Novembre ’43,Ferrara: la spietata esecuzione degli antifascisti

FERRARA – 14 novembre 1943, Ferrara: sulla città cala rapidamente un alone di foschia. Dalle prime ore del pomeriggio circola la voce che il federale fascista Igino Ghisellini è stato ucciso. Nei cauti commenti della gente c’é il presentimento di una sciagura incombente. La città che ha generato il fascismo più violento, quello agrario, ha timore di una crudele ritorsione.
Poche ore prima, a Verona, dove si stava svolgendo il congresso del Partito Fascista Repubblicano, la notizia della morte di Igino Ghisellini aveva suscitato furiose reazioni. Nel salone di Castelvecchio era esplosa una tempesta di urla e di minacce:”Tutti a Ferrara. A morte Arlotti, a morte Gaggioli”.
Placata l’assemblea che proseguiva i lavori, il segretario del partito Alessandro Pavolini aveva ordinato agli squadristi di Verona e di Padova di portarsi a Ferrara per vendicare il camerata Ghisellini. 
La direzione politica della spedizione punitiva era stata affidata al l’avvocato Enrico Vezzalini, di Modena, quella militare al console Giovanni Battista Riggio, di Castelvetrano.
Intanto a Ferrara con il buio dilaga la paura. Dal Veneto arrivano autocarri carichi di militi armati che scorrazzano per le strade terrorizzando i rari passanti. Negozi e bar abbassano frettolosamente le saracinesche, il centro della città si fa improvvisamente deserto. Nelle case degli antifascisti e degli ebrei si teme il peggio. Anche le scarse truppe tedesche che occupano la città dal 9 settembre si sono ritirate nelle caserme abbandonando la popolazione all’ondata di violenza che si sta scatenando. In questa brutta faccenda il generale Von Alten, comandante della piazza, non ci vuole entrare. 

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A tarda notte, nella sede della federazione fascista in viale Cavour, la confusione é al colmo.

Energumeni carichi di odio e gonfi di grappa si aggirano per i saloni con le armi spianate, smaniosi di uccidere, mentre le squadre d’azione prelevano dalle loro abitazioni  74 cittadini antifascisti ed ebrei, concentrandoli nella caserma della  milizia. Fra Vezzalini e Riggio scoppia una furibonda disputa su chi abbia maggiori poteri. Per  sanare la questione arriva tempestivamente da Verona Franz Pagliani, ispettore del partito e comandante delle brigate nere dell’Emilia Romagna.
Nella sala dove si sono riuniti i vari capi fascisti la discussione si fa tempestosa. C’é da decidere quante e quali persone  si debbono fucilare per vendicare il federale ucciso. Il prefetto Vincenzo Berti,  nominato da pochi giorni,  se ne lava le mani andando a dormire.
A notte inoltrata, dopo urla e minacce,  prevale la linea di Carlo Govoni, una triste figura di esaltato che un anno dopo gli stessi fascisti  mandarono a morire a Dachau,  che comporta  la decisione di mettere al muro 36 persone.
L’ispettore  Pagliani non é d’accordo  e minaccia di riferire il tutto a Mussolini poiché con questi numeri non si tratterebbe di una rappresaglia ma di un massacro.
La minaccia ottiene il suo effetto. Raggiunto l’accordo su dieci condannati a morte, si pone il problema della scelta. Questo é uno dei misteri di quella notte cruenta.
Nelle mani dei fascisti, oltre ai 74 rastrellati e tradotti nella caserma della milizia, ci sono altri 31 antifascisti fatti arrestare  fin dal  7 ottobre dal generale della milizia  Dino Zauli e detenuti come ostaggi nelle carceri di via Piangipane.
Non si é mai saputo chi abbia compilato la lista di coloro che dovevano morire, ma é molto probabile che insieme agli altri capi citati in precedenza abbia preso parte alla decisione definitiva anche un giovane estremista ferrarese, Arrigo Cavallazzi che poi, nominato federale, dichiarerà pubblicamente di essere responsabile dell’eccidio.
Nelle prime ore del nuovo giorno,dalla sede della federazione fascista partono due squadre d’azione munite di foglietti ricevuti dal  questore Visioli.
La squadra veronese condotta da Nicola Furlotti si reca nelle carceri e preleva quattro detenuti: il sostituto procuratore del re Pasquale Colagrande,  aderente al Partito d’Azione, colpevole di aver rimesso in libertà  dopo il 25 luglio i detenuti antifascisti; l’avvocato Giulio Piazzi, socialista; l’avvocato Ugo Teglio, socialista, ebreo, già inviato al confino; e il rappresentante di commercio Alberto Vita Finzi, padre di sei figli minorenni,  che ha due colpe da scontare: é di origine israelita e il 25 luglio, nel bar del centro che frequentava abitualmente, aveva espresso ad alta voce la sua soddisfazione per la caduta del regime fascista.
Contemporaneamente una squadra padovana, comandata da Alfredo  Allegro, raggiunge la caserma della milizia e si fa consegnare quattro persone fra quelle prelevate alcune ore prima: il senatore  Emilio Arlotti,  un esponente dell’industria saccarifera considerato un traditore per non aver aderito al Partito Fascista Repubblicano; l’avvocato  Mario Zanatta del Partito d’Azione e due ebrei, Vittore e Mario Hanau, padre e figlio, commercianti di pellami.

L’orologio del castello estense segna le cinque del mattino quando colpi d’armi da fuoco, raffiche di mitra e grida disperate lacerano il cupo silenzio che incombe sulla città . Alle prime luci di un’alba gelida e nebbiosa scene raccapriccianti si offrono alla vista dei primi passanti.
Sotto il muretto che circonda la fossa del castello otto corpi giacciono immoti nel loro sangue in due gruppi distinti. I due Hanau padre e figlio sono stretti in un abbraccio disperato.
Ma non era tutto. In via Boldini, a poche centinaia di metri di distanza, era stato ucciso il manovale delle ferrovie Cinzio Belletti, un giovane di cui non si è mai saputo nulla. Ancora oggi si presume che il manovale sia stato inseguito e ucciso solo perché , ritornando a casa in bicicletta alla fine del turno di lavoro, transitava inconsapevolmente nelle vicinanze del castello al momento dell’eccidio. 
Un’altra tragica scoperta veniva fatta alla periferia della città.

Nel parco del Montagnone si rinvenivano le salme di due alti funzionari del Comune prelevati nella notte dalle loro abitazioni e condotti direttamente sul
luogo dell’esecuzione: l’ ingegnere-capo Girolamo Savonuzzi, socialista di vecchia data, e il ragioniere-capo Arturo Torboli, che dopo il 25 luglio è stato incaricato di liquidare gli enti e le organizzazioni del regime.
Undici morti, vittime di torbide vendette politiche e personali, erano il funesto bilancio della feroce rappresagli fascista.
Nella tarda mattinata del 15 novembre giungeva alla Procura il seguente fonogramma: “Stamani sono stati trovati undici ca da eri di ignoti. Non si conoscono le cause e gli autori di queste uccisioni”.
Con questo incredibile messaggio il questore Enzo Visioli comunicava alla magistratura l’avvenuta tragedia di cui era stato complice responsabile.
La “lunga notte  del  ’43 non fu solo, a posteriori, il titolo di un film, ma un episodio traumatico che impresse una svolta fondamentale al corso degli
avvenimenti di quel drammatico periodo della nostra storia.
Se per i fascisti  voleva essere un duro monito nei confronti degli avversari del nuovo partito repubblicano rifondato dal congresso di Verona, esso MSI ritorse inesorabilmente contro i suoi fautori.
L’eccidio di Ferrara  esaspera la spaccatura già incolmabile fra il fascismo e i partiti democratici e segna l’inizio di quella guerra civile che si combatterà  senza esclusione di colpi, in una sanguinosa spirale  di omicidi e di vendette, fino alla distruzione del fascismo.
Ma l’evento che lo provocò, cioè la morte di Igino Ghisellini, il primo dei federali fascisti che pagarono con la vita il tentativo di rigenerare il regime,  rimane avvolto nel mistero.
A settanta anni di distanza non sono certi gli autori e le modalità dell’agguato in cui cadde.
Le tracce del federale di Ferrara, nominato da appena venti giorni, si perdono nella notte tra il 13 e il 14 novembre.
Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio nella sede della federazione a redigere documenti riservati che aveva riposto in una borsa di pelle nera, verso le ore 20,30 il maggiore della milizia Igino Ghisellini era salito sulla Fiat 1100 nera del partito per rientrare, come tutte le sere, a Casumaro, dove abitava con la famiglia. 
Nel partire aveva dato appuntamento a due suoi collaboratori per la mattina dopo alle ore otto, per raggiungere Verona dove si apriva il congresso del Partito Fascista Repubblicano.
Nessuno lo vide più da vivo. Solo nella tarda mattinata del 14, dopo affannose ricerche, l’auto venne ritrovata a Castel d’Argile, in provincia di Bologna, lungo un fossato in aperta campagna.
Il cadavere del federale, soppresso con cinque colpi di pistola alla testa, giaceva accanto alla vettura danneggiata.
Il corpo era privo della giacca e degli stivali.
Dalle prime indagini condotte dai carabinieri risultò che Ghisellini era stato ucciso al bivio dell’Alberazza, a un paio di chilometri da Cento, lungo la strada provinciale che viene da Ferrara, in una zona decentrata rispetto al percorso che doveva compiere per raggiungere il paese di Casumaro.
Poi  l’auto con il cadavere a bordo era stata condotta al di la’ del Reno, a Castel d’Argile, e abbandonata in mezzo alla campagna per ritardarne la scoperta. 
Nessun indizio degli autori dell’omicidio. Ma subito emerse un particolare sconcertante. I colpi di pistola erano stati sparati dall’interno della vettura. La conclusione parve ovvia. Il federale era stato assassinato da qualcuno che era salito a bordo durante il tragitto, qualcuno che probabilmente
Ghisellini conosceva e di cui si fidava.  
Per stroncare ogni illazione, i fascisti arrestarono il vice prefetto Atto Marolla, il vice-questore Giuseppe  Poli e il tenente dei carabinieri Giulio Caroppo che avevano iniziato l’inchiesta, affidando la prosecuzione delle indagini prima al maggiore della milizia Dario Segala, capo dell’ufficio politico investigativo della federazione, poi al centurione Alessandro Benea.  Non vennero mai a capo di nulla e l’inchiesta si insabbio’.
Compiuta la rappresaglia, i fascisti non mostrarono alcun interesse per l’identificazione degli autori dell’attentato. 
Da questa circostanza prese consistenza la voce che il federale era stato ucciso da un  “camerata” per rivalità esplose all’interno del partito.
Valoroso combattente, veterinario di professione, uomo incline alla moderazione, durante la sua breve gestione della federazione Igino Ghisellini
era entrato in contrasto, da una parte, con alcuni vecchi gerarchi fascisti di prima del  25 luglio sul conto dei quali pare stesse indagando, e dall’altra con i giovani estremisti che pretendevano maggiore durezza nei confronti degli antifascisti.
Si fecero anche i nomi di coloro che, per una ragione o per l’altra, potevano avere buoni motivi per toglerlo di mezzo:  il generale della milizia Dino Zauli, del quale Ghisellini  non aveva condiviso l’iniziativa dell’arresto preventivo dei 31 antifascisti ferraresi avvenuto il 7ottobre;  l’ex federale Olao Gaggioli che il 27 luglio aveva sciolto la federazione  affermando che il fascismo era finito; il fanatico Carlo Govoni  che si fregiava di false medaglie al valore e voleva fare piazza pulita di ogni avversario  politico.
D’ altro canto il silenzio mantenuto sulla vicenda dai comunisti pareva convalidare la versione delle lotte intestine sfociate nell’assassinio del federale. A quell’ epoca questa versione dei fatti poteva far comodo a tutti: ai fascisti permetteva di ignorare ufficialmente l’insorgere di una opposizione armata, ai comunisti di restare nell’ombra e addossare ai fascisti tutta la responsabilità dell’eccidio.
Soltanto alla fine degli anni settanta i comunisti sono usciti decisamente allo scoperto rivendicando apertamente l’uccisione di Igino Ghisellini della quale peraltro avevano già dato notizia ne “l’Unita'” clandestina del 15 dicembre 1943.
L’agguato in cui fu eliminato prende le mosse da lontano. Già nel mese di maggio del 1943 si era costituito a Ferrara un comitato antifascista clandestino di cui facevano parte i rappresentanti dei partiti democratici.
Alle riunioni, che si tenevano nel retrobottega del negozio di maglieria di Armando Caselli, nel centro della città, avevano partecipato anche il prof.
Concetto Marchesi, rettore dell’università  di Padova, Lelio Basso e Giorgio Amendola che erano entrati in contatto con il generale Raffaele Cadorna a quel tempo comandante a Ferrara della divisione corazzata Ariete del quale erano trapelati i sentimenti di ostilità al regime e alla prosecuzione della guerra.
Subito dopo l’insediamento del governo Badoglio i partiti democratici avevano intrapreso anche a Ferrara il lavoro di riorganizzazione politica, bloccato dopo l’8 settembre dall’occupazione tedesca e dal cauto ritorno dei fascisti.
Ai primi di ottobre, sembra per diretto suggerimento di Mussolini , i due capi della federazione fascista, Igino Ghisellini e Mario Tizzani, avevano chiesto un abboccamento con gli esponenti dei partiti antifascisti per concordare una specie di “patto di non aggressione”.
La riunione si era svolta nello studio  dell’ avvocato Mario Zanatta. 
Di fronte a Ghisellini e a Tizzani, si erano trovati l’avvocato Zanatta per il  Partito d’Azione, l’avvocato Teglio in rappresentanza dei socialisti, l’ingegnere Cesare Monti per i liberali, l’ingegnere Giuseppe Stefani per la Democrazia Cristiana, l’avvocato Giuseppe Longhi per i demolaburisti ed altri esponenti di forze politiche antifasciste.
Al convegno non avevano aderito i comunisti decisi a respingere qualsiasi compromesso con i fascisti. Già rientrati nella clandestinità per ordine del partito, i comunisti ferraresi avevano giudicato l’iniziativa “pacifista”di Ghisellini e Tizzani assai pericolosa per l’unità delle forze antifasciste, che doveva essere mantenuta ad ogni costo.
Il tentativo di stabilire un difficile modus vivendi che evitasse atti di violenza da entrambe le parti era fallito anche per l’interferenza del generale della milizia Dino Zauli che il 7 ottobre aveva ordinato da Bologna l’arresto dei 31
antifascisti ferraresi di cui si é parlato prima, rivelando le chiare intenzioni del nuovo fascismo repubblicano nei confronti degli oppositori.
Nulla era cambiato. Avevano dunque avuto ragione i comunisti, fatti esperti da venti anni di persecuzione, a non partecipare a quella riunione in cui gli altri dirigenti dei partiti antifascisti si erano incautamente esposti.
L’imprudenza infatti costerà la vita  a Mario Zanatta e a Ugo Teglio che saranno tra le vittime dell’eccidio, a Giuseppe Stefani,  che l’anno dopo sarà
prelevato e ucciso sull’argine del Reno nei pressi di Argenta, mentre  Cesare Monti e Giuseppe Longhi saranno arrestati e perseguitati.
In quella trappola i comunisti non erano caduti. Le direttive politiche del partito
erano precise: restare nella clandestinità per iniziare la lotta armata contro fascisti e tedeschi, cementando nel contempo l’unione tra le forze antifasciste.
Per raggiungere lo scopo non c’era che un mezzo: provocare un incidente qualsiasi che avrebbe determinato l’indiscriminata reazione fascista.
Quale incidente più efficace del l’uccisione del federale per far perdere la testa ai fascisti mandando in frantumi il loro progetto di un tacito accordo con i partiti democratici?
L’operazione venne concertata a Bologna fra il segretario della federazione
comunista di Ferrara, che a quel tempo era  Onorato Malaguti, e i dirigenti
regionali del partito Antonio Roasio e Giuseppe Alberganti. 
Nei quaderni del settimanale comunista bolognese “La lotta”, Ezio Antonioni racconta: “L’attentato fu deciso a Bologna. Mario Peloni incarico’ dell’azione “S” al quale aveva dato appuntamento nei pressi di porta Saragozza il giorno 13 novembre.
“S” raggiunse nello stesso giorno Ferrara. A porta Reno ad attenderlo con un giornale in mano per farsi riconoscere vi era un ex combattente della Repubblica spagnola, il toscano Vasco Mattioli di Enpoli.
Con un compagno di Ferrara studiarono il piano e il giorno seguente Igino Ghisellini venne ucciso”.
L’attentato ebbe pieno successo e le conseguenze furono esattamente quelle previste. Per i fascisti l’eccidio del castello estense fu un disastro politico.
Massacrando undici inermi cittadini essi rinsaldarono l’unità delle forze antifasciste ormai convinte, davanti a quella strage, dell’ineluttabilita’ della lotta armata.  Nella sua rievocazione Ezio Antonioni non fornisce altri 
ragguagli sull’ agguato teso al federale Ghisellini. Restano oscure la dinamica dell’azione e l’identità dei gappisti che la effettuarono.
Del compagno “S”, esecutore materiale dell’omicidio, si Sto arrivando! Che era un giovane comunista della Bassa bolognese, a quel tempo militare in licenza di convalescenza, che poi passò nel  Veneto dove si distinse in altre azioni temerarie contro  tedeschi e fascisti. Sopravvissuto alle vicissitudini della resistenza, ha vissuto aBologna ove ha esercitato la professione di commerciante.
Il processo per la “lunga notte del ’43 ” si celebro’ nel marzo del 1948 davanti alla Corte d’assise speciale di Ferrara. Il verdetto, lacunoso e contraddittorio, deluse profondamente l’opinione pubblica. Già fucilato a Novara Enrico Vezzalini, dei maggiori responsabili dell’eccidio solo Giovanni Battista Riggio compariva fra i dodici imputati, ma come latitante.
Alcuni di coloro che quella notte si macchiarono dell’atroce delitto erano stati giudicati altrove, altri furono citati solo come testimoni, altri ancora sfuggirono completamente alla giustizia.
La Corte d’Assise inflisse 30 anni a Riggio con il condono di un terzo della pena, da 24 a  16 anni ad altri cinque imputati minori e ne assolse  sei.