70 anni fa venivano trucidati “gli eroi di Cefalonia”

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Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 con il quale l’Italia si arrendeva alle truppe alleate(inglesi, americani e russi), con un drammatico “referendum” i dodicimila soldati  italiani che presidiavano Cefalonia agli ordini del generale Antonio Gandin decisero, con incredibile  coraggio e fierezza, nonostante  l’alternarsi di ordini confusi, di non cedere le armi ai tedeschi. 

Dopo una disperata battaglia contro truppe scelte germaniche e  sanguinose perdite ci fu una feroce esecuzione in massa dei soldati italiani, accusati di tradimento, da parte dei tedeschi.

Cercheremo di dare un ordine agli eventi per cercare di capire come si arrivò al massacro nonostante fosse stata accettata la resa.

Fra la fine del 1942 e la primavera del 1943 lo scacchiere  strategico delle isole greche fu rinforzato per sventare un minacciato sbarco  degli alleati nello scacchiere balcanico.
Dopo, a conflitto concluso, si é appreso che il ventilato attacco nel Mediterraneo orientale altro non era che un diversivo psicologico degli anglo-americani per confondere Hitler; ma allora che si trattasse di un inganno non lo si poteva sospettare. Pertanto gli italiani si impegnarono a rinforzare le difese lungo le interminabili coste elleniche per dimostrare ai comandi germanici che se difettavano di mezzi non mancavano di inventiva.
Il giorno 11  del mese di giugno del 1943 fu inviato ad Atene  il generale d’ armata Carlo Vecchiarelli con il suo stato maggiore. Era il nuovo comandante superiore delle  Forze Armate italiane in Grecia catapultato da Roma ad Atene per sostituire, in 24 ore, il generale Carlo Geloso responsabile di non  aver vigilato con rigore sulle attività  mondane di alcuni suoi dipendenti.

Cinque giorni dopo, il 16 giugno, giungeva ad Argostoli il generale Antonio Gandin, nuovo comandante della Acqui, che era molto stimato sia dagli alti comandi italiani che da quelli tedeschi .
Parlava correntemente la lingua tedesca.

La caduta di Mussolini  ( 25 luglio 1943 ) ebbe immediate ripercussioni in Grecia. Infatti con il pretesto che era necessaria una maggiore coesione operativa  l’11° armata  venne trasformata in armata mista italo-tedesca, passando alle dipendenze del Gruppo Armate tedesco E (Salonicco).
Vecchierelli, pur confermato comandante della nuova Grande Unità , fu costretto ad accettare che il suo staff venisse integrato con ufficiali della Wehrmacth.
Tra il 5 e il 10 agosto, nel quadro di questa strategia , sbarco’ un contingente  di truppe tedesche (1800 uomini e 25 ufficiali), comandato dal tenente colonnello Hans Barge  che si sistemarono a Lixuri e ad Argostoli.
La Acqui a quella data presidiava Cefalonia con 11.500 uomini di truppa e 525 ufficiali.
Anche se il rapporto di forze era a nostro favore ( 6 a 1 ) la presenza germanica  nell’ isola cominciò a provocare qualche frizione  fra  italiani e tedeschi, troppo diversi gli interessi e le abitudini delle due parti.
L’ ora dei regolamenti dei conti giunse ben presto, quando il maresciallo Badoglio , alle 19,45 dell’ 8 settembre  1943, annuncio’ alla radio che il nostro  Paese si era arreso agli  Alleati.
” Conseguentemente – concludeva il famoso annuncio – ogni atto  di ostilità  contro le forze anglo-americane deve cessare  da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però  reagiranno  a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza “.
Quanto sia stato nefasto questo comunicato non sarà mai sufficientemente sottolineato e spiegato. La sua ambigua formulazione provocò più vittime e più danni di quanti se ne erano già registrati in 39 mesi di conflitto.
Naturalmente  in grande difficoltà  si sarebbero venute a trovare le Grandi Unità  all’ estero, in Francia ma soprattutto nei Balcani (31 divisioni  con
670.000 uomini).
Ad Atene, il comandante Vecchiarelli, che  non fu colto alla sprovvista poiché  la sera precedente aveva ricevuto un preallarme dal Comando Supremo, trasmise a Cefalonia un primo radiogramma in cui ordinava: ” Seguito armistizio truppe italiane 11° Armata seguiranno seguente linea di condotta: se i tedeschi  non faranno atti di violenza armata, italiani non, dico non faranno causa con i ribelli nè con le truppe anglo-americane che sbarcassero. Reagiranno  con la forza a ogni violenza armata.”
L’ illusione che i tedeschi togliessero il disturbo senza creare difficoltà duro’ poco. Infatti Vecchiarelli non aveva ancora finito di firmare il primo ordine che già si trovo’ di fronte il capo di  Stato Maggiore germanico portatore di un aut-aut: non riconoscere l’armistizio del traditore Badoglio (quindi continuare a combattere a fianco dell’alleato tedesco) ovvero consegnare tutte le armi dell’11° Armata ai tedeschi.
A rendere la situazione ancora più confusa ci fu  un fonogramma dell’11 settembre proveniente da Brindisi, reso noto da Gandin il 14, in cui il comando Marina Brindisi ordina al generale che deve resistere con le armi alla intima zione tedesca di disarmo a Cefalonia, Corfù  ed altre isole.
La tensione aumentava a vista d’occhio per le strade, nei locali pubblici, negli uffici e negli accampamenti.

La situazione precipita il giorno 13 quando due motozzattere tedesche provenienti da Patrasso , cariche soprattutto di armi, furono affondate
dalla artiglieria degli italiani. Seguirono altri piccoli scontri armati finché  non si giunse alle decisioni irrevocabili.
Il generale Gandin, nella notte  tra il 13 ed il 14 settembre, abbandonando i rigidi principi militari, per essere certo di operare le giuste scelte indisse un referendum tra i suoi uomini. Il responso della Acqui fu unanime: la divisione non intendeva cedere le armi ai tedeschi.
Sommando questa indicazione “popolare” all’ordine ricevuto dal  Comando Supremo tramite  Marina Brindisi  Gandin  presentò a Barge un contro-ultimatum in piena regola:
“La divisione si rifiuta di eseguire mio ordine di radunar si nella zona di Sami , poiché essa teme di essere disarmata……..e vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazioni che essa possa  mantenere le sue armi…….Se ciò non avverrà  la Divisione preferirà combattere piuttosto che subire  l’onta della cessione delle armi.”


La frase di apertura di Gandin (La Divisione si rifiuta di eseguire mio ordine…) ha suscitato qualche perplessità  nel senso  che qualcuno ritiene che con essa sia stata fornita ad Hitler la motivazione per considerare la Acqui, in base al diritto internazionale una unità di ribelli. 
Si ritiene,invece,che Gandin, con tale precisazione, abbia voluto scoraggiare i tedeschi da qualsiasi tentativo di spaccare la Divisione con minacce o promesse. 
Va riconosciuto comunque che solo a Cefalonia la rappresaglia germanica fu estesa ai soldati, circa 5000.
La risposta  tedesca a Gandin non si fece attendere. Per prima cosa  Barge fu esonerato dal comando e sostituito da un “tecnico” in rappresaglie, il maggiore Harald von Hirschfeld  che sbarco’ a Cefalonia  con truppe scelte per eseguire la speciale operazione  Verrat (tradimento) dal 16 al 20 settembre.
Ma già il 15 settembre il Comando Supremo germanico emanava le seguenti direttive circa il trattamento da riservare agli italiani che oppongono resistenza o si intendono con il nemico o con i partigiani: gli ufficiali debbono essere fucilati; i sottufficiali e la truppa vanno avviati al fronte orientale per l’impiego nel servizio del lavoro.
Successivamente, tre giorni dopo, la misura venne ritenuta  troppo  benevola per la Acqui dallo stesso Hitler il quale, perciò, dispose che “A Cefalonia, a causa del comportamento insolente e proditorio tenuto dalla  guarnigione italiana, non dovrà essere fatto alcun prigioniero”.
È fu battaglia crudele e totale, perduta,però, in partenza dagli italiani perché soli, privi di aviazione e di marina.
Dopo una prima fase favorevole agli italiani, i tedeschi, grazie ai bombardamenti aerei, bbero il sopravvento. Durante i combattimenti gli aerei germanici assieme alle bombe lanciavano migliaia di manifestini che invitavano gli italiani a deporre le armi. In caso contrario chi verrà fatto prigioniero non potrà più ritornare in patria. 
Era l’avvertimento finale agli “ammutinati”.
Dopo aver letto uno di questi fogli Gandin che conosceva bene i tedeschi commento’: se perdiamo ci fucileranno tutti.
Nella terza ed ultima fase della battaglia(tra il 21 ed il 22 settembre )i tedeschi, piombando di sorpresa dalla zona montuosa, conquistano Argostoli a mezzogiorno del 22 settembre.
La resa senza condizioni è accordata agli italiani alle ore 14. Nel corso della lunga battaglia erano caduti: in combattimento 65 ufficiali e 1250 sottufficiali  e soldati; a seguito di esecuzioni sommarie 189 ufficiali e 5000 sottufficiali e soldati.
Sarebbe straziante seguire le tappe del martirio dei nostri eroici soldati a Cefalonia. 
Possiamo solo dire che appena cadevano prigionieri venivano insultati, spogliati,  rapinati e quindi incolonnati  come se a piedi dovessero raggiungere qualche località vicina.
Invece, durante la marcia, all”improvviso ricevevano l’alt e subito entravano in funzione le mitragliatrici e gli “avvoltoi” di Von Hirschfeld.

Così successe in varie località dell’ isola ma a Troianata venne battuto dai tedeschi il record dell’infamia con l’eliminazione di 31 ufficiali e 600 soldati.
Dopo la resa l’ unica  “correzione”  che von  Hirschfeld apporto’  fu quella di uccidere solo gli ufficiali.


Alle 7 del 24 settembre a San  Teodoro, dietro la  “casetta rossa” venne fucilato, dopo una corte marziale rapidissima, il generale Antonio Gandin.
Alla fucilazione del comandante  della divisione Acqui fece seguito quella di altri 128 ufficiali.
Impossibile descrivere la orrenda scena che andò avanti  dalle 8.30 alle ore  12.30 con le auto carrette  che portavano alla rinfusa i  “morituri”, il cappellano don  Romualdo Formato che li accoglieva e i plotoni di esecuzione tedeschi che preparavano  le armi per trucidarli , a gruppi di  quattro alla volta.
Un  sottufficiale germanico si preoccupava di prendere i nomi dei “condannati” Don  Formato, con disperazione, tentava di sottrarre qualcuno alla morte , avanzando le scuse  più  disparate, ma la risposta era quasi sempre la stessa: “Tradimento  Badoglio”.
Tutti a morte. Questo é l’ordine “.
L’operazione Cefalonia, come già é stato detto, era stata chiamata dai tedeschi Verrat(tradimento).

Ebbene, con una logica incomprensibile, ad un certo momento von  Hirrschfeld mandò un suo ufficiale  alla “casetta rossa” con la notizia che il Comando  Superiore germanico aveva stabilito di graziare tutti gli ufficiali trentini,  giuliani e dalmati, discriminazioni con evidenti finalità politiche: dopo l’otto settembre era scattato il piano, mascherato da impellenti esigenze belliche, per l’annessione al Reich dell’ Alto  Adige, della Venezia Giulia, di Fiume, Zara etc..
Comunque questa discriminazione fatta con malvagità  in quelle circostanze non sorti’ l’effetto sperato. Non ci  fu alcuna recriminazione fra gli ufficiali già pronti per essere fucilati. Anzi essi si sentirono più di prima fratelli ed italiani.
Qualche  ufficiale riuscì a cavarsela mostrando fotografie vicino a Mussolini o ad altri gerarchi.
All’ora di pranzo restavano da fucilare ancora tredici ufficiali. Padre Formato ritorno’ alla carica, avendo avuto la sensazione che il capo dei giustizieri era stato colto da crisi di scoramento.Venne ascoltato; in tal modo salirono a trentasette i condannati risparmiati.
L’indomani Von Hirschfeld  tocco’ il massimo dell’abiezione facendo prelevare dall’ ospedale sette ufficiali feriti e ammalati per farli fucilare alla “casetta rossa”. Era una punizione  per il fatto che il giorno prima due altri ufficiali erano evasi dall’ospedale. 
Aberrazioni. Ma non era finita. 
Pochi giorni  dopo sedici marinai su diciassette, che erano stati impiegati per esumare i cadaveri  degli ufficiali uccisi a S. Teodoro vennero a loro volta trucidati perché testimoni scomodi.
Per molti superstiti la gioia di essersi salvati duro’ meno di una settimana. Infatti le navi che li trasportavano verso la prigionia furono affondate tra settembre ed ottobre davanti a  Lardigo’,  Capo Munta e  Patrasso.
Alcuni superstiti raggiunsero i lager dell’ Europa orientale, altri vennero avviati prima a Salonicco e poi in Russia per essere adibiti a lavori pesanti, altri ancora, trattenuti come prigionieri nell’ isola ed adibiti a lavoro coatto diedero vita al “raggruppamento banditi Acqui” al comando di  “Penna Nera” che era il capitano Renzo Apollonio.

Dopo un anno di attività clandestina i “banditi della “Acqui” parteciparono dall ‘ 8 settembre 1944 alla cacciata dei tedeschi da Cefalonia.
Il 14 novembre 1944,  “Penna Nera” con 1286 uomini della vecchia Divisione, riuniti nel citato raggruppamento,sbarcò a Taranto con la propria bandiera e con le armi individuali e di reparto: unica unità  delle otto divisioni dislocate in Grecia nel 1943 cui sia stato tributato questo massimo riconoscimento.
Da quel momento l’ Acqui divenne una pratica più o meno fastidiosa perché  ha messo e mette in luce responsabilità e miserie di chi avrebbe avuto il dovere di salvare dalla morte 10.000 soldati coraggiosi.

Oggi, dopo una misurata concessione di medaglie d’oro alle bandiere dei  reparti di Cefalonia e di Corfù , l’epopea della Acqui sta trovando il suo giusto posto nelle sacre memori della  Patria.