La mafia uccide solo d’estate: positivo l’esordio di Pif in regia

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“Tranquillo. Ora siamo in inverno: la mafia uccide solo d’estate. È come coi cani: basta che non gli dai fastidio”. In questa raccomandazione di un padre palermitano al figlio c’è tutto il compromesso sordo che una città ha fatto con la vita.

Meglio conosciuto con il soprannome di Pif, il palermitano quarantunenne Pierfrancesco Deliberto esordisce alla regia del lungometraggio con una commedia intitolata “La mafia uccide solo d’estate” che, attraverso la storia romantica dei due protagonisti, riesce nella non facile impresa di fondere l’ironia e la tragedia. Il film segue la crescita di Arturo, un bambino come tanti altri dell’Italia degli anni ’70 ma che, a differenza dei suoi coetanei del nord, è costretto a fare i conti con la criminalità organizzata nella sua città. La consapevolezza di Arturo cresce anno dopo anno, ma nessuno lo ascolta. Palermo ha altro a cui pensare. La sua ostinazione a interessarsi di mafia come un fenomeno reale fa separare Arturo e Flora, compagna di banco di cui si è invaghito alle elementari. I due ricongiungeranno solo dopo le stragi del 1992.

Il film usa la storia d’amore come filo conduttore per raccontare gli eventi più tragici della vicenda, quella degli anni ’70 con l’azione criminosa della mafia e le infiltrazioni che dalla Sicilia si diramano in tutto il Paese, con enormi tragedie come le stragi del 1992 che hanno visto il massacro dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e delle loro scorte. “L’idea era quella di raccontare la Palermo degli anni ’70/’80/’90 attraverso gli occhi di un bambino che applica alla lettera i ragionamenti degli adulti. Avete presente – si chiede Pif, il regista – quando rivedete una vecchia foto degli anni Ottanta, magari di una ragazza per la quale avete perso la testa? Per quanto bella possa essere la ragazza, i vostri occhi saranno attratti da un elemento particolare: le spalline! Le ragazze le indossavano perché andavano di moda. Voi vi chiederete: ma come mai le spalline entravano nella mia vita e io non dicevo nulla? Ecco, una domanda simile me la sono posta a Palermo, la città dove sono nato e cresciuto. Un giorno mi sono fermato e guardato indietro. E lì la domanda: ma come è possibile a Palermo che la mafia entrasse così prepotentemente nella vita delle persone e in pochi dicessero qualcosa?”.

Con il trascorrere degli anni, il piccolo Arturo viene colto inizialmente da una folgorazione per Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, il quale, in maniera indiretta, dal tg a “Bontà loro” di Maurizio Costanzo diventa il consigliere del bambino. Questa risulta essere l’idea più geniale del film. Lo ispira anche quando da giornalista in erba riesce a porre qualche domanda a Alberto Dalla Chiesa, uno dei momenti più toccanti.

Non è stato semplice girare un film a Palermo, città affascinante e che allo stesso tempo incute un po’ di timore. “Il mio incubo era quello di dover pagare il pizzo, ma sono stato abbastanza chiaro e ho trovato nella produzione tutto l’appoggio. Non mi sarei più guardato in faccia se avessi raccontato la mafia pagando il pizzo. È chiaro che nella mia città non si può fare un film senza pagare il pizzo. Ho chiamato i ragazzi di Addiopizzo e abbiamo chiesto ad alberghi e service la certificazione che non pagavano alcun pizzo”, ha dichiarato il regista.

Il film rappresenta un’opera prima davvero notevole, densa di contenuti ed emozioni che emergono in modo immediato allo spettatore, segno del bagaglio personale del regista. É un’opera potente dal punto di vista evocativo, divertente per l’ingenuità del protagonista, dura per i fatti mafiosi che racconta e per le emozioni che trasmette. Un ottimo titolo insomma per chi cerca una commedia impegnata finalmente made in Italy.

Pif ha avuto il coraggio di usare l’arma dell’ironia e la leggerezza delle parole contro la mafia. Il film ha un buon ritmo narrativo, è un prodotto che regala la giusta dose di sorrisi, ma apparendo profondo e capace addirittura di commuovere. La storia narrata è scomoda perché chiama in causa responsabilità collettive che costringono a interrogarsi sull’identità culturale dell’Italia, sul suo passato e sul suo futuro.

“La mafia uccide solo d’estate” capovolge il comico al tragico, ricordandoci che ribellarsi è possibile.