Da Napolitano a Berlusconi. E’ questa l’Italia che avanza?

Lecce – Un fine settimana epico, potrebbe definirsi quello appena trascorso. E questa settimana, porta con se il profumo della novità e sopratutto forti stimoli di cambiamento. Da una parte, abbiamo Il nuovo che si affaccia alla gestione della cosa pubblica, un “neofita” dei palazzi di potere, un po’ “attempato” ma aiutato da continui lifting; dall’altra nuovi visi e nuove speranze.

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Ma torniamo al neofita della politica: Silvio Berlusconi torna, per la sesta volta, a candidarsi premier. La notizia ha mandato nel delirio un paese intero: chiariamoci, non in un delirio giulivo e festante ma lo ha fatto sprofondare nell’anticamera della crisi. Morale ed istituzionale. Alla notizia della ennesima discesa in campo del fondatore del PDL l’Italia è un paese che si ritrova a fare i conti con il passato e che si ritrova catapultato di nuovo indietro di cinque anni. Un paese che teme la reazione dei mercati e che non si è ancora del tutto liberato dalla crisi finanziaria ed internazionale. Non fa bene all’Italia  Silvio Berlusconi. Secondo i più farà sprofondare il paese nel timore del cambiamento e lo riporterà a diventare succube delle istanze di un demagoga senza scrupoli. Uno dei tanti che utilizza la politica per i propri fini personali e che non si occupa della gestione della res publica per il bene della collettività.

In poche ore l’Italia ha dovuto fare i conti non solo con questo annuncio ma anche con l’improvviso comunicato stampa della Consulta che ha bacchettato la Procura di Palermo e che consacra una presunta inviolabilità del capo dello stato, forse inserendo ex novo e senza il rispetto delle procedure di modifica del testo costituzionale un nuovo articolo che riecheggiando l’articolo 4 dello Statuto Albertino, dichiara che la persona del capo dello stato è sacra ed inviolabile. Un po’ come lo era il re. Solo che Napolitano non è un Re. Il comunicato stampa è stato abbastanza chiaro. Ma per discettare giuridicamente sulla reale presa di posizione della consulta occorrerà attendere gennaio, mese in cui verranno pubblicate le motivazioni. Attualmente possiamo solo azzardare, in punta di diritto, alcune previsioni, tenendo presente che la materia delle intercettazioni presenta importanti lacune che si spera vengano al più presto colmate con una profonda novella.

Le intercettazioni costituiscono un mezzo di ricerca della prova tra i più importanti fra quelli previsti nel Codice Vassalli, il nostro codice di rito penale e che deve porsi a presidio di alcuni importanti valori costituzionali quali “la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione” come afferma una sentenza della Corte Costituzionale del 1993. Per la intrinseca delicatezza che porta con sè questo importante strumento investigativo, la legge prevede una doppia riserva. Ovvero, che vengano disposte soltanto in relazione ai reati previsti dalla legge e che ci sia un giudice terzo ad autorizzarne l’utilizzo su richiesta del PM:  quella che in gergo giuridico viene definita riserva di legge e riserva di giurisdizione.

Ma veniamo al caso di specie. Il Quirinale il 16 luglio, tre giorni prima delle celebrazioni del ventennale della strage in cui perse la vita Paolo Borsellino, solleva conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale “avverso la decisione della procura della Repubblica di Palermo di valutare la rilevanza di conversazioni del Presidente della Repubblica e di mantenerle agli atti del procedimento penale, perché nel contraddittorio tra le parti, fossero successivamente sottoposte alle determinazioni del giudice ai fini della loro eventuale acquisizione”. In sostanza ciò che chiede il capo dello stato alla corte è che non venissero acquisite le conversazioni telefoniche intercorse con Mancino. La procura nel corso dell’indagine ha messo sotto controllo i telefoni degli indagati, per evitare che ci fosse il rischio che le versioni venissero concordate. Si suppone che, durante lo svolgimento dell’indagine preliminare, Mancino abbia telefonato al Colle, per discutere della questione processuale che lo vedeva coinvolto e per cercare un “aiuto” dal capo dello stato. Telefonata che è entrata a far parte dei brogliacci della PG che per conto del pool coordinato dall’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia , stava svolgendo l’attività probatoria.

Immediata è stata la reazione del Quirinale che ha chiesto che tali intercettazioni non venissero rese pubbliche, perché Napolitano non poteva essere coinvolto all’interno di questo procedimento poiché secondo la Costituzione egli è irresponsabile degli atti commessi nell’esercizio delle sue funzioni e può essere sottoposto a procedimento penale solo nei casi previsti dalla Carta stessa, ovvero attentato e alto tradimento: in questi casi viene posto in stato d’accusa dal parlamento in seduta comune e giudicato dalla Corte Costituzionale.  Ma come mai, Napolitano questa volta ha avvertito l’esigenza di dover ricorrere alla Consulta al fine di preservare se stesso e la sua funzione? Non è la prima volta che il nostro presidente della Repubblica viene intercettato. Un altro precedente, si è registrato in occasione delle indagini sul terremoto dell’Aquila, quando Bertolaso telefonò al Quirinale e si intrattenne in una conversazione con Napolitano, conversazione registrata e ascoltata ma nessun conflitto di attribuzione con la procura competente ad indagare è stato sollevato.

Questa volta a quanto pare il danno c’era e andava insabbiato. Perché in tutte le brutte storie che si rispettino, le malefatte non devono essere scoperte e i cattivi in un certo qual modo devono essere lasciati in pace affinché possano agire nell’ombra  Indisturbati. E se ciò significa porre fine al processo più grande dopo il maxi del 1988 , il gioco è fatto. Lo sappiamo lo abbiamo sempre saputo.  E poco importa che un magistrato, in preda alla rabbia dichiari che si tratta di una sentenza politica. No, non basta. Perché quelle parole provocano lo sdegno dello stesso ordine giudiziario tanto da lasciarlo solo, per l’ennesima volta. Il silenzio e l’isolamento uccidono, Falcone docet. Non saranno certo  le latitudini guatemalteche a tenerlo lontano dalle polemiche.

Questa volta occorre di più. È necessario l’inizio di qualcosa che si chiama “rivoluzione civile” , è necessario che la gente ricominci senza paure e senza tentennamenti. Perché dobbiamo davvero osare il cambiamento. Se dobbiamo schierarci lo dobbiamo fare con chi sta dalla parte della Costituzione e se ci diranno che siamo degli eversivi, sentiamoci onorati di esserlo. Perché in questo sta l’essenza del bene. Credo che oggi, sentirsi partigiani della Costituzione assume un significato importante. Significa adempiere ad un dovere di civiltà verso la nostra società e verso quella carta. Verso quei valori che albergano nei cuori di chi indossa la toga e sceglie di amministrare la giustizia. L’Italia ha una chance di cambiamento.  Stavolta non può e non deve sbagliare. È ora per tutti noi di aprire il libro dei sogni e sperare. Cominciare a scrivere il nostro destino. Mettere da parte le macerie e ricostruire. Chiudere questo capitolo di episodi bui. Questa volta abbiamo esempi da cui ripartire e speranze che hanno nomi e cognomi.

Da qualche parte, ho letto una frase. Mi è piaciuta subito perché mi ha fatto subito pensare al momento che stiamo vivendo. Recita così: “Per portare avanti nella storia la nostra civiltà, abbiamo bisogno di una spinta da parte della civiltà stessa, perché ora è ferma, invece di fare storia, stiamo scrivendo il fallimento della nostra era.” Ecco, credo che ci siano tutti i presupposti per questa spinta che partendo dal basso potrà cominciare  a scrivere questa nuova era.

Dobbiamo solo crederci e cominciare da adesso a farlo.