Caso Cucchi. Lasciamo che la Giustizia faccia il suo corso

Sento di dover proporre una mia personalissima notazione in merito alla sentenza Cucchi, il cui dispositivo è stato emesso dopo una lunga camera di consiglio poche ore fa. Ho avuto sentore dell’esito della vicenda processuale a partire dal tam-tam mediatico che si è diffuso con estrema rapidità sul web e in particolar modo sui social (che ormai sono divenuti la “piazza” multimediale in cui ci si scambia di tutto, dai sentimenti alle emozioni fino agli improperi, ci si accapiglia e magari se poi ci si incontra per strada o dentro un caffè non ci si riconosce o peggio si fa finta, ma questo è un altro paio di maniche) e solo dopo ho potuto, “incrociando” le cronache della notizia battute da diverse testate, farmi un’idea di quello che era accaduto e delle pronunce di condanna emesse. 

pa_banner

Sì, perchè le sentenze di condanna sono state emesse. 

Negli anni (questi sono, volenti o nolenti, i tempi della Giustizia penale amministrata dagli uomini di legge, ma forse spesso si dimentica anche questo dato) siamo riusciti per il tramite della risonanza di questa tristissima vicenda umana a conoscere una serie di particolari che hanno trovato adeguato sviluppo in sede dibattimentale. Ma i dettagli, si sa, sono solo una parte rispetto al tutto e la verità processuale spesso nulla ha a che vedere con quelle aspettative di Verità Assoluta a cui istintivamente aneliamo. Per non parlare del fatto che, spesso facendo leva sull’onda emotiva e sulla scorta del grado di riprovevolezza sociale di determinate condotte, quelle che sono le nostre personali aspettative di giustizia non trovano adeguata sanzione e riconoscimento in sede processuale. Da qui a non credere più nella Legge, nello Stato, nel Diritto, nella Magistratura per molti il passo è breve. Ed è proprio nel momento in cui questi slogan vengono reiterati come dei pesanti mantra senza alcun supporto argomentativo che mi comincio a porre delle domande generali che esulano dalla vicenda particolare, a commento della quale sono stati proferiti. Premetto che per molti queste mie parole potranno sembrare astruse e opinabili, probabilmente risulterò impopolare proponendo questa linea di rottura, è un rischio che la coerenza col mio pensiero e la fallibilità delle mie idee mi impone di correre ogni giorno nel confronto con gli altri, confronto che ritengo sempre estremamente costruttivo e determinante nonostante tutto. 

In questo Paese sempre più malandato e abbandonato a un triste declino culturale e morale ci sono processi e sentenze che pesano più di altri. Quella legge che dovrebbe essere uguale per tutti nei fatti non lo è, vuoi perchè chi secondo alcuni (spesso non addetti ai lavori) dovrebbe essere condannato viene assolto (a volte nemmeno con formula piena, ma questo in totale dispregio del c.p.p. pare essere un dettaglio trascurabile), vuoi perchè proprio prediligendo determinati fatti, puntualmente portati all’onore delle cronache rispetto ad altri ed elevandoli a situazioni paradigmatiche, ci si allontana dalla cruda realtà trascurando vicende simili se non più gravi. 
Premetto tutto questo, non perchè credo che la vicenda Cucchi sia stata strumentalizzata o troppo enfatizzata, lungi da me un ardire simile, soprattutto visto il tragico epilogo, ma perchè noto la tendenza alla disinformazione e alla scarsa onestà intellettuale (senza che per questo io stia affermando tra le righe che sono depositarie dell’onniscienza). 

La vicenda Cucchi ha del torbido. Il germe del dubbio su come veramente si sono dispiegati tali fatti ha pervaso tutti, lasciando spazio a quella umana pietas che è la cifra più significativa del nostro essere solidali consociati. Tuttavia quanto è emerso e giunto alla cognizione di noi cittadini è poca roba rispetto a quella verità processuale a cui accennavo più sopra. Una verità non precostruita a tavolino, nè trovata attraverso il lancio dei dadi ma, bensì, una verità che si costruisce plasticamente passo dopo passo nell’agone processuale col contributo dialettico di tutte le parti processualmente coinvolte. Il Giudice non conosce i fatti di causa se non attraverso la prospettazione che di essi viene fornita dal Magistrato del Pubblico Ministero, doverosamente preposto ad intraprende l’azione penale e a sostenere l’accusa in giudizio, sarebbe a dire l’interesse dello Stato (quindi non il suo personale) a che condotte penalmente rilevanti siamo perseguite e punite a norma di legge, e dalla difesa dell’imputato che a norma della Costituzione è presunto innocente sino a condanna definitiva (tramite sentenza che lo riguarda passata in giudicato). 

La sentenza di condanna ha rilevato dei profili di responsabilità medica all’esito della valutazione di tutti gli elementi di prova acquisiti e valutati in sede processuale. Il quantum di pena stabilito si è attestato più vicino al minimo che al massimo edittale e ha determinato la sospensione della pena a carico dei medici coinvolti ricorrendo le condizioni previste dal c.p. La soglia del dubbio ragionevole in merito al pestaggio inflitto dagli agenti imputati non è stata superata in questo stadio processuale e forse su questo punto avranno pesato le perizie mediche di cui ci si è avvalsi, perchè ricordiamoci che nessun giudice possiede sufficienti nozioni scientifiche che gli consentano di operare direttamente specifiche valutazioni sullo stato di salute di una persona, e anche se le avesse non potrebbe lasciarsi influenzare dalla sua visione personale ma deve mantenere una posizione di equilibrio e imparzialità rispetto ai fatti di causa chiamato a giudicare secondo le leggi a cui è sottoposto. Questi sino ad oggi i fatti.

Chi pensa che per un Giudice denegare giustizia o fissare pene minime che non verranno mai scontate di fatto sia facile, credo che sbagli. Un Giudice prima di essere tale è una Persona col suo sostrato di valori e principi in cui crede e che dovrebbe tradurre in diritto vivente e spesso si sente impotente quando gli strumenti normativi a sua disposizione non gli consentono di fornire una risposta certa ai casi dubbi della vita sottoposti alla sua cognizione. Un Giudice inoltre è un uomo e come tale può sbagliare ed è per questo che esistono tre gradi (tre, ma spesso sono ritenuti anche troppi) di giudizio per scandagliare i vizi presenti nell’attività di accertamento di fatti e valutazione delle relative prove, nel ragionamento seguito per motivare logicamente le conclusioni cui è pervenuto in sentenza, la contrarietà rispetto alla legge. Per cui, prima di attaccare certa Magistratura (sì, perchè i pm sono sempre bravi se richiedono sonoramente il massimo della pena) e soprattutto prima di rinnegare l’appartenenza a uno Stato di Diritto proviamo, o quantomeno sforziamoci, di pensare che quella giustizia che attacchiamo e quelle sentenze che critichiamo, pur senza conoscerne le motivazioni, sono dettate in nome del popolo italiano, in altri termini noi tutti. Certe pronunce scuotono gli animi e le coscienze di tutti ma è solo il tempo che davvero può rendere Giustizia anche se non ci riporterà indietro quello che abbiamo perso per sempre. L’indignazione è sacrosanta ma come tale va canalizzata. Conoscere i dettagli non è un optional, non schermiamoci dietro al “ma io parlo da cittadino, i cavilli sono cose per giuristi”, essere informati è un diritto, informare e veicolare giusti messaggi un dovere. E soprattutto fidiamoci di questa Giustizia e attendiamo che possa fare il suo (anche se spesso troppo lungo) corso.