Felicia Bartolotta Impastato. Il coraggio di dire no

Era il 7 dicembre del 2004 quando Felicia Bartolotta, 88 anni, madre di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, si è spenta nella sua casa. La chiesa era strapiena di gente, oltre 150 persone, anche se, nonostante i familiari, i magistrati, gli esponenti politici, gli amici di Peppino e della famiglia, poche decine erano i cittadini di Cinisi.

Felicia Bartolotta nasce in una famiglia di piccola borghesia con qualche appezzamento di terreno di agrumi e ulivi. Il padre era impiegato al Municipio e la madre casalinga. Nel 1947 si sposa con Luigi Impastato, appartenente a una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese. “Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo”, così racconta Felicia. Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe; nel 1949 nasce Giovanni che morirà nel 1952; nel 1953 nasce il terzo figlio, anche lui Giovanni.

Durante il periodo fascista, Luigi Impastato aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona e, durante la guerra, si era dato al contrabbando di generi alimentari. Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, era il capomafia del paese e nel 1963 venne ucciso dall’esplosione di un’automobile imbottita di tritolo, durante la guerra di mafia che vede contrapposte la cosca dei Greco a quella dei La Barbera. La morte dello zio colpisce moltissimo Peppino, allora quindicenne. Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella. I contrasti con il coniuge diventano sempre più forti quando il figlio Peppino inizia la sua attività politica contro la criminalità organizzata e la sua attività di controinformazione attraverso Radio Aut, una radio locale di Terrasini attraverso cui non risparmia accuse e denunce a nessuna delle “persone per bene” che tenevano in pugno Cinisi e i paesi limitrofi con l’arma dell’ironia e della satira.

Per mezzo di questa emittente, viene meno uno dei codici più ferrei della cultura mafiosa, cioè il rispetto verso “l’uomo d’onore”. Per anni, Felicia lotterà contro le amicizie del marito. Difende il figlio Peppino dal padre che lo caccia di casa, ma lo difende anche da se stesso cercando di convincerlo ad essere prudente e a non esporsi troppo. Rimane vedova nel 1978; Luigi infatti muore in un incidente che risulterà essere un omicidio camuffato. Felicia comprende subito che Peppino ora non ha alcun tipo di protezione. Esattamente otto mesi dopo l’assassinio del padre, la mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino. Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento, decide di costituirsi parte civile. Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che in questi anni si è impegnato per avere giustizia per la morte di Peppino.

Felicia ha fatto ancora una volta una scelta radicale,ovvero quella di rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia e di non mettersi con i compagni di Peppino. Ha scelto di parlare con i giornalisti e di aprire le porte di casa sua a tutti coloro che volevano conoscere Peppino. Ha sempre detto: “Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise”. Un figlio che: “… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo”. Dopo ventidue anni, nonostante l’età, ha avuto la grinta di accusare Gaetano Badalamenti che viene poi condannato con il suo vice. Felicia ha accolto tutti sempre con il sorriso, in quella casa che, dopo il film “I cento passi” che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva di tanti giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla e a starle vicino erano pochissimi. Ai giovani diceva: “Tenete alta la testa e la schiena dritta”, un grande insegnamento per una grande donna che per prima ha deciso di dire no alla mafia.