Se qualcuno “apriscatola” i pentastellati

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ROMA – “Questo movimento per cui ho votato non mi rappresenta più”. Recitava così il più apprezzato dei commenti all’ultimo articolo inserito da Beppe Grillo sul suo sito. Commento che, come altri ritenuti parimenti contrari, è stato censurato. Cancellato dall’amministratore del sito perché in opposizione con il pensiero del capo del Movimento Cinque Stelle (almeno, questa è l’accusa).

Che il movimento fondato dall’ex comico genovese e da questi brillantemente condotto in Parlamento attraverso una campagna elettorale tanto nuova quanto efficace, fosse in difficoltà, è ormai chiaro da alcuni giorni. Il voto dei presidenti delle assemblee di Camera e Senato ha soltanto ulteriormente palesato una diversità di vedute tra i molti eletti che nasce dall’interno. Dal profondo.

Certo, tutti gli eletti del M5S hanno in comune qualcosa che non è da sottovalutare, tutt’altro: voglia di trasparenza, voglia di onestà, voglia di cambiare il modo di fare politica attraverso il confronto continuo con gli elettori, dei quali si definiscono “portavoce”. Tuttavia, ad una pur incompleta disamina ex post, un dato emerge in maniera lampante. La mancanza di un comune retroterra politico. Fungere da “raccoglitore” e amplificatore di istanze (nobili e giuste) frutto di generalizzato malcontento e di crescente esasperazione, è un’azione che può prescindere (come infatti è stato) dall’ideale politico. E difatti, le analisi post-elettorali relative ai travasi di voti da una parte all’altra hanno evidenziato la larghissima eterogeneità del M5S.

Giungere in Parlamento per “aprirlo come una scatoletta di tonno” era un’eventualità che molti auspicavano, anche tra chi nell’urna non ha dato il proprio consenso ai grillini. Tuttavia, passata la sbornia elettorale e varcata la soglia di Montecitorio e di Palazzo Madama, tutto questo sembra essere diventato quasi secondario. Al primo posto, infatti, è arrivata una inevitabile necessità di trovarsi su posizioni politiche comuni. Come accennato, questa rischia di diventare una non-caratteristica del M5S: i siciliani che non vogliono Schifani e votano Grasso “perché altrimenti quando torniamo in Sicilia ci fanno il mazzo”, evidenziano una sostanziale assenza di un “comune sentire” che li porti ad agire tutti alla stessa maniera.

Ed evidentemente non basta, in questo senso, l’istrione e grande comunicatore che dalla sua pagina cerca di dettare la linea, finendo per trasformarsi in “orco malefico” se qualcosa non va come egli aveva illustrato. L’evidente mancanza di una comune piattaforma di ideali (ci ripetiamo: oltre a quelli di onestà e trasparenza politica) e di una comune esperienza politica che abbia formato le sensibilità di ognuno, può diventare il vero punto debole dei pentastellati.

Perché, per citare qualcuno, “a fare a gara a fare gli apriscatola, trovi sempre uno più apriscatolo che ti apriscatola”.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.