Da che parte vuoi stare?

Comincia tutto con uno scricchiolio impercettibile, poi si ha un piccolo cedimento, che crea una crepa attraverso cui s’infiltra “l’iniezione letale”. Sembra andare tutto bene e, a parte qualche sintomo di malessere qua e là, lo Stato è ancora in piedi. I notiziari forniscono qualche dato statistico: un piccolo aumento della disoccupazione, un piccolo aumento delle tasse, il PIL cala, ma tutto va bene. Lo Stato si regge ancora… almeno apparentemente. Tutto scorre “normalmente”, la vita continua e ognuno affronta la propria giornata come meglio può.

“Cambiano” le leggi, “cambiano” i governi… e i politici di mestiere dicono di voler riformare lo Stato per migliorarne le sue funzioni.

Intanto, aumentano ancora le tasse, aumenta ancora la disoccupazione; i notiziari ne parlano ma tranquillizzano gli ascoltatori: “Non c’è niente di cui preoccuparsi, la maggioranza è solida, e il governo effettuerà, così come ha programmato, le “riforme condivise” e, lo Stato, si farà garante delle coperture finanziarie necessarie per realizzare il “cambiamento”. Passa del tempo, e gli effetti sono nuovamente calo del PIL (con cifre vicine allo zero), aumentano ulteriormente le tasse dai nomi più disparati (IMU, TARSU, TARES, TARI, etc.), aumentano le accise sul carburante, aumentano i licenziamenti e le casse integrazioni; la disoccupazione sale in maniera rilevante.

I telegiornali, e le principali testate giornalistiche, ne parlano, ma confidano che la classe dirigente troverà e fornirà le opportune soluzioni agli innumerevoli problemi che affliggono il Paese.

Le diverse manifestazioni pacifiche di dissenso ( V-day, No B-day, il c.d. popolo delle carriole dell’Aquila, i movimenti studenteschi contro la riforma Moratti-Gelmini, gli operai FIAT di Termini Imerese, gli operatori di volo ALITALIA, gli operai dell’ALCOA, i pastori sardi, il movimento No TAV, il Comitato Acqua Bene Comune, il Comitato No al Nucleare, i movimenti cittadini contro gli inceneritori e le discariche abusive nella “Terra dei fuochi”, etc.), vengono bollate come violente ed organizzate da gruppetti di facinorosi e black bloc, e gettate così nell’oblio.

Gli italiani ormai inascoltati, ed anche indignati e disgustati dalla mala gestione governativa e di uno Stato sempre più distante dai cittadini, incancrenito dai principali reati contro il patrimonio pubblico, commessi proprio da chi dovrebbe garantire equità e giustizia sociale, perdono, via via, la fiducia nelle istituzioni. Il Paese è alla deriva…

E’ il 9 novembre 2011, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nomina senatore a vita Mario Monti, e 7 giorni dopo il Premier Silvio Berlusconi cede, a quest’ultimo, il passo per la guida del Paese. Da questo momento l’Italia è ufficialmente commissariata dalle banche e dall’alta finanza.

In una conferenza stampa, durante il suo “mandato”, Monti dichiarerà testualmente: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione: cessioni di parti delle sovranità nazionali ad un <<livello comunitario>>; per il senso di appartenenza dei cittadini ad una collettività nazionale, essi possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi in atto visibile.”

Dunque, al netto di una simile dichiarazione, ci si dovrebbe già cominciare ad allarmare e preoccupare circa il nostro immediato presente ed il nostro prossimo futuro. Ma i notiziari dicono che la Borsa sta salendo, lo spread diminuisce, le agenzie di rating non ci declassano più.

Nel frattempo aumenta l’IVA, aumentano i costi dei consumi energetici, aumentano le tasse per qualsiasi servizio pubblico (il canone RAI, le tasse universitarie, i biglietti di treni e autobus, i costi per le commissioni di pagamento delle stesse tasse, etc.), aumentano i cassa integrati, nasce il fenomeno anomalo degli esodati, aumentano i licenziamenti, aumenta la disoccupazione, aumenta la delinquenza, aumenta la povertà!

Così, non contenti dell’operato di Mario Monti, oppure soddisfatti, e a seguito dei fermenti popolari e delle manifestazioni di protesta di massa, i preparativi per le elezioni politiche si fanno impellenti e necessarie.

A questo punto, ci si aspetterebbe il tanto atteso, quanto conclamato, cambio della legge elettorale, una legge sul conflitto d’interesse, una legge anticorruzione. Interventi legislativi divenuti, ormai, una priorità tanto quanto l’occupazione, per consentire una vera e libera espressione di volontà democratica durante la votazione.

E invece, niente di tutto questo! Il Presidente della Repubblica non interviene per l’ammonimento di un Parlamento sempre più autoreferenziale e inattivo, e ci fa andare al voto ancora col Porcellum. Per la prima volta, nella storia della Repubblica italiana, si vota nel mese di febbraio (ossia in pieno inverno). Dai risultati elettorali emerge che nessuno delle due principali coalizioni, frutto del tanto desiderato “bipolarismo”, abbia ottenuto una vittoria netta.

L’unica novità sul panorama politico italiano è rappresentata da un movimento politico, denominato MoVimento 5 Stelle, organizzato da un imprenditore delle telecomunicazioni e guidato da un comico.

Pare, quindi, che qualcosa si stia muovendo nella direzione opposta all’ordinarietà, al rigore, all’austerity, ad ai sacrifici del “ce lo dice l’Europa”, voluti per noi da una “classe politica” che somiglia, verosimilmente, ad una manovalanza esecutiva in giacca e cravatta, più che ad una vera e sana “classe dirigente”.

Nel frattempo ogni sorta di scandalo tocca i vari esponenti dei due principali partiti di coalizione. Si pensi ai vari processi in cui è implicato Berlusconi, al caso bancario del Monte Paschi di Siena, agli illeciti delle tesorerie dei diversi partiti, o al processo sulla “Trattativa Stato –Mafia” in corso a Palermo e riguardante “uomini delle istituzioni” sempre meno istituzionali. Il Parlamento, nel frattempo, essendone scaduto il mandato, è impegnato nella elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Non superano la votazione, Franco Marini, Sergio De Caprio, Anna Maria Cancellieri (coinvolta in un recente caso di “interferenza funzionale” in merito ad una ipotetica scarcerazione di Giulia Ligresti), Romano Prodi e Stefano Rodotà; quest’ultima candidatura sostenuta, con fermezza, dall’inizio alla fine della votazione dal solo M5S, che l’aveva anche proposta.

Così, dopo i rispettivi incontri tra Pier Luigi Bersani (leader PD), Silvio Berlusconi (leader PDL), il Pres. del Consiglio pro tempore Mario Monti, ed alcuni delegati regionali ( tra cui i leghisti Maroni, Cota e Zaia) e il Capo dello Stato in scadenza di mandato, Giorgio Napolitano, si giunge ad un’ampia richiesta di rielezione dello stesso Napolitano, il quale accetta di ricandidarsi.

Verrà eletto alla sesta votazione, ricevendo consensi da parte di tutta l’assemblea, ad eccezione del M5S e SEL (che continuano a preferire la candidatura di Rodotà), e Fratelli d’Italia che mantiene invece la propria preferenza su De Caprio. In conclusione, Giorgio Napolitano con 738 voti diventa il primo Presidente della Repubblica ad essere eletto per un secondo mandato. Però, non essendoci una maggioranza netta nell’assetto politico dell’emiciclo, venutosi a creare a seguito delle elezioni, diventa difficile costituire un nuovo governo. Ad ogni modo, Napolitano, per prassi, conferisce mandato esplorativo a Pier Luigi Bersani, il quale, nella fase di consultazione, tenta di formare una maggioranza di governo, per così dire di centro sinistra.

Il suo intento fallirà, e perciò seguiranno le sue dimissioni anche dalla segreteria del Partito Democratico.

Successivamente, il Presidente della Repubblica, passa l’incarico di Presidente del Consiglio ad Enrico Letta, che accetta con riserva. Dopo un rapido giro di consultazioni, il 27 aprile 2013, Letta scioglie la riserva e forma il 62° governo della Rep. Italiana, composto da esponenti del Partito Democratico, del Popolo della Libertà e Scelta Civica. Il 29 aprile ottiene la fiducia alla Camera con 453 voti favorevoli e 153 contrari (individuabili nei rappresentanti del M5S, tra l’altro, non presente nella nuova compagine di governo) su 623 votanti e 17 astenuti.

Il giorno successivo, al Senato, Letta e il suo governo, ottengono in modo quasi proporzionale e speculare, la fiducia con 233 Si, 59 No e 18 astenuti. Nasce il cosiddetto esecutivo delle “larghe intese”.

Da un governo simile ci si aspetterebbe un operato di responsabilità, che si traduca in interventi di immediata urgenza e necessità. E invece il governo Letta sembra procedere sulle orme dell’ultimo governo Berlusconi, con l’aggiunta dei montiani, da cui risulta, di fatto, un governo “Monti-bis”.

Non arriva alcuna riforma economica strutturale, da potersi definire tale. Non viene mosso neppure un passo verso la rinuncia ai privilegi della casta politica e manageriale d’alto livello.

Ad esempio: viene bocciato lo stop alla missione militare in Afghanistan, viene bocciato lo stop all’acquisto dei cacciabombardieri F-35, viene bocciata la rinuncia ai rimborsi elettorali dei partiti, viene bocciata la sospensione dell’IMU sugli immobili inagibili, viene bocciata l’abolizione delle province, viene bocciato il reddito minimo di cittadinanza (già esistente in altri Paesi dell’UE), viene bocciata la creazione di un fondo di microcredito per aiutare la piccola e media impresa con i proventi dei rimborsi elettorali; e ancora, viene bocciata la proposta di incandidabilità dei condannati, l’abolizione del Porcellum e il rifinanziamento della cultura, della scuola pubblica e dell’università pubblica.

Viene spontaneo pensare che si sia voluto creare un governo “Lettusconi” ispirato al letterario principio gattopardiano del cambiare tutto per non cambiare niente. Dunque, nihil novum sub sole, siamo punto e a capo.

I dati sulla disoccupazione italiana sono sconcertanti: il 12,5% e in aumento dell’1,6% rispetto all’anno scorso; la disoccupazione giovanile è al 40,4%.

Dati così non si erano mai visti, neppure nel secondo dopoguerra, e la gente è sempre più scoraggiata.

Il governo, i partiti, i sindacati non offrono nessuna risposta e sono incapaci di agire.

Questa realtà, però, arriva come un pugno, dritto nello stomaco, per ricordarci, anche dolorosamente, la dura verità, mascherata sino ad oggi da un finto benessere.

E’ un modello economico e di sviluppo che sta crollando e il lavoro va completamente ripensato.

Oggi viviamo in un mondo in cui ci sono milioni di lavoratori sfruttati, che lavorano sempre di più, troppo, si stressano, impazziscono e, a volte, si suicidano. Contemporaneamente, milioni di altre persone non lavorano affatto e sono disoccupate; in pratica quello che, lo scrittore e sociologo austriaco, Ivan Illich definiva “L’Assurdistan”.

La crisi sociale e culturale che stiamo attraversando, dal momento storico del fallimento della Lehman Brothers (15 settembre 2008) si è trasformata in una crisi economica.

Tutte queste crisi si mescolano tra loro generando una crisi della civiltà occidentale in via di peggioramento nei prossimi mesi ed anni.

A meno che non si decida di cambiare rotta comportamentale, ascoltando la nostra indole umana e smettendo di additare i potenti della Terra come esclusivi responsabili di questa tragica situazione in cui vertiamo.

Dovremmo cominciare a cambiare il nostro modo di pensare ed agire nella realtà che ci è più prossima.

Un bambino lo capirebbe immediatamente!

Il principio sul quale si regge il nostro sistema, ossia “lavorare di più per guadagnare di più”, è di una stupidità inaudita, e ci ha portato a questa situazione.

Si dilatano i tempi dell’età pensionabile e si allungano i tempi della disoccupazione giovanile, abbassando sia gli stipendi che le pensioni.

Le soluzioni reali al problema della disoccupazione esistono, basterebbe iniziare a considerarle valide e serie, così come si è fatto fino ad oggi col neoliberismo dai ritmi disumani.

Si dovrebbe partire dal principio secondo cui si deve “lavorare di meno per guadagnare di più”.

Ci sono sempre soggetti senza lavoro, ed altri che invece ne hanno in esubero ed accumulano arretrati, provocando un’inefficienza sistematica. Quindi, potremmo tranquillamente avere più lavoratori e meno ore di lavoro, ottenendo così un rendimento maggiore sul posto di lavoro, essendo quest’ultimo ben distribuito su un numero maggiore di persone, con un guadagno maggiore, sia in termini di quantità che di qualità per tutti. 

Ricavandone così la possibilità concreta di progresso materiale e crescita spirituale dell’essere umano.

Occorre sradicare lo stupido concetto del consumismo spasmodico, ingrassato, a sua volta, dallo stupido concetto di produzione spasmodica.

Dobbiamo interrompere la folle corsa alla produttività concorrenziale sregolata e sleale, adottando un valido metodo di “protezionismo intelligente”.

Un protezionismo sociale che permetta a tutti di avere un lavoro, una casa dignitosa, di dare ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza;

un protezionismo ecologico per salvare il pianeta, un protezionismo fiscale che garantisca una tassazione equa e solidale.

Al contrario, l’aver incentrato le proprie politiche, economiche e di mercato, sulla concorrenza e il libero scambio selvaggio è una forma di “protezionismo stupido” o, peggio, in mala fede.

Si tratta di un protezionismo feroce che protegge i più forti, i predatori, gli speculatori, i finanzieri e i banchieri.

Noi dobbiamo proteggere i più deboli e il popolo!

Come afferma l’Economista Serge Latouche: “La crisi può essere il momento di opportunità per portare avanti un progetto alternativo. La sinistra, così com’è ormai, istituzionalizzata, non ha più nessuna speranza.

Penso che soltanto un movimento dal basso possa reinventare la politica, che non si può salvare con questi partiti. La cosa importante è avere un orizzonte di senso, e l’orizzonte di senso deve essere: uscire dall’economia e introdurre lo spirito del dono.”

Alla luce di tutto questo, sarebbe bene ricordare che noi italiani siamo il popolo che dimentica Giorgio Ambrosoli, ed onora con funerali di Stato Mike Bongiorno (con tutto il rispetto per l’illustre conduttore televisivo);

siamo il popolo che commemora, con slogan e corone di fiori, le morti del giudice Falcone e di Paolo Borsellino, salvo poi ostacolarne in tutti i modi le indagini ed i processi che cercano di far luce e chiarezza su quelle stragi; ma siamo anche il Popolo che ha dato i natali a Leonardo da Vinci, Marco Polo, Galileo Galilei, Giuseppe Mazzini, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Enrico Mattei, Adriano Olivetti e Luigi Di Bella.

Siamo in trincea, e come giovani soldati ci ritroviamo catapultati in una guerra telepatica contro un nemico amorfo, le cui sembianze sono economiche e semantiche. Dobbiamo affrontare questa guerra impalpabile con la consapevolezza che ognuno di noi dovrebbe chiedersi, in coscienza, se sia in grado di riconoscere oggi, qui e ora, nella realtà che ci circonda, un altro Comitato di Liberazione Nazionale, in chiave moderna, composto né da uomini di destra né da uomini di sinistra, né da fascisti e né da comunisti, ma da uomini liberi che, andando oltre le ideologie e i pregiudizi, sappiano tradurre in Atti di Libertà il proprio libero pensiero.

La differenza tra la libertà e la schiavitù è una linea sottile, perciò, cosa pensi di fare?

Da che parte vuoi stare?