“Viva il Re, abbasso la Nazione. Storie di briganti di Terra di Lavoro”: il nuovo libro di D’Ambra

CASERTA- “Viva il Re, abbasso la Nazione. Storie di briganti di Terra di Lavoro”: questo il titolo del nuovo libro di Angelo D’Ambra che propone al lettore la ricostruzione integrale di talune vicende del cosiddetto “brigantaggio” postunitario da lui considerate particolarmente significative. Nel brigantaggio, secondo D’Ambra, è possibile ravvisare “sia la componente politica, sia quella sociale, che quella delinquenziale che, con flebile chiarezza, si distinguono nel tempo intrecciandosi a spinte individuali”. 

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Così lo studioso analizza le rivolte scoppiate nel territorio nolano negli stessi giorni della battaglia del Volturno, l’attività delle bande di Domenico Coja – detto “Centrillo” – nel mandamento di Rocchetta, di Pietro Trifilio – detto ” ‘O Calabrese” – sul Matese, di Angelo Pascarella nel Casertano e di Nicola Santillo, responsabile della reazione di Calvi. D’Ambra, inoltre, dà uno sguardo alla strategia politico-militare delle bande Santaniello, Civitillo, Di Mundo, Campagna e Padresanto, che si batterono strenuamente per animare la guerriglia antisabauda.  L’intento che muove lo scrittore è quello di “approfondire l’esame delle ragioni e delle forme della mobilitazione antiunitaria, contro quel modo di ragionare lombrosiano, ancora oggi vincente nel mondo accademico, che vorrebbe il brigante semplice delinquente assetato di saccheggio”.

I dati ricavati dallo studioso si fondano esclusivamente sulla documentazione sopravvissuta e conservata lasciando che siano le carte a parlare e quindi senza intervenire per suggerire indebitamente al lettore questa o quella diversa interpretazione dei fatti e delle parole. Non si ravvisano in lui tracce di animosità o di partigianeria allorché afferma, con onestà e semplicità, che le analisi delle fonti superstiti “rivelano un esteso movimento politico diretto contro le proprietà e le persone dei possidenti. In seno ai gruppi irregolari organizzati i contadini erano la forza prevalente e le altre categorie sociali erano in netta minoranza. I soldati, spesso provenienti dallo stesso ceto, furono fortemente influenzati dalle rivendicazioni sociali”. La mancanza medesima di un progetto politico chiaro che emerge dallo studio del brigantaggio in Terra di Lavoro dimostra, paradossalmente, proprio la natura essenzialmente politica di tale fenomeno. Infatti – argomenta D’Ambra – se i “cafoni” in lotta non concentrarono le loro forze in un attacco organizzato e sistematico contro la borghesia locale, per strapparle il possesso e l’uso della terra o per rivendicare i terreni demaniali usurpati e il ripristino degli usi civici, “fu perché le attenzioni principali si concentrarono sul ritorno del Re che avrebbe risposto a simili esigenze”.