Repubblica. Ma questa volta, non dovrà essere solo una questione da risolvere nei palazzi di giustizia. Questa volta, il processo sulla trattativa deve varcare i confini siculi e diventare una questione nazionale. A Palermo, si sta cominciando a vincere una battaglia. Ma la guerra vera, quella che dovrà neutralizzare le mafie e farle desistere dal diventare interlocutori della politica, deve essere vinta nei palazzi delle istituzioni attraverso le leggi i provvedimenti che diano strumentari più efficaci ai magistrati. Insomma. Questo processo deve essere solo l’inizio.

Le prospettive devono cambiare ma soprattutto deve cambiare il modo di agire, di fare politica qui in Italia. Quando Antonio Ingroia, dal palco della Versiliana in occasione della festa del Fatto, ha esortato gli italiani a cambiare la classe dirigente ha palesato il pensiero espresso da Paolo Borsellino, ovvero che la vera rivoluzione si fa nelle cabine elettorali. Dobbiamo pretendere una classe dirigente pulita ed onesta, che possa realmente realizzare un interesse della collettività non quello delle cosche. In altre parole deve finire questo rapporto perverso che lega politica e mafia nel nostro paese. E i primi fautori dobbiamo essere noi, con la nostra voglia di cambiamento e il nostro coraggio.

E allora, senza esitazioni o enfasi di sorta,potremmo dire che c’è stato un giudice a Palermo quando vedremo cristallizzate in un dispositivo di sentenza le responsabilità penali di coloro che rappresentano le istituzioni; non anche le responsabilità storiche. Quelle si scriveranno successivamente, quando le generazioni avranno appreso di questa scellerata trattativa  e si sarà cominciato ad operare un distinguo tra chi ha servito davvero lo Stato e per esso ha donato la vita e chi invece ha servito lo Stato ma per fare le ragioni di un potere occulto e che non perdona.