Non un mio crimine ma una mia condanna. Bambinisenzasbarre si mobilita |di Irene Megliola

Il diritto all’infanzia dei figli dei detenuti: l’inziativa dell’associazione Bambinisenzasbarre Vi ricordate il primo episodio di «Ieri, oggi e domani »di Vittorio De Sica, «Adelina» ?

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È ambientato a Napoli, nel quartiere Forcella, ed una bellissima Sophia Loren interpreta una venditrice abusiva di sigarette che per non essere arrestata obbliga suo marito, Marcello Mastroianni, a metterla continuamente incinta. Adelina alla fine in carcere ci finisce, detenuta con tutte le altre donne che come lei hanno bambini con sé perché troppo piccoli per essere lasciati a casa.

Tutt’oggi sono circa centomila i bambini che entrano nelle 213 carceri italiane. Fino ai tre anni sono obbligati a vivere con la madre detenuta e dopo a subire, fino alla fine della condanna, il trauma di dover varcare il portone degli Istituti penitenziari per incontrare il proprio genitore. Al di fuori, ogni giorno, sostengono il peso dell’emarginazione e dei pregiudizi legati alla propria condizione. La detenzione del proprio genitore li espone al rischio di discriminazione sociale ed esclusione, rendendoli fragili psicologicamente. Spesso sono emarginati dai compagni di scuola, dagli abitanti deli quartiere. Le colpe dei loro genitori gli ricadono addosso come un macigno.

È proprio di queste situazioni che si occupa l’associazione Onlus Bambinisenzasbarre, con sede a Milano, da undici anni impegnata nei processi in ambito penitenziario a sostegno della genitorialità in carcere e specialmente dei loro figli, così come sancito dall’articolo 9 della Convenzione Onu dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

L’associazione ha così promosso una campagna dal titolo «Non un mio crimine ma una mia condanna», rivolta al presidente della Repubblica e al Ministro della Giustizia. Lo scopo della mobilitazione è sensibilizzare le istituzioni e la società civile sui bisogni del bambino: condividere con la mamma o il papà almeno le occasioni speciali come il compleanno o il primo giorno di scuola, anche solo per poche ore. Inoltre promuove la realizzazione all’interno dei penitenziari del cosiddetto “spazio giallo”, un luogo adatto agli incontri familiari con il sostegno di psicologi e psicoterapeuti, al fine di rinsaldare il legame d’affetto e per agire in termini di prevenzione sociale, evitando al figlio di seguire un modello sbagliato e dando al genitore un motivo per non ricadere nel reato. La campagna sostiene anche la possibilità di attivare un servizio nazionale di Telefono Giallo, per rispondere alle famiglie dei detenuti in situazione di detenzione e per sostenere le difficoltà dei bambini anche nella loro vita quotidiana, per tutelarli anche in ambito scolastico e sociale.

Quando si pensa al carcere ci si ferma a giudicare le colpe dei detenuti, ad un’analisi più attenta forse ci indigna per le condizioni in cui versano le carceri italiane, ma raramente si pensa che i condannati sono anche genitori e che a scontare la pena ci sono anche i loro figli. Nella volontà di correggere e rieducare il comportamento dei detenuti, non è purtroppo perpetuato il benessere dei minori rimasti al di fuori senza una guida. Una realtà troppo spesso dimenticata.

Finora sono circa undicimila le firme già raccolte da Bambinisenzasbarre. Una presa di coscienza sociale per evitare che, come troppo spesso accade, le colpe dei genitori ricadano sui figli e soprattutto per garantire ad ogni bambino il diritto di essere tale.

Per firmare la petizione: http://www.bambinisenzasbarre.org/index.htm