28 Settembre -1 Ottobre 1943: le Quattro Giornate di Napoli


Cronologicamente le quattro le quattro giornate di  Napoli cominciano il 28 settembre e finiscono il 1 ottobre, ma nei fatti sono cominciate prima, all’indomani dell’armistizio stesso.
Come nel resto d’Italia, anche a Napoli l’8 settembre, i comandi militari non pensano a difendere la città, rifiutano l’apporto dei partiti antifascisti e preferiscono la strada delle trattative e della sottomissione ai tedeschi. 

In quei giorni  le più alte autorità  militari della provincia, i generali Del Tetto e Pentimalli non hanno altra preoccupazione che raccomandare calma e prudenza. Del Tetto, addirittura ordina al comandante del distretto militare, Colonnello Bedoni, che aveva organizzato la difesa della caserma, di arrendersi immediatamente e intima  ai suoi soldati di stroncare ogni tentativo di resistenza popolare.

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Giacomo De Antonellis nel suo saggio sulla “Fine del fascismo a Napoli” ricorda che il generale Pentimalli tenta disperatamente di trovare un posto sicuro, dopo aver indossato un più anonimo abito civile tenta di procurarsi una carta di identità falsa;  non essendoci riuscito sposta continuamente la sede del suo comando da una casa privata all’altra omettendo di comunicare gli spostamenti ai suoi collaboratori. Finalmente l’11 settembre, d’accordo ed in compagnia di Del  Tetto, fugge da Napoli.
Nonostante questi generali , a Napoli in quei giorni si comincia a combattere. Combattono reparti che non vogliono arrendersi ai tedeschi a Castel dell’Ovo, a forte  Sant’ Elmo, al palazzo dei telefoni e  combattono  gruppi di civili che spontaneamente e senza alcuna organizzazione si mobilitano nella lotta contro i tedeschi.
Episodi casuali avvengono a Santa Brigida e nella centralissima strada  tra Toledo e il Maschio Angioino; carabinieri difendono il palazzo dei telefoni impedendone la distruzione da parte dei tedeschi.
A piazza Plebiscito si accende un ulteriore scontro tra tedeschi  e civili disarmati che si difendono come possono; dai balconi e dalle finestre piovono sui soldati tedeschi gli oggetti più disparati.


Sono episodi marginali, isolati, di scarsa rilevanza militare, tuttavia indicativi dello stato d’ animo della città, di una città  tormentata da tre anni di guerra, devastata da cento e più bombardamenti, con un bilancio di 20.000 morti, un numero incalcolabile di feriti, interi quartieri rasi al suolo.
Decine di migliaia di persone vivono nelle baracche, nelle gallerie della metropo litana, nelle grotte di tufo delle Fontanelle, di via Chiaia, di Mergellina.

Le malattie mietono vittime: i morti di tubercolosi polmonare nel 1943 aumentano dell’ 80% rispetto al 1937.

La fame diventa ogni giorno più insopportabile: la razione di pane è stata ridotta a meno di cento grammi e il pane é l’alimento principale della città .
Questo é il desolante quadro di Napoli nel settembre 1943: distruzione, morte, fame, una città in cui ribolle l’ insofferenza per le ingiustizie  lungamente subite, l’esasperazione per il tradimento di chi ha consegnato la città ai tedeschi, l’odio per i soprusi che i nuovi nemici stanno compiendo.
Sono l’esasperazione e l’odio la base di questa rivolta, prima individuale, poi sempre più estesa e rappresentativa fino a diventare l’azione corale di un popolo che si ribella a secoli di sopraffazioni e di schiavitù.
Un odio che i tedeschi alimentano giorno per giorno con una repressione spietata ed inumana.


È del 12settembre  la prima ordinanza del colonnello Scholl, il famigerato comandante delle truppe a Napoli, in cui si comunica che : “Chiunque agisca apertamente contro le forze germaniche verrà passato per le armi. Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà vendicato cento volte. Ordino il coprifuoco dalle. Ore 20 alle 6. Esiste lo stato di assedio”.
Un ultimatum in cui si annuncia che i tedeschi non rispetteranno più neppure la legge marziale.


E alle parole seguono i primi tragici ammonimenti.


Quello stesso giorno, di fronte ad una folla di ostaggi, otto prigionieri di guerra, 
scelti a caso, sono fucilati contro le mura del palazzo dell’Ammiragliato in via Cesareo Console: sono responsabili di aver difeso il Castel dell’Ovo, di avere cioè fatto il loro dovere di soldati.
Nelle prime ore del pomeriggio i tedeschi circondano la zona dell’università , sparano, sfondano le serrande dei negozi, tutti chiusi perché era domenica, entrano nei palazzi, irrompono nei bassi e rubano tutto ciò che trovano con il pretesto di cercare eventuali ribelli.

Gli abitanti della Marittima,del Rettifilo e di Palazzo Amendola  sono buttati per strada e raccolti nei pressi del porto sotto il tiro delle armi automatiche. 
Accadono fatti cruenti di cui sono responsabili i tedeschi, scene raccapriccianti  su cui è opportuno sorvolare. Solo un episodio voglio descrivere per far capire meglio la situazione che si andava determinando.
Un carro armato fa fuoco contro l’università , aprendo una breccia nel cancello di ferro centrale e appiccando un incendio. Un ufficiale tedesco ed un collaborazionista  italiano ordinano alla folla di inginocchiarsi  e applaudire.

Un marinaio, un ragazzo di cui non si é mai saputo il nome, viene sballotto lato per le scale, spinto contro le lamiere contorte e roventi del cancello, e li’ rimane immobile, avvolto nel fumo dell’ incendio, mentre il plotone si schiera davanti a lui, fa fuoco e il ragazzo cade a terra.

I massacri, le rapine e le distruzioni  fanno parte di un piano preciso del colonnello Scholl : scoraggiare qualsiasi forma di resistenza e fare della città tabula rasa, di modo che quando giungeranno gli alleati, di Napoli non resterà che il nome e il ricordo.  C’ é un piano preciso di distruzioni : industrie, depositi, il palazzo dei telefoni, gli alberghi del lungomare e della stazione, il porto, l’ archivio di stato , l’università , il porticciolo di Santa Lucia.
Alle distruzioni si aggiunge la minaccia della deportazione: il 23 settembre, con una ordinanza firmata dal dottor Soprano, prefetto collaborazionista di Napoli  il colonnello Scholl dispone che la fascia di 300 metri dal mare all’interno sia considerata zona militare: entrò un giorno tutti i suoi abitanti dovranno sgomberarla; altrimenti la polizia sparerà a vista su chiunque si aggiri niella zona proibita.
240.000 persone  furono costrette a lasciare le proprie case e andare alla ricerca di un alloggio di fortuna, andare cioè a infittire la schiera dei senza tetto, dei baraccati, degli sventurati che vivono nelle caverne del sottosuolo di Napoli.
È la necessaria premessa del progetto “terra bruciata”, perché , una volta disabitata, sarà facile radere al suolo tutta la fascia a mare della città da Bagnoli a San Giovanni.
E per completare il piano ecco l’ordinanza del lavoro coatto: “tutti gli uomini appartenenti alle classi dal 1910 al 1925 sono chiamati in servizio obbligatorio del lavoro nazionale …..Voi andate in Germania come liberi lavoratori e tornerete come liberi lavoratori nella vostra patria”.
È il progetto di deportazione  degli uomini validi, secondo l’esempio di quando è avvenuto in decine di altre città europee occupate dai nazisti.

Al terrorismo tedesco, Napoli  risponde con la resistenza passiva: si presentano solo 150 giovani su circa 30.000.

 

Di fronte ad uno smacco così grave, Scholl ordina la caccia all’uomo: il 27 settembre le strade vengono bloccate e tutti gli uomini presenti, senza limiti di età , vengono caricati a forza sui camion e avviati ai centri di raccolta; intere zone sono bloccate e setacciate casa per casa; officine, negozi, chiese e perfino ospedali vengono perquisiti. È  una razzia spietata. Il Reich ha bisogno di braccia per il lavoro coatto e Scholl ha il compito di procurargliele; non ci sono leggi e convenzioni internazionali che possono fermarlo.
Nonostante la generosa gara di solidarietà di tutta la città per proteggere e nascondere gli uomini, i tedeschi catturano circa ottomila “schiavi”.
Alcuni riescono a fuggire , molti finiranno in Germania , per tanti non ci sarà ritorno.
La caccia continua a ritmo serrato;  i tedeschi  devono far presto perché gli alleati  ormai avanzano su Napoli.
Per i napoletani non ci sono alternative: se vogliono sottrarsi alla deportazione, se vogliono salvare la città , devono combattere contro i tedeschi.
Così , senza una preparazione  e una organizzazione, scoppia l’insurrezione di Napoli; è una rivolta spontanea in cui i partiti  antifascisti non hanno quella funzione di guida che avranno invece durante la guerra partigiana.

I napoletani escono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre, sono armati come possono, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che hanno subito imparato a costruire, qualche mitragliatrice leggera che hanno nascosto nei giorni dell’armistizio; le altre armi se le procurano combattendo.
Il primo combattimento é quello di via Belvedere, al Vomero; poi altri scontri in piazza Vanvitelli, via Cimarosa, via  Scarlatti, sempre al Vomero.
Nei pressi dell’aeroporto di Capodichino , una pattuglia tedesca uccide tre avieri e costituisce un posto di blocco al centro di piazza Ottocalli: da un palazzo escono una ventina di giovani che incaggiano un combattimento con i tedeschi. La sparatoria é fitta, lo scontro breve e si conclude con la morte dei nemici.

I cadaveri dei tre avieri vengono caricati sul cassone di un camioncino e portati in processione per le strade della città .
La vista dei morti, il racconto delle atrocità naziste suscitano nuova commozione, ingigantiscono l’odio.
E l’odio per i tedeschi è l’alimento della rivolta.


A piazza Nazionale il ferroviere Tito  Murolo con una squadra di una cinquantina di patrioti circonda la zona e per tre giorni respinge gli attacchi dei tedeschi che tentano di liberarla. la zona ha un rilevante interesse strategico, perché nella piazza confluiscono le strade di accesso alla stazione ferroviaria, perché li’ sorge una grande officina meccanica e soprattutto perché è  al centro  della fascia industriale est di Napoli.


Nonostante gli sforzi i tedeschi non riescono a sloggiare i ribelli appostati  sui balconi, sui tetti, agli angoli delle strade e non riescono a completere l’opera di demolizione delle industrie.

A Santa Teresa, al Museo, una squadra di guastatori mina il ponte della  Sanità e le grandi tubature dell’acqua : se le cariche esplodessero, Napoli resterebbe a lungo assetata.
I napoletani attaccano i tedeschi dai due lati del ponte, sparano, lanciano bombe, avanzano allo scoperto. Sorpresi, i tedeschi sono costretti a ritirarsi, abbandonando tutto il materiale.
Ritornano dopo poco con forze maggiori, ma questa volta  anche gli insorti sono in maggior numero e ben organizzati: hanno 
costruito una barricata e hanno portato un cannone anticarro.

I guastatori sono costretti a ritirarsi senza essere riusciti a portare a termine la loro missione: il ponte e le condotte idriche sono salvi.

Un altro tentativo di distruggere il serbatoio dell ‘ acqua di Capodimonte viene respinto. Al  Museo si combatte per impedire ai tedeschi di far affluire  mezzi corazzati all’ interno della città : é uno degli scontri più duri e significativi delle quattro giornate;  si combatté con i fucili e le bombe  Molotov contro i panzer.
Nonostante le barricate fatte con tram rovesciati, i “tigre” riescono ad aprirai un varco e si spingono fino al centro della città , sparando rabbiosamente
sui palazzi di via Roma e piazza  Dante, dove una intera famiglia é massacrata a cannonate.  Prima di sera  i carri si ritirano, lasciando dietro una lunga scia di distruzione e di morte. Il giorno dopo gli stessi carri non riescono a passare perché davanti alla chiesa dell’ Immacolata la strada é stata minata: cinque “Tigre” restano sul posto, gravemente danneggiati, gli altri sono costretti a ritirarsi.
A Ponticelli, un vecchio quartiere operaio alla periferia della città , gli insorti sono forti e ben organizzati: hanno creato una infermeria e persino un carcere per i prigionieri.
Nelle prime  ore del 28 hanno cacciato via tutti i tedeschi che più tardi tornano in forze, con artiglierie e mezzi corazzati, perché devono assicurarsi ad ogni costo il controllo della strada di Ottaviano su cui transitano le truppe in
ritirata dal sud.
Per ore ponticelli fu sottoposta  ad un lungo cannoneggiamento prima della’assalto organizzato con truppe scelte. Espugnato il quartiere comincia la rappresaglia: gli abitanti di alcune case di via Ottaviano  vengono catturati, gli uomini e i ragazzi sono allineati contro un muro e massacrati. Due sentinelle impedivano alle donne piangenti di avvicinarsi.
Si combatte in periferia e al centro; combattono uomini di ogni età  e di ogni ceto sociale, donne e perfino ragazzi.

E saranno proprio i ragazzi a diventare il simbolo dell’ insurrezione, perché  anche i ragazzi muoiono combattendo contro i tedeschi.

Gennaro Capuozzo ha soltanto 12 anni ed é di postazione ad una mitragliatrice
quando viene ucciso. La  medaglia d’oro concessa alla memoria dice: ” In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte,tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio, lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento
insieme al mitragliere che era al sua fianco”.
Fra via Roma, San Ferdinando e via Chiaia muoiono altri tre ragazzi che vanno all’assalto  di autoblindo e carri: sono Mario Menechini,  Pasquale Formisano e
Filippo  Illuminati, di 19, 17 e 13 anni. Altre tre medaglie   d’oro alla memoria.
Complessivamente per i combattenti delle 4 giornate sono assegnate tre medaglie di bronzo, sei d’argento e cinque  d’oro ( una alla città  e quattro alla memori ).
Si combatte a Chiaiano, a Soccavo e si combatte soprattutto al Vomero , uno degli epicentri del l’insurrezione. Qui agisce un forte nucleo agli ordini del professor Antonino Tarsia. Nel quartiere sono presenti 200 tedeschi con auto,  moto e camion; li comanda il maggiore Sakau  che, dopo i primi combattimenti della mattina del 28, ha ordinato un vasto rastrellamento.
Le pattuglie entrano nei palazzi, invadono le case, sequestrano chi non é riuscito a mettersi in salvo, sei sono uccisi sul posto, gli altri portati via.
Dopo poche ore un nuovo rastrellamento e nuove esecuzioni sommarie con molte vittime. 47 civili sono rinchiusi nello stadio del Vomero  sotto la minaccia di morte.


Da questo momento per gli insorti il problema più assillante é la liberazione degli insorti catturati. È una operazione rischiosa, ma deve essere affrontata per evitare un nuovo massacro: il piano viene preparato con l’aiuto di un giovane ufficiale, il capitano Vincenzo Stimolo che si é esso a disposizione degli insorti.
Stimolo, un valoroso che morirà sull’Appennino durante la Resistenza, raccoglie tutti gli uomini e li dispone  alcuni intorno al campo sportivo, altri sui tetti e alle finestre delle case adiacenti, mentre lui stesso con un altro gruppetto si sposta celermente da un punto all’ altro della zona:  il risultato è che i tedeschi credono di avere di fronte mezzi enormemente superiori, disorientati come sono da mille spari che vengono da ogni direzione.
L’ assedio si prolunga per tutta la notte e il giorno successivo, quando agli insorti giunge una mitragliatrice di rinforzo, con la quale viene tenuto sotto tiro  lo stadio e la palazzina rossa dei vigili del fuoco, dove il grosso delle forze tedesche si è asserragliato.
Passano ancora poche ore  e alla fine i tedeschi devono rassegnarsi: alzano bandiera bianca e chiedono di parlamentare.
Stimolo impone l’immediato rilascio dei prigionieri e in cambio offre una libera ritirata.
Il maggiore Sakau cade nel bluff degli insorti é frastornato, non ha il coraggio di decidere.

Chiede di consultarsi con il suo comandante. I napoletani accettano e saranno il capitano Stimolo ed il patriota Antonio Russo a ripetere l’ ultimatum al colonnello Scholl : “Vogliamo che ella lasci liberi gli ostaggi al campo sportivo e che ella e i suoi soldati lasciate subito la città “.
Dopo un attimo di esitazione Scholl risponde:”Accetto le vostre condizioni “.
È la prima volta nella storia dell’ Europa occupata che i tedeschi sono costretti a trattare con i ribelli e a negoziare la ritirata.
Le quattro giornate di Napoli hanno vinto, i nazisti ed i loro alleati fascisti sono stati battuti.