Legalità e giustizia: un occupazione alla portata di tutti.

 

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Quando si parla di giustizia e legalità, sono tante le emozioni che subito si impadroniscono della mente di ognuno. Sono valori imprescindibili per operare correttamente nella vita di ogni giorno; sono valori che hanno caratterizzato la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per una studentessa di giurisprudenza, inoltre, trattare queste tematiche significa esaminare ogni giorno la propria coscienza e confermare scelte importanti.

 

 

Oggi, nella attuale società in cui viviamo, discorrere di giustizia e legalità sembra sia divenuto una occupazione alla portata di tutti. Basta scrivere i nomi di chi ha lottato seriamente contro la mafia, pubblicare una foto, partecipare ad una manifestazione che il più delle volte serve a celebrare l’ego di chi l’ha organizzata. Bisogna, invece, dedicarsi ad essi con spirito di profonda dedizione senza mai dimenticare che la profondità dei pensieri proviene da chi oggi non c’è più. Ed è per questo che a volte serve scrivere di giustizia e legalità: perché la memoria degli onesti deve essere conservata e perpetuata fino in fondo.

Giovedì è stata una giornata molto importante per la Procura di Palermo. Una giornata che ha portato un po’ di serenità in una città martoriata e distrutta negli anni dalla mafia. Una città che ha visto perdere i suoi migliori figli, le sue migliori menti, le sue speranze. Un gruppo di magistrati, hanno avuto il coraggio dei grandi eroi: solo che loro, non si sentono eroi ma uomini comuni. Uomini che hanno svolto un lavoro importante ma apparentemente impossibile. Sconfiggere la mafia, applicando la legge.

Giovedì 7 marzo il GUP Piergiorgio Morosini ha disposto il rinvio a giudizio per tutti e dieci gli imputati nel processo sulla trattativa stato mafia. Per gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, per i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonio Cinà, per il pentito Giovanni Brusca e per Dell’Utri l’accusa è violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Massimo Ciancimino è accusato di calunnia e concorso in associazione mafiosa, mentre Nicola Mancino di falsa testimonianza. Un processo che senza presunzione alcuna, può definirsi storico per via della commistione fra imputati: mafia e stato, saranno seduti dalla stessa parte. E lo Stato quello vero, rappresentato dai coraggiosi magistrati di Palermo, sarà chiamato a giudicarli.

Il dibattimento avrà inizio il 27 maggio. Si scardineranno luoghi comuni, si conosceranno nuove ed eclatanti verità ma una cosa è certa: si farà luce sulle verità che hanno portato l’estate del 92/93 a sporcarsi di sangue. Sui tanti misteri che avvolgono la nostra storia e che tengono avvinte le istituzioni della politica. A dimostrazione del fatto che, le parole di Paolo Borsellino, sono più attuali che mai: il nodo della lotta alla mafia è essenzialmente politico.

Qui in questo crocevia di interessi si celano i misteri più grandi e su cui per molto tempo è stato posto un velo omertoso. Il coraggio di Nino di Matteo e degli altri colleghi del collegio accusatorio, invece, sta portando alla luce quelle verità che per molto tempo ci sono state vietate e che ci hanno impedito di guardare con fiducia al futuro. L’udienza preliminare iniziata bel mese di ottobre è stata molto lunga e articolata, considerato il quantitativo di imputati e relativi capi di imputazione da esaminare e approfondire sul piano delle fonti di prova; il lavoro del GUP Morosini è stato ulteriormente appesantito dalla lettura di una documentazione amplissima ma che non ha certo agevolato l’operato di questo magistrato. In sede di pronuncia del decreto che dispone il giudizio, Morosini, ha tenuto a sottolineare che i pm non hanno indicato specificamente le fonti di prova a carico degli imputati e anche per avere presentato una memoria decisamente vaga e che non faceva cenno al tema delle fonti di prova, a corredo della richiesta di rinvio a giudizio. In termini tecnici, il giudice ha emesso un decreto di scomposizione dei fatti e di indicazione analitica delle fonti di prova. Cosa vuol dire? Semplicemente che al GUP il materiale probatorio è giunto in maniera disorganica e non intelligibile. Era assente una intrinseca organicità che avrebbe permesso al GUP di decidere in maniera omogenea per tutti gli imputati e i relativi capi di imputazione. Per questo ha disposto ulteriori fonti di prova.

Un “rimprovero” abbastanza pesante ed inusuale, quello mosso da Morosini alla Procura diretto alla fase delle indagini preliminari che all’epoca sono state coordinate dall’ex procuratore aggiunto Ingroia. Si tratta di una importante  fase del procedimento penale perché proprio durante le indagini, si raccolgono elementi di prova che dovranno essere portati a conoscenza del GUP e posti a fondamento della richiesta di rinvio a giudizio. Per la complessità e l’importanza del processo, il GUP Morosini si sarebbe atteso un quadro probatorio più nitido e meno complesso da gestire. Questo aspetto ci fa comprendere al meglio quale è la vera natura del giudice che ha curato la fase di udienza preliminare: quella di un magistrato attento e molto serio. Come dovrebbe essere chiunque svolge questo importante mestiere.

Il dibattimento avrà inizio il 27 maggio. Qui in questa sede si potrà portare alla luce la verità. Che non sarà solo giuridica di accertamento dei reati ma anche e soprattutto storica. Qualcuno sostiene che si può anche togliere l’aggettivo “presunta”. Io credo che si debba discorrere ancora di presunta trattativa. Finché almeno non ci sarà una sentenza di primo grado che accerterà le responsabilità degli imputati. Dobbiamo avere verità giuridiche e storiche cristallizzate in una sentenza, per poter essere certi che si è trattato di trattativa vera e propria.