Ingroia. La “rivoluzione mancata” in un Paese alla deriva

pa_banner

PALERMO – “Grazie a tutti. La nostra rivoluzione civile non si ferma qui…” ha cinguettato così, questa mattina, su twitter, Antonio Ingroia. Un messaggio consegnato ai suoi followers, che per tutta la durata della campagna elettorale non hanno fatto mancare sostegno e vicinanza al magistrato palermitano in aspettativa e incaricato dall’ONU di dirigere un unità investigativa per contrastare il narcotraffico.

Le speranza di una parte buona della società civile, che erano risposte in questa lista che partiva da un progetto di rinascita politica avvincente e di grande levatura, sono state spazzate via da un deludente risultato elettorale che di fatto, impedisce alla lista di Ingroia di entrare alla Camera dei deputati e al Senato. E così, come spesso accade in questi casi, le ultime ore sono tutte caratterizzate da un interrogativo di fondo: di chi è la colpa di questo disastro?

Intanto, i fatti. Rivoluzione Civile si è imposta nel panorama politico italiano da due mesi circa. Nasce dall’unione di alcuni partiti politici di vecchia data ma che non avevano avuto un ruolo definito nella dialettica politica italiana degli ultimi tempi: Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani e Verdi. A loro, va aggiunta Italia dei Valori che invece si è guadagnato il ruolo di partito di opposizione assieme alla Lega nell’ultimo anno di governo tecnico targato Mario Monti. In tutto questo “vecchio”, Antonio Ingroia doveva incarnare il nuovo, doveva rappresentare l’anima che trascina la società civile nei palazzi del potere, per far si che le idee di giustizia e legalità, di pulizia e moralità, sostituissero una classe dirigente ormai logorata.

Ma così non è stato. Quel 2% ha spazzato via qualunque probabilità di rinnovamento e la Rivoluzione che tutti auspicavamo di fatto non è partita. Colpa di un piano di comunicazione assurdo quanto approssimato, di una squadra che non c’era, di tempi ferratissimi che, di fatto, hanno costretto Ingroia a toccare anche più regioni nello stesso giorno. O forse una non equilibrata distribuzione del messaggio elettorale?. Chissà. Il tempo dei mea culpa è tempo perso.

Ciò che serve, invece, è far ripartire un progetto che resta valido ma che, evidentemente, deve poggiare su basi diverse. Ad esempio, aprendo ai giovani ma anche a quella società civile che sente la politica lontana e che in questa fase si è affidata alla demagogia dei “cinque stelle”.

I giovani chiedono spazi ma devono anche essere trainati in questa avventura, perché se l’Italia deve davvero ripartire deve farlo con loro; con menti fresche e genuine accompagnate da una guida sicura. Ecco perché Antonio Ingroia non deve abbandonare il progetto ma deve guidarlo attorniandosi, però, soltanto di persone che abbiano esclusivamente a cuore le sorti di un paese “alla deriva”. Non si fa strada altrimenti.

Il dato politico che emerge e prende corpo, invece, dopo questa noiosa tornata elettorale è che nel nostro Paese è sempre più evidente il divario tra la rappresentanza politica e la società civile. Un divario che può essere anche interpretato come un rifiuto del cittadino all’attuale dirigenza politica. Ecco. E’ proprio in questa prospettiva di rifiuto che noi tutti dovremmo interrogarci per comprendere i motivi della schiacciante vittoria di Grillo. Certo Grillo ha saputo comunicare tanto e meglio di chiunque altro ma perché un cittadino sceglie di affidarsi alla politica fatta da un comico e non alle forze già esistenti e ben consolidate?

E arriviamo al cuore del problema. Già perché questo questo voto se da un lato può essere letto come un voto di disperazione, dall’altro fotografa la reale condizione di un Paese che vive il suo più alto momento di confusione sociale e morale. Un momento delicato in cui Rivoluzione Civile non è stata capace di “leggere” il Paese reale e, come ha detto Ingroia ieri, “è arrivata ai cuori di poche persone“.

Ecco. E’ da questo che bisognerebbe ripartire, senza zavorre. Liberamente, senza imposizioni dall’alto ascoltando la gente, proponendo soluzioni concrete ai problemi. Via le “antiche” logiche di partito. Il nostro futuro è una incognita che non ci permette più di difettare nelle rappresentanze.

Ma non è tutto. L’Italia che chiede a gran voce di cambiare, non è ancora del tutto pronta al cambiamento radicale.

Amo sempre dire che il cambiamento e le Rivoluzioni impongono una forte dose di coraggio e una profonda riflessione sugli errori commessi. Probabilmente questa Italia non potrà mai operare questa riflessione, perché di fatto non ha il coraggio. Se continueremo a perseguire questa strada, coccolandoci sulle soluzioni di ripiego o peggio ancora tornando a compiere gli stessi errori, non potremmo mai definirci paese sulla scia della liberazione.

A quanti mi fanno notare che la paura informa i comportamenti e le scelte della società civile rispondo con le parole dette da Ingroia, giovedì 21 febbraio in occasione della chiusura della campagna elettorale. “Io non ho paura perché voi non avete paura. Noi, rivoluzionari, non abbiamo paura perché siamo tanti e andremo avanti sino in fondo contro i mafiosi, i complici dei mafiosi, i corrotti, i grandi evasori fiscali, i partiti della casta, le banche della cricca, i padroni come Marchionne, le industrie degli armamenti. Perché noi siamo per la verità, per la giustizia, per l’eguaglianza, per i diritti dei senza diritto, per restituire il potere ai senza potere. Contro l’Italia dei disastri ma per vincere questa battaglia dobbiamo fare una rivoluzione. La rivoluzione dei cittadini onesti.”