1934 anni fa Pompei veniva distrutta dal Vesuvio

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“Molte sventure sono accadute in questo mondo, ma nessuna ha mai provocato tanta gioia nei posteri”. Con questa frase Goethe ha sintetizzato il dramma vissuto dagli abitanti di Pompei nel 79 d.C. e la singolare sorte della zona archeologica destinata ad una tragica immortalità. Ma come sia stato possibile far rivivere una città sepolta da una coltre di ceneri e lapilli e mostrare ai posteri lo stile di vita degli abitanti, gli oggetti, le cose grandi e piccole, i progetti, le ambizioni, gli scatti d’ira e gli atti d’amore? 

Nel 1863 l’archeologo Fiorelli, nominato direttore degli scavi di Pompei da re Vittorio Emanuele II, ebbe la geniale intuizione di far colare gesso liquido nei vuoti in cui si era spesso imbattuto durante i lavori ottenendo così, per la prima volta(era il 5 febbraio 1862), il calco di quattro corpi umani che nella drammaticità dei gesti e nell’espressione dei volti evidenziavano la tragedia che aveva cancellato la città. Da allora la scena è stata animata dai suoi protagonisti  e nel dramma collettivo è stato possibile ricostruire molte storie individuali.

L’alba del 24 agosto del 79 d.C. a Pompei regnava la solita animazione tipica di una città commerciale; i pompeiani non si preoccupavano  dei sordi brontolii che da qualche giorno provenivano dal Vesuvio e di una strana nube sulla sua sommità; essi avevano costruito le case su di un colle di lava preistorica che in epoca remota il Vesuvio aveva riversato fino a pochi metri dal mare formando una ripida scarpata, un baluardo naturale alto 30/40 metri. Non temevano quella montagna, quieta da migliaia di anni, e guardavano con fiducia al futuro dedicando tempo e denaro alla ricostruzione di alcuni edifici e monumenti distrutti dal terremoto del 63 d.C. Pompei stava risorgendo più bella; ovunque ferveva la ricostruzione anche se con un certo ritardo per le strutture pubbliche poiché Olconio Prisco e Ceio, secondo i magistrati della città, non avevano reperito denaro a sufficienza per ripristinare le tubature idriche e rimettere in funzione le terme stabiane e la piscina della palestra. Quella mattina la città presentava il solito aspetto, era animata come sempre: mercanti e fornitori di derrate alimentari giungevano dalla campagna attraversando tre delle sette porte, le più importanti (Porta Marina, Porta Stabia, Porta Ercolano). Nelle vie principali. come via dell’abbondanza si lavorava già alle prime luci dell’alba: Stefano metteva in movimento l’acqua nelle vasche della sua lavanderia, Verecondo esponeva sul banco le sue stoffe, le ragazze di Asellina ripulivano i marmi del banco del bar e ponevano sul fuoco quel bollitore di metallo che è stato ritrovato chiuso ed ancora pieno d’acqua dopo 18 secoli; in via Stabia Terenzio Proculo infornava il pane e Vesonio Primo apriva la lavanderia e la conceria. Tutti i muri di Pompei erano dipinti, per le strade parole d’amore, frasi di buon augurio, di propaganda per la immediata campagna elettorale; nel Macellum, già affollato per la spesa giornaliera, vasi di vetro contenevano olive, fichi, castagne, granaglie; sulle mpareti spiccavano pitture di pesci, polli, uccelli e scene mitologiche: tutte le pareti delle case di Pompei erano dipinte. Di questi affreschi sono restate le immagini erotiche delle stanze del lupanare e quelle mitologiche delle ville patrizie, l’imponente ciclo dei misteri sulle pareti del triclinio della villa degli Istacidi. I giovani benestanti si stavano recando verso la grande palestra per gli allenamenti e nel teatro grande fervevano i preparativi per l’imminente rappresentazione, i gladiatori erano intenti ad allenarsi nella caserma. La mattinata si presentava come tante altre, tranquilla ed operosa, niente faceva presagire l’imminente tragedia. 

All’improvviso nel cielo sereno, rimbombò una detonazione. La cima del Vesuvio si spaccò in due parti e si levò verso l’alto una colonna di fuoco che si trasformò rapidamente in una nube di fumo. Non ci fu scampo per i pompeiani che stupiti, increduli, furono travolti dalla caduta di lapilli, pietre pomici, blocchi di roccia che costituivano il tappo e le pareti superiori del cratere esploso. Molti si riversarono per le strade, invase da materiale eruttivo, per raggiungere le abitazioni e ricongiungersi ai propri cari ; si barricarono negli scantinati, si rifugiarono sotto i portici in attesa che il fenomeno cessasse. Si salvarono solo quelli che d’intuito si spostarono di corsa verso la campagna uscendo da porta Nocera o porta Sarno; i tetti crollarono sotto il peso dei lapilli che avevano raggiunto lo spessore di quasi due metri: la morte colse sia quelli che si erano rifugiati nelle stanze per il crollo dei tetti sia chi fuggiva per le strade a causa del crollo di  muri o asfissiato dalle esalazioni gassose.

All’una del pomeriggio, dopo una breve pausa dell’eruzione ed una serie di esplosioni, si lanciò verso l’alto dal cratere libero da tappo quella famosa nuvola a forma di pino che fu segnalata a Plinio il Vecchio dalla moglie. Mentre Plinio il Vecchio, naturalista, comandante della flotta romana di stanza a Capo Miseno, armate le navi si precipitava ad osservare il fenomeno e a portare aiuto agli amici, Plinio il Giovane descriveva in una lettera a Tacito , che la nube portata dal vento verso Pompei si frapponeva tra la luce del sole e la città su cui scendeva la notte in pieno giorno: ”la più buia e la più profonda delle notti”. In effetti il buio era attenuato da bagliori e luci di vario genere provenienti dal Vesuvio che “si illuminava qua e là di ampie fiammate e grandi getti di fuoco”.  Ma la tragedia non era ancora pienamente compiuta: il terremoto la sera provocò altri morti per il crollo di vari edifici. Col sistema inventato dall’archeologo Fiorelli siamo riusciti a ricostruire lo stile di vita dei pompeiani, ad individuare persone, famiglie e gruppi di persone nel momento della morte. Ikl 25 agosto, quando ormai 16000 su 25000 pompeiani erano morti ci fu una nuova esplosione ed un nuovo pino di cenere che fu avvistato anche a Roma. Nell’urbe si vissero ore di panico sino all’arrivo di un messaggero che raccontò l’immane catastrofe. Era ormai il 27 agosto: la città di Pompei giaceva sotto sette, otto metri di lapilli e di cenere e, lo stesso giorno, lungo la via di Stabia, venne ritrovato il corpo di Plinio il Vecchio, vittima della sua generosità, sete di conoscenza e soprattutto curiosità di scienziato.