La mostra “Benedici questa Casa“ fatta dai detenuti del carcere di Ariano Irpino

ARIANO IRPINO-All’interno della mostra d’arte del Liceo Artistico“ Guido Dorso“ in programma ad Ariano Irpino nei giorni 8, 9, 10 agosto 2013, all’interno della VII edizione dell’evento “Vicoli ed Arte“ ci sarà anche la mostra “Benedici questa Casa“ fatta dai dipinti dei detenuti del carcere di Ariano Irpino.
La
 direzione artistica è del D:N:A:, associazione Miscellanea, di Ariano Irpino, patrocinata dal Comune di Ariano Irpino ed il Dirigente Scolastico, Prof. Francesco Caloia, coadiuvato dalla collaborazione del Vicepreside, Prof. Domenico Ciccarelli, si è attivato per promuovere, oltre alle attività didattiche curriculari, anche dei laboratori estivi, contro la dispersione scolastica, coinvolgendo le sei botteghe artigiane di Ariano Irpino dei seguenti ceramisti : Massimo Russo, Luigi Russo, Flavio Grasso, Christian Pannese, Mario Pietrolà, Rosa Caggianiello. Sono state coinvolte anche: L’Associazione Culturale Miscellanea (Ente partner), l’Istituto Comprensivo “Camporeale”(scuola partner), l’Associazione U.N.A. Uomo Natura Animali di Savignano Irpino (Ente partner) e la Cooperativa Sociale “Artour” (Ente partner).

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La mostra di pittura dal titolo “Benedici questa Casa” è il risultato finale del modulo “Ai confini dell’anima, la pittura come espressione del’individualità” ed il corso è affidato all’esperto esterno Prof.ssa Barbara Maraio, si è svolto presso la Casa Circondariale di Ariano Irpino, dal 26/06/2013 al 19/07/2013. Hanno partecipato i detenuti-allievi della classe IªA del Liceo Artistico. Il modulo è parte del progetto PON F-3 FSE 04-POR_Campania-2013-146, predisposto dal Liceo Guido Dorso di Ariano Irpino, denominato “Realizzazione dei prototipi di azione educativa in aree di grave esclusione sociale e culturale, anche attraverso la valorizzazione delle reti esistenti”. Il titolo della mostra “Benedici questa Casa” è una preghiera che sgorga dal cuore, scevro da quei rancori e sentimenti che si pongono in antitesi con il precetto del divino amore. Il termine“Casa” è molto complesso, basta citare Gaston Bachelard, filosofo ed epistemologo, che nel libro “la poetica dello spazio” associa la psiche umana alla casa, intesa, oltre che come dimora fisica dell’uomo, anche come “dimora psichica”, ossia contenitore di ricordi e sogni. Anche Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista parla dell’anima, servendosi della metafora della Casa. La Benedizione della “casa“ è chiesta dai detenuti, con atteggiamento di grande umiltà e dignità, per sé e per gli altri, usando il linguaggio dell’arte. Questa sorta di altruismo porta giovamento alla propria autostima, nota senz’altro positiva in chi si ciba quotidianamente di sofferenza fisica e morale. Quindi: l’arte come rinascita. I lavori esposti non sono la naturale conclusione scolastica di un corso di pittura ma opere di pregio artistico e spirituale elevato. Il messaggio percepito è uno: le idee e le potenzialità artistiche non hanno sbarre. I quadri realizzati dai detenuti sono racconti di vita vera, vita passata , vita presente e, speranza di una vita che li aspetta fuori dal carcere. Vita futura. In questa mostra , per una volta non si parla di “uomini ombra“ o “guardatori di soffitto” (dal film:”Cesare deve morire” dei fratelli Taviani) o ancora “morti viventi”, definizione di uno degli allievi del corso. Per una volta i detenuti hanno un loro posto al sole, grazie alla pittura. Parlano attraverso le loro tele alla società. Parlano con verità assoluta. Non hanno timore a raccontarsi, forse attraverso l’arte tutto è possibile, non nascondono il loro “male di vivere”, ma ciò che tocca le nostre corde più intime è vedere con i lori occhi che oltre le sbarre s’intravede un pezzo di cielo, il sole e gli uccelli che volano liberi, anche nel grigiore dell’inverno. Hanno dipinto i propri stati d’animo con i colori caldi, rosso, giallo, arancione. Si sono affidati ad una forma geometrica per delimitare sulla tela lo spazio “fisico“ della casa che hanno nell’anima, fatta di emozioni negative e positive, come tutti gli esseri umani, di gioia, di rabbia, di pentimento, di presa di coscienza di sé, miracolo fatto da una tela bianca, pronta per essere riempita da un mondo di colori, dalla foglia oro, gialla come il sole. Hanno messo le ali ai propri pensieri, immergendosi nella tavolozza di colori, di smalti, pennelli e gessetti e carta da imballaggio, cimentandosi con entusiasmo nello studio della composizione astratta e tema sacro, utilizzando i pastelli, il chiaroscuro e lo sfumato. Nella “preghiera”, c’è una rivisitazione delle proprie impressioni e ricerca di sé, forse anche inconsciamente. L’arte come espressione di libertà mentale. Analisi dei dipinti I dipinti esposti, rappresentano i liberi pensieri dei detenuti che, prendono forma in un miscuglio di forme e colori attraverso il potente mezzo della pittura ed escono dal carcere sotto forma di tela. Pensieri veri, pezzi di vita, sentimenti e spiritualità, tutto questo si legge nelle opere esposte. Troviamo un trittico che raffigura la Croce, contornata dall’ azzurro: azzurro come il cielo, la libertà. La Croce nel Cristianesimo ha un duplice significato: la Croce di Passione , la Morte e, la Croce di Resurrezione, tenuta dal Cristo mentre esce dal sepolcro . L’ambivalenza di sentimenti è il pensiero del detenuto che l’ha dipinta: Morte e Rinascita. Un’altra opera raffigura in prospettiva l’interno di un carcere, la dimora attuale dell’allievo che l’ha dipinta. I colori utilizzati sono prevalentemente il grigio e il giallo. In tutto questo grigiore di vita quotidiana ecco che all’improvviso tra le sbarre di una finestra posta in alto appare un pezzo di cielo, da cui arrivano i raggi del sole. Un’illuminazione che viene dall’alto? O una preghiera a quell’entità che sta al di sopra di tutti noi, fisicamente e idealmente? Il dipinto ci riporta alla mente “l’Estasi di Santa Teresa“ del Bernini, una folgorazione divina improvvisa.” C’è sempre una via d’uscita”, sostiene positivamente il detenuto che ha dipinto la tela, e questa visione della vita scritta con i colori, su una tela bianca ci riporta al libro del profeta Isaia (9,1):“ Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, su coloro che abitavano nel paese dell’ombra della morte, si è levata una luce “.Queste parole sono davvero quelle adatte alla comprensione del dipinto. Una terza opera si è ispirata alla Madonna con Bambino e San Giovannino. Ciò che risalta maggiormente è la figura di San Giovanni mentre, la Vergine Maria appare in secondo piano. Perché?La Madonna è la madre per eccellenza, la madre di tutta l’Umanità .La maternità nell’arte sacra è l’amore più sublime. Allora perché questo detenuto ha dato più importanza al San Giovannino?Cosa voleva esprimere? Qual era il suo pensiero? La paternità. “Il bimbo è mio figlio che si chiama Giovanni” ha detto. La paternità è espressa in maniera forte, vibrante ,vitale. Ma allora non è vero che la paternità “si insegna”, come sostengono alcuni psicologi e invece la maternità è un fatto naturale? Non sempre è così. Non nella dura realtà del carcere. Ci sono sentimenti che assumono una dimensione che va oltre ogni logica. Questa tela mi viene d’istinto associarla alla figura mitologica greca di Ettore che è “il padre per eccellenza”, al contrario di Achille, altro eroe della mitologia greca che è per antonomasia “il guerriero, l’eroe”. Le altre opere esposte riguardano temi come il mare, gli uccelli che volano oltre il filo spinato, pezzi di normali attività di vita quotidiana, quella quotidianità tanto auspicata da chi ha temporaneamente perso la libertà. C’è anche chi si è voluto esprimere con l’arte astratta, con i colori, accostando macchie di colore fino a farle divenire forme. Questi sono i pensieri dei detenuti. Così si vive la libertà mentale al chiuso di una cella, perché non ci sono sbarre che tengano alla nostra fantasia. Se esiste un linguaggio artistico capace di far “evadere” mentalmente e in grado di rigenerare la mente che ben venga. Perché l’arte è stata accolta come vita e rinascita, laddove prima c’era solo buio nelle menti, sconforto e depressione. Viva l’arte, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sfaccettature. Una considerazione personale. I detenuti che hanno partecipato al corso hanno rinunciato all’ora d’aria (in piena estate!!!), per frequentare 10 lezioni di 3 ore ciascuna, senza alcun riscontro economico, confidando in un attestato finale che testimoni la loro assidua presenza e cogliendo al volo un’opportunità offerta loro dal mondo della scuola, in sinergia con la gestione penitenziaria, e, gli agenti penitenziari, impegnati per tutta la durata del corso. Alla luce di ciò si capisce anche la portata e il valore sociale di questa mostra: l’arte può far rinascere le persone. Con l’esposizione dei dipinti siamo portati ad una riflessione: i detenuti sono nel nostro mondo, nella nostra società, pur “non essendoci”.