16 Ottobre ’43: la tragedia del ghetto di Roma ed il silenzio di Pio XII

Il colpo sferrato agli  ebrei proprio nel giorno della settimana che, per una tradizione che risale a Mose’, essi dedicano al riposo(il sabato), veniva chiamato dalla Nel gergo della Gestapo Samstagschlag o sorpresa del sabato,.

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Ed avvenne proprio di sabato, il 9 ottobre 1943 la prima deportazione di ebrei italiani, quella di Trieste e fu ancora un sabato,(16 ottobre) quando a Roma, in un’alba tiepida e piovosa, i tedeschi circondano l ‘ex ghetto e arrestano 1259 ebrei di ogni età e condizione: 363 uomini e 896 donne e bambini,  rinchiudendoli in una scuola militare nell’attesa di deportarli allo sterminio.

Dopo un meticoloso esame delle carte di identità  e di altri documenti di riconoscimento, i tedeschi rimettono in libertà 252 persone: coniugi e figli di matrimoni misti, i coinquilini  e il personale di servizio ritenuti  “ariani” e gli ebrei stranieri.
Lunedì 18 ottobre, 1007 deportati, compresa un’infermiera cattolica che,per non abbandonare un orfanello ebreo affidato alle sue cure, vuole volontariamente seguire la sorte del gruppo – sono caricati su treni merci per il loro ultimo viaggio, quello ad  Auschwitz.
Nessuno dei bimbi si salverà; torneranno  soltanto 14  uomini e una donna.


In Italia l’autunno del 1943  è triste e tragico. 
La repubblica di Salo’ funziona da poche settimane fra scetticismo e indifferenza; Umberto Calosso da radio
Londra la definisce “repubblichina”, termine destinato a restare.
I tedeschi vogliono che  sia un governo fantoccio che serva da copertura ai loro crimini.
Questo rapporto servo- padrone consente ai nazisti di applicare indisturbati anche all’Italia la “soluzione finale del problema ebraico “.
Subito dopo l’armistizio di settembre  razzie di ebrei sono state compiute dai tedeschi in varie città d’Italia ma il maggior obiettivo é Roma  perché qui si trova il nucleo più numeroso degli israeliti italiani: 12.799 persone censite nell’agosto del 1938.
Secondo metodi già sperimentati in tutta Europa i nazisti, prima di annientarle fisicamente, rapinano le loro vittime.

Il 26 settembre impongono alla Comunità Israelitica di Roma una taglia di 50 chili di oro(valore di oltre 16 milioni di allora) minacciando, in caso contrario, la deportazione di 300 ebrei scelti a caso.
Negli stessi giorni l’ Ufficio centrale per la sicurezza del Reich”, che é diretto da Eichmann e si occupa delle questioni razziali, decide  che tutti gli ebrei romani dovranno essere portati in Polonia e sterminati.
Secondo lo scrittore israelita Michael Taglicozzo, l’ordine di deportazione fu impartito da Himmler al maggiore delle SS  Kappler che comandava l’ SD di Roma e sarà in seguito il responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine.

Da Berlino viene mandato a Roma uno “specialista”, il  capitano Theo Dannecker che ha a disposizione un forte contingente di uomini della polizia di sicurezza, guidati da nove ufficiali e trenta sottoufficiali.
Dannecker, giunto a Roma nella prima metà di ottobre ebbe aiuti nella prima fase da Kappler e dal colonnello delle SS Dollmann, rappresentante diplomatico di  Himmler in Italia; in una seconda fase  gli elenchi degli ebrei romani furono forniti dalla federazione dei fasci dell’ Urbe.
La razzia comincia alle 5,30 del mattino del 16 ottobre quando già da un’ora gli uomini di Dannecker e di Kappler piantonano le strade dell’ ex ghetto.
Pattuglie, composte da due a sei militi, giungono alle case segnalate per prelevare  gli abitanti.
Alle vittime viene esibito un biglietto dattiloscritto  in cui si evidenzia  che è necessario portare viveri per almeno otto giorni, carte di identità , tessere annonarie,  una valigetta con effetti e biancheria personali, coperte.
Che gli ammalati anche casi gravissimi  non possono per nessun motivo rimanere in casa; tempo per la preparazione venti minuti.
Bimbi seminudi,  vecchi cascanti, donne scarmigliate e discinte, malati, neonati, tutti senza eccezione vengono spinti giù per le scale, a colpi di calcio di fucile accompagnati dalle solite incitazioni, “raus, raus “, caricati sui neri camion militari, fagotti e figure nere nella luce che tarda a farsi strada nel cielo plumbeo dell’alba.

Gli autocarri , una volta riempiti, si diressero verso la Scuola Militare che si trova sul lungotevere, ove furono sistemati poco meno di 1300 persone.
Il  numero dei catturati non sarà quello che i nazisti avevano previsto poiché secondo Kappler  “Il comportamento dei cittadini  romani  é stato caratterizzato da chiari sintomi di resistenza passiva che in molti casi é addirittura sfociata in aiuto attivo”.
Non é possibile enumerare i tanti eroici atti di persone comuni che hanno salvato bimbi o ragazzi; per questo ci sono libri  che fanno il resoconto dei singoli episodi.
Verso mezzogiorno tutti i razziati sono rinchiusi negli angusti locali del Collegio Militare di via della  Lungara.
Nel pomeriggio, alle 15, gli israeliti vengono separati: da una parte gli uomini, dall’altra le donne con i bambini. 
Due SS  hanno l’ incarico di ammassarli negli squallidi locali dell’edificio, aule, corridoi, palestre dove é stata gettata un po’ di paglia.
Per impedire sia le evasioni che i contatti con l’esterno porte e finestre sono state inchiodate. Dormivano tutti per terra ; c’erano dei bambini ed anche dei malati secondo le dichiarazioni di qualche sopravvissuto. 
Le SS picchiavano e gridavano.
Un sottufficiale  dell’esercito italiano, detenuto alla Lungara per non aver voluto aderire alla repubblica di Salo’, cerca di dare del pane ad un bambino ebreo ma viene percosso e allontanato da una SS.
Nella notte tra sabato e domenica sono rilasciate 252 persone e nessuno è riuscito a sapere  il perché di tanta generosità tedesca.

Al mattino del 17, quando gli ebrei arrestati non toccano cibo da 24 ore, i tedeschi decidono  di mandare una squadra di SS , accompagnata da uno dei prigionieri che funge da interprete, nelle case abbandonate alla ricerca di viveri.  Poiché  invece le SS  si occupano soltanto di fare man bassa su quanto di prezioso trovano negli alloggi, i carcerieri sono costretti ad acquistare, naturalmente col denaro rubato agli ebrei, due quintali di pane.
Le vittime sono depredate di tutti i loro averi

Arminio Wachberger, uno dei sopravvissuti riferisce che il comandante delle SS  gli ordino’ di salire su un tavolo e di tradurre ai mille ebrei queste parole: ” Voi partirete per un campo di lavoro in Germania. Gli uomini lavoreranno, le donne baderanno ai bambini e si occuperanno delle  faccende di casa. Ma ciò che avete portato con voi, i soldi ed i preziosi, potrà servire a migliorare la vostra situazione. Comincerete a  consegnare all’amministrazione, che si occuperà delle vostre sostanze, tutto il denaro ed i gioielli. Se qualcuno cercasse di nasconderli sarà passato per le armi. Mettete, dunque, nella mano destra i preziosi e nella sinistra i soldi,  passerete in fila e mi consegnerete tutto”.
Di fianco al comandante fu sistemata una cassa in cui  egli disponeva il bottino ma quando vedeva un bel gioiello se lo metteva semplicemente in tasca.

In questa domenica 17, nel rapporto del mattino, Kappler informa il generale Wolff dei  risultati; comunica che sono stati presi soltanto 900 ebrei, che la cifra poco elevata si spiega con il fatto che i discendenti  dei matrimoni misti non sono stati arrestati; che l’azione si  é conclusa alle ore 12 antimeridiane; che il trasferimento degli ebrei é previsto per le ore  10 del giorno 18; che  nessun incidente particolare é da segnalare.
Un treno con  diciotto carri  bestiame é già pronto  alla stazione ferroviaria di Roma-Tiburtina ove gli ebrei vengono portati con i camion e stivati in 50-60 ogni vagone, senza cibo e con pochissima acqua.
Dopo una attesa di circa sei ore , alle ore 14,05,  il tragico convoglio si mette in moto sull’itinerario Roma-Chiusi-Firenze: nel pomeriggio di  martedì 19 il treno è a Padova, dove sosta 20 minuti, infine prosegue per il Brennero  giungendovi  il giorno 20, mercoledì.
Qui i carri -bestiame  vengono aperti  per contare ancora una volta i prigionieri e il cadavere di una vecchia deceduta  durante il tragitto  è lasciato dai tedeschi dentro un vagone. Il viaggio infernale duro’ sei giorni.
A questo primo convoglio verso la morte , carico di oltre  seicento ebrei, ne seguirono altri due  a distanza di circa 24 ore  l’ uno dall’ altro .
A Roma  la razzia solleva  commozione e indignazione . Soltanto i fascisti, che si erano offerti di partecipare  con propri reparti alla “Judenaktion” ma erano stati respinti, dicono sui loro giornali che ” oggi come ieri  il fascismo considera Israele uno dei suoi mortali nemici e il  pericolo ebraico uno dei più sinistri fra tutti quelli che incombono sulla nostra Nazione in queste ore decisive”.

La stampa clandestina dei partiti condanna il delitto: “l’Italia libera , organo del  Partito d’Azione, scrive: “Finché l’Europa non sarà liberata da questo incubo non vi sarà speranza di pace “; questi soldati nazisti e i loro servi, spioni, sicari e fascisti, debbono essere ammutoliti  per sempre in questa stessa terra che osano profanare con tanta vergogna”.
Scrive l’Unita’: “… non si deve tollerare che si ripeta  a Roma  l’orrendo misfatto di intere  famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e di fame”. Non si era ancora a conoscenza delle atrocità e dei misfatti commessi nei campi di concentramento .
                       

LA POSIZIONE DEL VATICANO

Il turbamento e la pietà  penetrano anche in Vaticano. Lo stesso giorno della razzia  il vescovo austriaco Hudal , rettore della chiesa cattolica tedesca di Roma, invia al generale Stahel una lettera in cui prospetta l’eventualità che il Pontefice assuma una posizione di critica e di condanna:  “….La prego vivamente di dare ordini perché tali arresti vengano subito sospesi sia a Roma che nei dintorni; in caso contrario temo che il Papa finisca per prendere pubblicamente posizione contro questi arresti, la qual cosa  diventerebbe  senza dubbio un’arma per la propaganda nemica contro noi tedeschi “.

Anche von Weizsacker, ambasciatore tedesco in Vaticano  e che ha già fatto trasmettere a Berlino il testo di questa lettera, esterna l’indomani, domenica 17, il timore che il Papa possa intervenire con una dichiarazione pubblica:
“La Curia è particolarmente costernata”, telegrafa a Ribbentrop, “in considerazione che tutto é avvenuto sotto le finestre del  Papa. La reazione sarebbe eventualmente attenuata se gli ebrei venissero  adibiti  al lavoro qui in
Italia. Gli ambienti a noi ostili di Roma approfittano dell’ accaduto per forzare il Vaticano ad uscire dal suo riserbo. È  noto che i vescovi delle città francesi dove si erano verificate azioni analoghe abbiano preso nettamente posizione.
Il Papa, nella sua qualità di pastore supremo della  Chiesa e di vescovo di Roma, non potrà mostrarsi più discreto di loro. Nondimeno si fa un confronto tra il temperamento più vivo di Pio  XI e quello dell’attuale  Pontefice.
Senza dubbio la propaganda dei nostri nemici all’ estero si gioverà  di questa vertenza per turbare le relazioni pacifiche che intercorrono tra noi e la Curia”.

Invece il Papa,smentendo  von  Weizsacker , si rivela più discreto dei  vescovi francesi e tace.
Questo atteggiamento di Pio XII solleverà,nel dopoguerra, accese polemiche specie dopo che il cattolico Mauriac scriverà , con dolente crudezza,  che “non abbiamo avuto il conforto di sentire il successore del Galileo,  Simone Pietro, condannare  con parola netta e  chiara, e  non con allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli fratelli del Signore”.
Da una parte si sosterrà che il Papa, con un suo intervento, avrebbe potuto se non impedire la razzia almeno limitarne le conseguenze;  dall’ altra si dirà che una denuncia aperta del genocidio avrebbe avuto, come unico risultato, la rottura fra  Vaticano e Berlino e il rincrudimento delle pene per gli ebrei(che cosa avrebbero dovuto fare di più i tedeschi per rendere più crudele quello che è  stato fatto?).

A questo proposito il gesuita padre A. Martini, ne “La Civiltà  Cattolica”  del 6 giugno 1964, rileverà il fatto che gli ebrei di Roma, in lettere indirizzate al Papa nell’ ottobre-novembre 1943, subito dopo la razzia, non gli chiedevano gesti spettacolari ma di far loro avere notizie dei deportati, di far giungere loro dei soccorsi.
Tuttavia la testimonianza di uno dei quindici scampati-riferita da Michael  Tagliacozzo dice che la speranza di un intervento risolutivo del Papa accompagnò le vittime,ostinatamente, sino alle porte delle camere a gas: ” gli ebrei di Roma adibiti, nel  febbraio 1944, allo sgombero delle macerie dell’ex ghetto di Varsavia, ogniqualvolta scorgevano un sacerdote cattolico, credevano che fosse un messo del Vaticano portatore dell’ attesa notizia”.

Su un piano più strettamente politico, padre Martini ribadirà che Pio XII,di fronte allo sterminio degli ebrei, fece sua la regola del predecessore Benedetto XV durante il primo conflitto mondiale; di protestare universalmente contro l’ ingiustizia e la violenza dovunque fossero commessi.
Durante una guerra , una protesta del  Papa viene sempre sfruttata senza alcuno scrupolo da una parte contro l’ altra in senso meramente politico.
Ma Hochhuth, nel suo dramma  Il Vicario, risponderà indirettamente chiedendo che cosa aveva avuto a che fare, con la guerra,  lo sterminio degli ebrei: “Auschwitz e le gigantesche  fosse  comuni di fucilati sono campi di battaglia?”.
Una decina di giorni dopo la razzia l’ Osservatore  Romano, nel numero del 25-26 ottobre, in un corsivo di prima pagina intitolato “La carità del  Santo Padre”, fa un cautissimo accenno al fatto scrivendo che “la carità universalmente paterna del Sommo Pontefice…. non si  arresta  davanti ad alcun confine né di nazionalità, né di religione, né di stirpe….”.
Questo comunicato che fa uso dello stile tipico del Vaticano, ossia uno stile assai contorto e nebuloso, é tanto incomprensibile che solo poche persone riuscirebbero a trovarvi qualche particolare riferimento agli ebrei.
Il già citato von  Weizsacker  dice che: “benché spinto da più parti, il  Papa non si é  ancora lasciato trascinare ad alcuna  dichiarazione dimostrativa contro la deportazione  degli ebrei di  Roma.
Sebbene Egli debba aspettarsi  che un tale atteggiamento gli sia rinfacciato dai nostri nemici e che venga sfruttato dagli  ambienti protestanti dei Paesi anglosassoni nella loro propaganda contro il cattolicesimo, Egli ha fatto il
possibile in questa delicata questione per non mettere alla prova le relazioni con il governo tedesco e gli ambienti tedeschi di Roma.
Siccome, indubbiamente -dice  von Weizsacker- non vi sarà più motivo  di ulteriori  azioni tedesche a Roma contro gli ebrei,  si può ritenere che tale questione,  spiacevole per le relazioni tra il  Reich ed il  Vaticano, sia liquidata…”

Su questo punto von  Weizsacker  sbagliava.
La deportazione degli ebrei romani non ebbe fine con l’azione del 16 ottobre 1943.

Al termine  dei nove mesi  della occupazione nazista, 2091 israeliti della Capitale sarebbero finiti nei campi di sterminio e di la’ sarebbero tornati soltanto 73 uomini e 28 donne, così come testimonia la relazione  del presidente della  Comunità  Israelitica di Roma,  Foa’.
Quanto al silenzio del  Vaticano, invece,  esso sarebbe durato ancora all’ indomani della strage delle  Fosse Ardeatine.