9 maggio. Una data ma anche un sistema di intrighi nel ricordo di Impastato, Moro e… Andreotti

La notte del 9 Maggio 1978 a Cinisi, vicino Palermo, veniva assassinato Peppino Impastato. Un ragazzo di 30 anni che ebbe il coraggio di fondare dal nulla e dal silenzio, in un paesino siciliano, una radio libera. Si chiamava Radio Aut e in quel piccolo studio di registrazione Peppino con i suoi amici, per tutto il tempo che gli è stato concesso, hanno denunciato e sbeffeggiato le attività criminali del boss di Cosa nostra Tano Badalamenti.

Peppino amava la sua terra, l’amava così tanto che non si limitò a deridere i mafiosi attraverso la sua Radio, l’amava così tanto che scese in strada a Cinisi e si candidò alle elezioni comunali nella lista Democrazia Proletaria. Aveva un’idea Peppino, un’idea che aveva propagandato a tutti i suoi amici, che lo aveva allontanato dal padre, affiliato a Cosa Nostra, sognava la sua terra pulita, senza corruzione, omertà e spargimenti di sangue. In l’Italia le idee, i sogni e il coraggio di martiri come Peppino Impastato hanno dato la forza e la speranza di combattere la criminalità organizzata e l’abbiamo visto, poi, con il lavoro dei Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ma il 9 Maggio non sarebbe stata sancita la giornata nazionale delle vittime del terrorismo se 35 anni fa, precisamente la mattina seguente alla morte di Peppino Impastato, a Roma in via Caetani non fosse stato rinvenuto, nel bagagliaio di una vettura, il corpo senza vita dell’On. Aldo Moro. Il presidente della Democrazia Cristiana 55 giorni prima era stato rapito da un commando delle Brigate Rosse mentre si dirigeva alla Camera dei Deputati per presentare il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti.

Niente potrà mai cancellare questa data dalle pagine nere della storia italiana, nessuno potrà mai dimenticare il corpo senza vita dello statista, riverso all’interno della Renaut 4, niente e nessuno, due parole simili ed emblematiche che hanno rappresentato lo Stato Italiano dinanzi a tali scenari.

Pochi giorni fa’ è venuto a mancare all’età di 94 anni il Senatore a vita Giulio Andreotti, un uomo che ha rappresentato per oltre 50 anni lo Stato e per certi versi la Storia del nostro Paese. Una Storia “oscura” che lo ha visto associato a Cosa Nostra, P2, e ritenuto il mandante dell’omicidio di molti personaggi legati al panorama politico e giudiziario di quegli anni come il Generale Carlo Albero dalla Chiesa e il giornalista Mino Pecorelli.

Per riassumere ed evidenziare la figura del “Divo Giulio”, Indro Montanelli disse “o Andreotti è il più grande e scaltro criminale di questo paese, perché l’ha sempre fatta franca; oppure è il più grande perseguitato della storia d’Italia. Una cosa è certa: la fine di Andreotti non combacia con la fine degli innumerevoli misteri che ruotano intorno al suo operato, con se ha portato la verità, le risposte alle domande “oscure” che nel corso della sua carriera politica gli sono state poste.

Così come quel 9 Maggio 1978, a Cinisi, solo il cuore di Peppino ha smesso di battere ma la sua anima, il suo coraggio ha continuato a lottare nella mente dei suoi amici prima e di tutti i siciliani dopo. Così come le BR a Roma hanno sparato solo al corpo di Aldo Moro e non alla speranza di un uomo di Stato, di un italiano onesto e devoto al proprio popolo.

In questo 9 Maggio 2013 ricordiamo chi è stato barbaramente ucciso dalle organizzazioni criminali o dal terrorismo, chi pur morendo e abbandonando il proprio lavoro ha lasciato qualcosa a noi cittadini italiani, qualcosa di giusto a cui credere, e non dimentichiamo chi dopo la morte naturale ha portato tutta la verità con se, lasciando la giustizia con l’amaro in bocca.