L’INTERVISTA – Meraviglioso e difficile: il matrimonio secondo Pupi Avati. Da stasera su Raiuno

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A 25 anni capisce che non potrà essere un venditore di surgelati. Decide così di appendere la valigetta di venditore. Il giovane si reca al cinema. La sala cinematografica è lo spazio ideale per evadere, conoscere, riflettere e anche sognare. Ora ha deciso: farà il regista. Quel giovane ragazzo è bolognese, di buona famiglia, si chiama Giuseppe Avati. Diventerà Pupi Avati, uno dei più grandi maestri del cinema italiano. Che oggi si offre con gentilezza e disponibilità ai microfoni de Lanostravoce.info per un’intervista tutt’altro che banale.

A partire da questa sera, andrà in onda un film di sei puntate diretto proprio dal celebre regista. Diversi anni fa, nel giorno del suo quarantesimo anniversario di matrimonio, di fronte alla sua grande famiglia riunita nella campagna umbra, si lasciò sedurre da un’idea. Un’dea che oggi si è trasformata in una serie tv. “Non è stato semplice individuare chi fosse disposto a entusiasmarsi a una storia così in controtendenza. Sono trascorsi molti anni e poi il miracolo, l’incontro con un gruppo di funzionari di Rai Fiction davvero entusiasti del progetto. È grazie a loro che mi sono trovato nell’opportunità straordinaria di poter recuperare gran parte della nostra aneddotica familiare. Nello scriverla, ci siamo accorti di aver messo in campo ben 259 personaggi. Un cast vastissimo e tutto straordinario. È infatti ai tantissimi attori che mi hanno accompagnato in questo viaggio emotivamente fantastico che intendo dedicare questa storia. In così tanti anni di cinema non mi era mai capitato di arrivare all’ultimo giorno di riprese percependo in ognuno di loro una commozione così forte. In ognuno di loro l’identificazione con il personaggio che interpretava si era fatta misteriosa, inestricabile. Nel lasciare per l’ultima volta in camerino il loro costume non si sarebbero liberati così facilmente di quella zia Lilliana o di quel nonno Sisto ai quali avevano dato così tanto e dai quali avevano così tanto ricevuto”, dichiara Avati.

Chi è Pupi Avati oggi?

È un uomo anziano di 75 anni che ha vissuto una vita abbastanza curiosa, nel senso che ho attraversato varie stagioni. La prima, quella della mia giovinezza è quella della musica jazz, il sogno di diventare un grande jazzista. È arrivata poi la normalità, facendo un lavoro da impiegato in una società alimentare chiamata Findus, mi occupavo di surgelati. Da oltre quarant’anni, faccio cinema e quindi ho praticamente vissuto tutti gli ultimi decenni attraverso un osservatorio speciale che è quello del cinema, un cinema italiano che tra l’altro, quando abbiamo iniziato, produceva 350 film all’anno mentre adesso questo numero è sceso a 50 – 60, non di più. Umanamente sono una persona che ha vissuto come tutti gli altri,ma la mia storia è leggermente eccezionale perché ho costruito la mia famiglia, ho tre figli, sono sposato da 49 anni con vicissitudini alterne come tutti i matrimoni. Un matrimonio che ancora regge dopo tutti questi anni è una specie di record e, arrivato a quest’età, ho scoperto che poi quando si diventa anziani, non è che non si è più bambini, giovani o adolescenti o adulti ma una persona anziana trattiene dentro di sé tutte le età e questo mi permette ancora di raccontare tante storie.

Prima di fare il regista, voleva fare il musicista. Come ha fato a comprendere che stava prendendo la strada sbagliata?

L’ho capito attraverso la comparazione, il confronto. C’erano musicisti, uno fra tutti Lucio Dalla, che suonavano nell’orchestra e che avevano un talento che sicuramente io non avevo. Mi sono reso conto dopo qualche mese che, malgrado il mio impegno fosse totalizzante, i risultati che ottenevo non erano all’altezza e quindi, con un dolore immenso, ho dovuto abbandonare la musica.

Dopo quarantacinque anni di cinema, perché ha deciso di girare una fiction?

Non la chiami fiction, per favore, mi sembra rinunciatario. Io questo racconto su Un Matrimonio lo volevo fare già da 6 anni, perché ho visto che nella televisione e nel cinema si raccontano dei matrimoni che non corrispondono a quella che è la mia esperienza di matrimonio. Mi piaceva, anche come provocazione, proporre la storia di un matrimonio che, pur tra turbolenze varie, tiene. Un matrimonio che tiene oggi è abbastanza inedito e abbastanza scandaloso.

“Un matrimonio” andrà in onda dal 29 dicembre. È la storia di un’unione che dura da cinquant’anni, dal 1945 al 2005. Com’è nato questo film?

Quando andai a proporlo mi venne detto: “Ma allora è un film in costume!”. Non è un film in costume. Non credo di essere il solo che ha alle spalle quasi cinquant’anni di matrimonio, sono diverse le famiglie che stanno unite oggi. Raccontare una storia così può servire, può dare coraggio, può dare fiducia, può far capire che un matrimonio è una cosa meravigliosa ma è anche un’ impresa difficilissima. Bisogna superare quei momenti in cui ti lasceresti andare e che manderesti tutto all’aria.

I due protagonisti del film sono Carlo, interpretato da Flavio Parenti, e Francesca, interpretata da Micaela Ramazzotti. Ci racconta meglio di loro?

Riflettono quello che erano mio padre e mia madre, anche Carlo e Francesca appartengono a contesti sociali molto diversi. Francesca è la figlia di un operaio e di una madre appartenente a una famiglia contadina, quindi una famiglia umile, non acculturata. La famiglia di Carlo è una famiglia medio – alto borghese e vivono nel lusso. Sono due mondi totalmente opposti che si uniscono.

Perché ha deciso di girare questo film?

Ho deciso di raccontare questa storia perché credo che oggi il matrimonio sia una situazione precaria, è in crisi. La famiglia italiana è una famiglia che si regge relativamente. Soprattutto il padre, una figura sbiadita; i padri sono sempre più interessati alla loro carriera. I figli risultano poi essere delle persone modeste, abbastanza fragili e indifferenti, e non c’è cosa peggiore che l’indifferenza nei giovani.

La famiglia e il matrimonio sono le colonne portanti del suo film. Cosa rappresentano per lei?

Tutto parte dalla famiglia! Poi l’educazione, la scuola, la politica, le istituzioni. Nessuno si occupa realmente quanto dovrebbe della crescita di singoli cittadini. Dovrebbe farlo in primis la famiglia.

Qual è stato l’aspetto più difficile nel film?

L’aspetto più difficile è stato raccontare cinquant’anni di storia italiana portandosi appresso 250 attori, con i loro personaggi, con le loro caratteristiche, con il loro mutare nell’attuale situazione, politica, socio – economica, gli intrecci. È stato però anche molto affascinante!

Sullo sfondo della storia di Carlo e Francesca scorrono alcuni dei più importanti avvenimenti della storia italiana della seconda metà del Novecento. Perché ha preferito raccontare determinati fatti piuttosto che altri?

Perché sono gli avvenimenti che riguardano una città di provincia come quella di Bologna, fatti che abbiamo vissuto in un modo puntuale, incisivo, drammatico. La strage della stazione di Bologna e i moti universitari degli anni settanta li abbiamo vissuti lì. Ci sono avvenimenti che nascono e si diffondono proprio in quella città.

Perché secondo lei il suo cinema è così amato?

Io non so se è così amato, mi stai facendo un complimento, grazie! Spero che sia amato. Credo che il mio cinema piaccia perché racconta la normalità e la quotidianità, racconta come sono le persone, le più semplici che cercano di essere felici, ma che non sempre riescono a esserlo. La bellezza della vita è proprio questo, secondo me.

Cosa spera arrivi al pubblico con Un Matrimonio?

Io spero arrivi al pubblico una preoccupazione sulla irresponsabilità che hanno gli adulti nei riguardi dei giovani. Deve arrivare il richiamo a riconsiderare determinati comportamenti delle persone. Tutti dovrebbero capire che se la società di oggi non ci piace, è non solo per colpa dei politici, ma è anche per colpa nostra.