Mezzo secolo fa l’assassinio di J.F.K.: tra i sospetti di un grande complotto

pa_banner

Dallas: alle 13,30 del 22 novembre ’63, l’agenzia  UPI  annuncia in tre parole la morte di John Fitzgerald Kennedy.
I fatti sono stati ricostruiti e analizzati infinite volte: i colpi di fucile contro l’auto presidenziale, il disperato tentativo di salvare un uomo clinicamente già 
morto, l’arresto di Lee Harvey Oswald, presunto assassino.

Ma a cinquanta anni di distanza, la verità é ancora tutta da scoprire: una lunga catena di delitti, iniziata due giorni dopo l’attentato con l’ uccisione di Oswald da parte di Jack Ruby, lascia immaginare la dimensione del complotto.
La commissione nominata dal nuovo presidente Johnson subito dopo l’attentato e presieduta dal capo della  Corte Suprema, Earl Warren, pubblico’
nel settembre del 1964 un rapporto in cui si attribuiva al solo Oswald, disadattato cronico, la responsabilità dell’assassinio.
Questa versione non convinse l’America: da un sondaggio Gallup del 1977 risultò che l’80 per cento della popolazione statunitense non credeva alla storia del mitomane isolato.

L’ipotesi che Oswald avesse agito da solo faceva acqua da tutte le parti.

Secondo la versione Warren l’assassino, appostato a una finestra del quinto piano di un vecchio deposito, aveva sparato tre colpi, di cui uno solo a vuoto, con un fucile Mannlicher Carcano modello 91/38, calibro 6,5.
Il primo proiettile aveva colpito Kennedy alla nuca, era uscito dalla gola, aveva passato da parte a parte il governatore del Texas John B. Connally, seduto davanti al presidente e gli aveva infine attraversato un polso e scalfito una coscia. Dopo questo incredibile tragitto, la pallottola fu trovata intatta sulla barella usata per trasportare Connally all’ospedale, dove il governatore fu salvato per miracolo.

La commissione non era sicura al cento per cento che un proiettile avesse potuto trapassare due corpi senza appiattirsi, ma non accetto’ mai l’ipotesi

che i colpi fossero stati quattro : era già difficile provare che un solo killer aveva mirato e fatto fuoco tre volte in poco più di cinque secondi su un bersaglio mobile distante 55 metri al primo sparo e 81 all’ultimo, con un fucile del 1940: impossibile attribuire al prodigioso tiratore un quarto colpo, anche se a vuoto.
La commissione Warren non tenne conto di varie testimonianze di medici, che avevano indicato una diversa direzione di provenienza del proiettile, di Jacqueline che racconto’ che suo marito stava salutando la folla a destra, dalla parte della collinetta, quando si portò le mani alla gola, come se gli avessero sparato da quella direzione.
Altri testimoni  videro sangue e brandelli di carne schizzare verso sinistra, segno che il presidente era stato colpito da destra, cioè dal poggio.
La commissione Warren non mise agli atti queste ed altre testimonianze e cedde perciò nel sospetto di parzialità .
Fu il procuratore di New Orleans, Jim 
Garrison, il magistrato che si dimostrò più combattivo nella critica del rapporto ufficiale, ma le sue indagini furono ostacolate da vari tentativi di insabbiamento.

La sparizione di numerosi verbali, tra cui quelli degli interrogatori di Oswald, fu denunciata dal giornalista Sylvan Fox, che nel 1965 vinse il premio Pulitzer con l’inchiesta intitolata “Le domande rimaste senza risposta nell’ assassinio di Kennedy “. Molte testimonianze furono manipolate e tenute nascoste al solo scopo di dare credito alla linea che portava acqua alla commissione Warren.
I lavori non erano ancora conclusi, quando uno dei colleghi di Warren, il futuro presidente Gerald Ford, scandalizzo’ gli altri membri della commissione sostenendo che “forze esterne” premevano perché fosse avallata la versione del mitomane isolato.
La bomba tuttavia esplose nel 1975 quando il direttore della polizia federale, Clarence Kelley, ammise che, due settimane prima dell’assassinio, Oswald aveva recapitato a mano una lettera minatoria all’ufficio dell’FBI di Dallas, per dissuadere gli agenti dall’intero gare ancora sua moglie di origine russa.
La lettera fu distrutta per ordine dell’allora capo dell’FBI Edgardo J. Hoover.
Anche la commissione Warren era venuta a conoscenza  di questa grave irregolarità ma non l’aveva inclusa nel rapporto: fu uno dei suoi membri, Allen
Dulles, ex direttore della CIA, a insistere perché il particolare non fosse approfondito.
Dopo la dichiarazione di Kelley non fu più possibile rinviare l’apertura di una nuova inchiesta per accertare i rapporti fra Oswald, l’FBI e Jack Ruby.
Nessuno aveva mai creduto che quest’ultimo avesse ucciso Oswald, come affermò egli stesso, per risparmiare a Jacqueline  la sofferenza di tornare
a Dallas come testimone al processo del presunto assassino.
Anche se Rubinstein sostenne fino alla morte di non aver mai frequentato Oswald, l’ex marine era stato visto più volte nel suo locale, il Carousel.
Alla fine del 1978 la commissione nominata dalla Camera dei rappresentanti per indagare sugli attentati a John Kennedy e a Martin Luther King, stabilì
che a Dallas furono sparati quattro colpi da almeno due tiratori: lo provava una registrazione fortuita della sparatoria. Un complotto, dunque, c’era stato,
ma non fu possibile definirò nei dettagli. Nel rapporto finale si dice soltanto che “singoli membri dei gruppi anticastristi e della mafia potrebbero aver fatto parte della cospirazione”.

Chi aveva dunque interesse a sopprimere Kennedy ? Per cinquanta anni si é cercato di rispondere a questa domanda ma il numero degli indiziati è così alto da rendere sempre più difficile la ricerca della verità.
La politica di apertura di Kennedy e ava certamente allarmato molti personaggi di rilievo. Non piacquero ai conservatori e ai nazionalisti la sua visione degli affari esteri riassunta in dodici punti  ne “La strategia della pace, 1960″, ne’ il tentativo di distensione con l’Unione Sovietica e la cooperazione
commerciale con l’Europa, mentre nella politica interna la “nuova frontiera” kennediana aveva ridato dignità civile alle classi più povere e combattuto il
razzismo con la legge sulla parità dei diritti tra bianchi e negri suscitando le ostilità delle destre.
Alle elezioni del 1960, il programma del giovane candidato democratico aveva raccolto un consenso straordinario proprio fra le minoranze razziali e religiose, i negri, i cattolici e gli ebrei.
Ma la vittoria contro Nixon fu “miracolosa”, come la definì lo stesso Kennedy, e nel corso della sua amministrazione molti episodi minacciarono di offuscare la sua popolarità anche fra i progressisti: il fallito tentativo di rovesciare Fidel Castro con lo sbarco nella Baia dei Porci, il 17 aprile 1961, la difficile trattativa con i sovietici per i missili a Cuba nell’ottobre del 1962, l’invio di consulenti militari e rifornimenti al Vietnam del Sud, allora sotto la dittatura di Ngo Dinh Diem, senza contare gli scandali minori, come le voci sulle sue relazioni extraconiugali con  Marilyn Monroe e altre donne.
Proprio a Dallas gli oppositori di Kennedy trovarono terreno fertile.
Il capo dei democratici del Texas, Ralph Yarborough, era stato messo in minoranza dal governatore Connally, alleato dei petrolieri e degli industriali, per il quale la visita del presidente era quasi una seccatura.
Gli estremisti di Dallas, città razzista  e violenta, avevano preso a sputi e minacciato l’ambasciatore americano all’ONU, Adlai E. Stevenson politicamente vicino a Kennedy , un mese prima dell’attentato.
Il presidente fu accolto con manifestazioni di simpatia, ma anche di ostilità.

Su un volantino apparve la sua foto accompagnata dalla scritta “Ricercato per tradimento”; “Seppelliamo re John”, diceva un cartello all’aeroporto, mentre il Morning News, un giornale di destra,  pubblico’ addirittura un necrologio di Kennedy.

LE  VARIE IPOTESI SULL’ATTENTATO
Una ipotesi che non va scartata é quella che la John Birch Society avesse partecipato al complotto, ma non si é mai trovata una connessione certa tra
il  “filosovietico” Oswald  e questa organizzazione di estrema destra.
Nel 1977  lo stesso finanziatore dell’associazione sovversiva, il petroliere miliardario Haroldson  L. Hunt , di Dallas, fu sospettato di essere fra i mandanti dell’attentato.
Una pista più fruttuosa fu quella del KGB. Oswald aveva prestato servizio nei Marines ad Atsugi, in Giappone , come operatore radar. Secondo lo scrittore Eduard  Jay Epstein, sarebbe stato facile per lui seguire gli atterraggi e i decolli dell’aereo spia  U-2 e raccogliere informazioni più o meno riservate.
Quando nel 1959 giunse a Mosca, dove chiese la cittadinanza sovietica,  Oswald avrebbe collaborato con i servizi segreti dell’URSS fino all’abbattimento dell’U-2 ( 1 maggio 1960).  Per un  anno intero non si seppe più nulla di lui. Rimpatrio’ nel giugno 1962 con Marina Nikolaevna Prusakova, che aveva sposato in aprile. Forse, insinuo’ Epstein, il KGB lo aveva rimandato negli USA con il compito preciso di uccidere Kennedy; ma anche questa ipotesi non fu mai provata.
Altri dissero invece che Oswald lavorava per l’FBI : lo stesso De Gaulle, come riferisce lo storico francese Raymond Tournoux ne “La tragedia del generale”, affermò che il delitto di Dallas era  “un lavoro della polizia e un frutto della esasperazione razziale”.

Ma la maggiore indiziata fu senza dubbio la CIA, che aveva molte ragioni per volere la morte del presidente.
Nel settembre del 1963 Kennedy aveva incaricato il rappresentante diplomatico degli Stati Uniti in Guinea, William Atwood, di stabilire un accordo
con Cuba per evitare nuove crisi.
La CIA era informata del negoziato e ricevette l’ordine di interromperlo con ogni mezzo. Da chi ? Dopo la morte del presidente Castro chiese di continuare le trattative ma Johnson non ne volle sapere. Era dunque il vice di Kennedy il mandante dell’attentato ? Non fu mai azzardata un’accusa così grave, sebbene fosse noto il risentimento di Johnson  nei confronti del presidente che lo aveva scelto come numero due per sottrargli il potere di cui godeva al  Senato.
Tre anni dopo Flecter L. Prouty, un ex colonnello di aviazione che all’epoca dell’attentato  teneva i collegamenti fra la CIA e il Pentagono, rivelò che
Kennedy , dopo una inchiesta sulla fallimentare spedizione nella Baia dei Porci, aveva deciso di passare ai capi di stato maggiore ogni operazione segreta di un certo rilievo, esautorando la CIA. Questo sarebbe bastato, secondo Prouty, per farsi condannare a morte dai servizi segreti.

Altre irregolarità  e delitti della CIA vennero a galla nel1975 con le indagini della commissione senatoriale guidata da Frank Church .

Prima dei fatti connessi all’episodio della Baia dei Porci, Kennedy e un senatore della Florida, George Smather, avevano progettato di uccidere
Castro. Il complotto sarebbe stato organizzato dalla CIA ma anche la mafia era interessata  a eliminare il leader della rivoluzione cubana, che aveva ripulito l’isola dal traffico di stupefacenti, dalle bische e dalla prostituzione.
L’accordo fra “Cosa Nostra” e i servizi segreti fu facile: capi della cospirazione divennero Salvatore “Sam” Giancana (erede di Al Capone a Chicago), Johnny Roselli e Santo Trafficante, boss della Florida e responsabile  del traffico di droga.
Allo stesso progetto lavorava nell’ombra un altro pezzo da novanta, Carlos Marcello ( pseudonimo di Calogero Minacori), che nella Cuba di Fulgencio Batista aveva controllato il maggior numero delle case da gioco e lo spaccio di stupefacenti.
Kennedy tuttavia, preoccupato per le possibili conseguenze dell’attentato a Castro, aveva fatto marcia indietro.
Già  quando era senatore aveva combattuto con il fratello Bob il crimine organizzato ed era riuscito a mandare in galera Jimmy Hoffa, presidente
dell’Unione autotrasportatori e personaggio chiave nei rapporti fra il gangsterismo e i sindacati.

Durante la campagna elettorale, invece, Kennedy era diventato amico di Frank Sinatra e di altri personaggi legati alla mafia; si dice che l’avesse fatto
per raccogliere voti fra gli italoamericani. Di fronte al nuovo voltafaccia del presidente la CIA e la mafia adottarono un mezzo di indubbia efficacia: il ricatto.
Sinatra gli presentò  un’amante di Sam Giancana, Judith Campbell Exner, con la quale Kennedy ebbe una relazione fin troppo scoperta.
Il caso venne sfruttato anche dalla polizia federale .  

Il capo dell’FBI, Edgar J. Hoover, famoso per il suo fanatismo contro i negri  e i comunisti ( la sua parola era stata determinante nel processo contro i coniugi Rosemberg), minacciò di raccontare tutto ai giornali se il presidente gli avesse impedito di perseguitare Martin Luther King, che John e Bob Kennedy avevano difeso in più occasioni.
Il presidente fu costretto a cedere al duplice ricatto, ma l’attentato a Castro fallì ugualmente. Quando il senatore Smather sottopose  a Kennedy  un nuovo progetto di assassinio, egli non ne volle più sapere. Ruppe con Smather, con la CIA, con la mafia e divenne un nemico anche dei controrivoluzionari cubani che si sentirono traditi dopo il fallimento della Baia dei Porci.

Lo sfregio estremo al crimine organizzato fu l’arresto di Sam Giancana, ordinato poco prima di Dallas da Bob Kennedy, allora ministro della Giustizia.

Secondo una ulteriore ipotesi mai provata, la mafia avrebbe deciso di uccidere il presidente, d’accordo con alcuni elementi della CIA e con qualche  anticastrista ( come Frank Sturgis, implicato più tardi anche nello scandalo Watergate).
Il giornalista olandese Willem Oltmans affermò, davanti alla commissione della Camera, che del complotto fecero parte anche uomini della polizia federale e alcuni petrolieri texani,  fra cui Hunt e Logue.
Nell’estate  del  1963 Santo Trafficante, che aveva partecipato con Giancana al fallito attentato contro Castro, disse a un esiliato cubano che
Kennedy  sarebbe stato abbattuto.
Quando l’House Assassination Committee lo interrogo’ sul significato della sua affermazione, Trafficante fece scena muta.
Preferiva essere arrestato per oltraggio al Congresso che far la fine dei suoi compagni: Giancana ucciso a pistolettate nel 1975, Roselli trovato morto in un bidone di benzina al largo di Miami, Hoffa sparito.
I tre avrebbero dovuto deporre davanti  all’ Assassination Committee e alla commissione Church, ma la mafia o forse la CIA, impedì loro di indicare i mandanti del complotto.
Un altro personaggio chiave della cospirazione,  il misterioso George de Mohrenschildt, morì a Palm Beach, in Florida, nel 1977, apparentemente suicida. Aveva promesso di raccontare agli inquirenti la verità sul complotto contro Kennedy.
La sua morte ha chiuso una delle ultime possibilità  di far luce sul caso.

Nell’ omertà e nella soppressione dei testimoni si riconosce lo stile della mafia; ma probabilmente non si potrà mai dare consistenza a nessuna delle ipotesi elencate.

Fra tutte queste tracce si fa purtroppo strada il sospetto che un’America “sommersa”, forse più estesa di quanto si possa immaginare, abbia paura della verità  e continui a fare di tutto per tenerla nascosta.