La protesta di Ruby: “Non sono un prostituta”

 

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MILANO – “Volevano che accusassi Berlusconi”. Da sola, senza il proprio avvocato, Kharima El Mahroug detta Ruby si presenta davanti al Tribunale di Milano completamente avvolta in un cartello che recita: “Caso Ruby: la verità non vi interessa più?”.

Legge d’un fiato le pagine che i suoi legali (presumibilmente) le hanno scritto. Un italiano fluente, come veloce è la sua parlata. Denuncia di aver mentito a Berlusconi, di avergli davvero detto di essere la nipote di Mubarak, e mostra il suo vecchio passaporto falso dove compariva il nome “Mubarak”. “Non ho nulla di cui vergognarmi e nulla da nascondere. Chiedo di essere sentita dai giudici di Milano, spero che mi chiamino. Chiedo che qualcuno ascolti quello che ho da dire, e che questo avvenga nelle sedi istituzionali”, legge Ruby. La sua richiesta non pare fuori luogo, dal momento che realmente non è mai stata ascoltata dai giudici.

“Non sono una prostituta, devono ascoltarmi. Per colpire Berlusconi la stampa ha fatto del male a me”, afferma ancora, sottolineando poi di essere stata vittima di metodi d’indagine che l’hanno segnata. “La violenza che più mi ha segnato è stata quella del sistema investigativo. Dei ripetuti interrogatori che ho subito solo alcuni sono stati messi a verbale. Ho subito una tortura psicologica, un atteggiamento apparentemente amichevole ma improvvisamente mutato quando non ho accusato Silvio Berlusconi”.

Afferma di aver raccontato un mucchio di bugie: “Mi dispiace di aver mentito sulla mia parentela con Mubarak, e mi spiace aver raccontato queste bugie anche a Silvio Berlusconi il quale, oggi sono sicura, si sarebbe dimostrato rispettoso e disposto ad aiutarmi anche se avessi detto la verità”.