Giugno 1963: 50 anni fa muore Giovanni XXIII°, il Papa Buono

ROMA – Lunedì 3 giugno 1963 è il giorno di Pentecoste: la Chiesa ricorda la discesa dello Spirito Santo che infonde speranza e vivifica il mondo. Alle 18 del pomeriggio una grande folla riempie piazza San Pietro e sul sagrato della Basilica il cardinale Traglia celebra la “Missa pro infirmo Ponifice”. Nella tarda mattinata le condizioni di salute del Papa precipitano; le notizie sul suo stato di salute sono gravi e si diffondono rapidamente. Le radio e le televisioni di mezzo mondo sono collegate in diretta da piazza San Pietro e gli obiettivi di telecamere, macchine fotografiche e cineprese sono puntate verso la finestra della camera dove Giovanni XXIII° si sta lentamente spegnendo.

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Alle 19:40 il Papa ha come un sussulto, il respiro diventa appena percettibile, poi nulla più. In un silenzio irreale gli astanti si inginocchiano e sussurrano: “in Paradisum te ducant Angeli (che gli angeli ti portino in Paradiso)”. La finestra dalla quale il Papa si affaccia per l’angelus si illumina: tutti capiscono.   

Il mondo apprende la notizia: papa Giovanni XXIII° è morto. Il suo successore Paolo VI lo ricorderà così:

”Ha saputo riaprire a torrente le fonti della verità salvatrice, ha saputo ringiovanire la Chiesa con lo spirito del vangelo, ha saputo stendere le mani ai fratelli separati sopra l’abisso di secolari rotture e rivalità; ha saputo riaprire con un nuovo accento di famigliarità e di stima il dialogo con il mondo odierno ed offrirgli come pane di casa il dono della speranza che non inganna”. 
E’ stato il Papa del Concilio Vaticano II, il Papa della Pace; diceva:”…sono il Papa dell’ottimismo e della speranza, sono ilPapa che vuole essere ricordato più per aver detto “SI” che per aver detto “NO”…ricordatevi che Dio ci ha chiamati a risanare i fratelli, non a terrorizzarli…”.
Noi vogliamo ricordarlo con le sue parole dette ai carcerati di Regina Coeli: “Non potete venire da me, così io vengo da voi. Dunque eccomi qua, sono venuto, m’avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore. La prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari…

La vita è pellegrinaggio! Del cielo siamo fatti!

Ci soffermiamo un poco qui e poi riprendiamo il nostro cammino” e con le parole del famoso discorso della Luna, fatto a braccio la sera dell’11 ottobre del 1962, quando, al termine della giornata di apertura del Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII° si affaccia alla finestra del suo appartamento, apre le braccia, saluta, benedice, comincia a parlare e dice:

 “Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera… Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… Noi chiudiamo una grande giornata di pace… Sì, di pace: ‘Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà’.

Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la ‘Roma caput mundi’, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.

La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza… E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte”.