Palatucci: un “giusto” o un collaboratore dei nazisti?

NEW YORK- La notizia se vera è da far impallidire: Giovanni Palatucci, irpino di Montella ma finora considerato come “lo Schindler italiano” era un collaboratore dei fascisti e dei nazisti e non il questore che avrebbe salvato 5mila ebrei dalla deportazione e dalla morte. Palatucci era stato riconosciuto come un giusto da Israele e dichiarato martire da papa Giovanni Paolo II. 
Lo studio condotto su circa 700 documenti ha fatto emergere che Giovanni Palatucci era invece un collaboratore nazista, tanto da partecipare alla deportazione degli ebrei nel campo di Auschwitz. La notizia, che lascia l’amaro in bocca e delude quella parte di italiani che in Palatucci vedeva un eroe, è stata pubblicata dal New York Times ed il museo dell’Olocausto di Washington ha deciso la scorsa settimana di rimuovere il suo nome da una mostra, mentre lo Yad Vashem di Gerusalemme e il Vaticano hanno iniziato a esaminare i documenti. 
Anche la Santa Sede, che ha in corso una causa di beatificazione di Palatucci ma ora è al corrente degli interrogativi sollevati, ha dato incarico a uno storico di studiare la questione, riporta il quotidiano americano citando una mail del portavoce Vaticano Padre Lombardi. Marcia indietro clamorosa è stata fatta anche dalla AntiDefamation League, l’associazione ebraica che aveva attribuito a Palatucci il suo Courage to Care Award il 18 maggio 2005, giorno che a sua volta il sindaco di New York Michael Bloomberg aveva dichiarato Giovanni Palatucci Courage to Care Day. “Alla luce di prove storiche la Adl non onorerà più la memoria del poliziotto italiano”, ha informato l’organizzazione riprendendo la tesi di storici citati dal New York Times: che anzichè aver giocato un ruolo nel salvataggio degli ebrei durante l’Olocausto, Palatucci sarebbe stato in realtà un collaboratore dei nazisti.
La verità sullo Schindler italiano è emersa dopo che i ricercatori del Centro Primo Levi hanno avuto accesso a documenti italiani e tedeschi, nell’ambito di una ricerca sul ruolo di Fiume come terreno fertile per il fascismo, città dove Palatucci lavorò come funzionario di polizia dal 1940 al 1944 e stando alla versione accreditata finora,  quando i nazisti occuparono la città, nel 1943, Palatucci distrusse i documenti  per scongiurare che i tedeschi spedissero gli ebrei di Fiume nei campi di concentramento. La sua stessa morte nel campo di Dachau, a 35 anni, avvalorò poi la tesi 

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Ma il direttore del Centro Primo Levi Natalia Indrimi ha invece dichiarato che gli storici sono stati in grado di consultare questi stessi documenti, da cui è emerso che nel 1943 Fiume contava solo 500 ebrei, la maggior parte dei quali, 412, pari all’80%, finì proprio ad Auschwitz. La ricerca ha poi fatto emergere che piuttosto che ricoprire la carica di capo di polizia, Palatucci era vice commissario aggiunto responsabile dell’applicazione delle leggi razziali fasciste.
Nella lettera inviata questo mese al museo di Washington, Indrini ha quindi scritto che l’uomo era “un pieno esecutore delle leggi razziali e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica sociale di Mussolini, collaborò con i nazisti”. La deportazione di Palatucci a Dachau, nel 1944, non fu determinata dalle sue gesta per salvare gli ebrei, piuttosto dalle accuse tedesche di appropriazione indebita e tradimento, per aver passato ai britannici i piani per l’indipendenza di Fiume nel dopoguerra.

“Giovanni Palatucci non rappresenta altro che l’omertà, l’arroganza e la condiscendenza di molti giovani funzionari italiani che seguirono con entusiasmo Mussolini nei suoi ultimi disastrosi passi”, ha concluso Indrimi nella lettera inviata al museo di Washington.