50 anni fa l’onda della morte, la tragedia del Vajont

La tragedia che il 9 ottobre 1963 si abbatte’  sulle genti dell’ Udinese e del Bellunese prese nome da un torrente dell’Italia settentrionale, il Vajont, che nasce a 2472 m, dal monte Col Nudo, nelle prealpi Carniche e, dopo aver percorso una profonda forra, la cosiddetta Gola del Vajont, confluisce da sinistra  del Piave di fronte a Longarone.
In corrispondenza della gola, il torrente é sbarrato da una diga, costruita tra il 1956 e il  1960 su un progetto dell’inge
gnere milanese Carlo Semenza, dalla Società  Adriatica di Elettricità di Venezia, diga che costringeva le acque del Vajont  in un grande lago artificiale per la produzione di energia elettrica.

La tragedia avvenne alle 10,35 di sera.

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Di colpo, sulle rive del Piave  fino a Belluno, venne a mancare la luce mentre una poderosa e cupa raffica di vento percuoteva la vallata: con un’ondata apocalittica, le acque del lago avevano superato la diga precipitando, attraverso la gola, sul letto sottostante del fiume e abbattendosi su Longarone, su  Faè e su altri centri minori del fondovalle in provincia di Belluno.

La diga ha ceduto: questa fu la notizia che si diffuse immediatamente. La realtà, invece, era diversa.

Le caratteristiche della diga rappresentavano una serie di primati: era la più alta del mondo fra le dighe ad arco (ben 261,60 metri); spessa 22  metri alla base e 3,40 alla sommità , capace di invasare 168 milioni di metri cubi di acqua, costituiva un capolavoro ed un vanto  della tecnica italiana.

La diga non crollo’: l’improvviso straripamento era stato causato da una colossale frana che, per un lento smottamento del terreno, era precipitata nelle acque  del lago artificiale dal monte Toc,  sovrastante la sponda sinistra.
Così di colpo una valanga di acqua, stimata in 200.000 tonnellate,  si abbatte’ a monte e a valle, spazzando  via interi paesi e sbriciolando ogni opera  dell’uomo.
Poi le acque rifluirono nell’alveo del fiume, risucchiando persone e cose e lasciando dietro di sé  rovine a perdita d’occhio e cadaveri immersi in un mare di fango. I morti furono 1860, incalcolabile il numero dei feriti. Affrontato con straordinaria mobilitazione di militari, tecnici, funzionari il momento dell’emergenza, per organizzare i soccorsi  e ripristinare i servizi, si
cominciò a parlare  seriamente e apertamente di responsabilità  concretizzando così le accuse duramente espresse  dalla popolazione e da alcuni organi di stampa.

Non di  “tragico destino” si trattava o di “sfida della Natura” ma di chiara colpa degli uomini, cioè dei responsabili  della Società  idroelettrica veneziana, che avevano costruito la diga, attratti dall’ idea di ottenere, con una spesa relativamente modesta, un ricco serbatoio di alimentazione, nonostante chiari segni nel terreno (fenditure nella roccia che si dilatavano con regolare progressione ) e denunce di tecnici, accatastate negli archivi della SADE avessero avvertito che l’equilibrio  idrogeologico della zona era instabile.
Non solo: l’allarme per la incombente frana, non raccolto dalle autorità civili e dai responsabili della  Società, era stato dato fino a poche ore prima del disastro da tecnici volenterosi.

Si  giunse così nelle aule dei tribunali;  i processi si susseguirono ; l’ENEL fu condannata a rimborsare i danni, alcuni dei responsabili della SADE finirono in carcere. La sentenza civile definitiva fu emessa nel 1976, ben dodici anni dopo il disastro. Intanto frenetiche speculazioni erano sorte attorno al fiume di denaro che da ogni parte giungeva sulla zona del Vajont  per la ricostruzione.
Si scopri’ che parte dei fondi stanziati a favore dei paesi colpiti avevano preso altre vie.  Piovvero le comunicazioni giudiziarie e gli arresti per corruzione.
Altri processi e altri ritardi nella ricostruzione. L’ ultimo processo in ordine di tempo agli “avvoltoi ” de  Vajont , sull’illecito traffico di licenze per la ricostruzione, è del 1980.
Oggi la diga ed il lago sono inutilizzati, le vittime di quello che il giudice definì nella sentenza “dramma  dell’ imperizia, dell’imprudenza e della negligenza” giacciono nei cimiteri lungo il Piave.


In quanto ai superstiti,  molti sostengono che i processi non hanno reso piena giustizia e che l’opera di ricostruzione é stata condotta con metodi speculativi su cui si sono incontrati gli interessi del potere economico e di gruppi politici.

Al nord come al sud in Italia  ci si arricchisce  sfruttando  le catastrofi.