Per non dimenticare: a Roma in mostra i disegni dei bambini ebrei prigionieri del ghetto dell’infanzia

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ROMA – A pochi passi dal cuore del ghetto ebraico, in via San Francesco Di Sales, sorge la Casa della memoria e della storia: un’istituzione di Roma alla cui attività e gestione partecipano associazioni che mirano alla conservazione e promozione della memoria storica del novecento.

Qui, dal 21 gennaio al 28 marzo 2014, è esposta una selezione dei disegni e delle poesie realizzati dai bambini ebrei rinchiusi nella città – fortezza cecoslovacca di Terezin, tra il 1942 e il 1944.

Costruita nel 1780 dall’imperatore Giuseppe II  e sede di uno dei più noti  carceri di massima sicurezza durante la prima guerra mondiale, l’intera cittadina di Terezìn fu trasformata dai  nazisti in un gigantesco ghetto, circondando il perimetro con un muro, grottescamente a forma di stella, capace di contenere circa 50.000 deportati.

Simile a tutti gli altri inferni di sterminio, Terezìn ebbe tuttavia una propria unicità, che la rese tanto straordinaria quanto terribile. Da un lato, fu uno strumento per la propaganda nazista, ingannevole palcoscenico da presentare alle delegazioni straniere in visita: la città modello che vive seguendo il dicktat “il lavoro rende liberi” e dove a nessuno viene torto neanche un capello. In un’area del campo furono costruiti  falsi negozi e locali, le camere vennero riverniciate di fresco e in ognuna alloggiate non più di tre persone. La mistificazione fu completata con la realizzazione di un film di propaganda diretto dal regista ebreo Kurt Gerron al quale, in cambio del film fu promesso di aver salva la vita. Dopo le riprese, Gerron e  tutto il cast vennero deportati ad Auschwitz e uccisi nelle camere a gas il 28 ottobre 1944.

D’altra parte, il campo di Terezin fu protagonista di una inaspettata fioritura culturale, nata sull’arido terreno delle messinscene pianificate dagli aguzzini, che diviene ben presto l’unico appiglio di una resistenza spirituale alla politica dell’annientamento. Gli ebrei si sforzarono, per quanto possibile, di dare la possibilità a  tutti i bambini di  continuare il loro percorso educativo, tenendo quotidianamente lezioni ed attività culturali nelle baracche chiamate “case d’infanzia”. Ed è proprio quello dei piccoli ospiti il lascito più struggente delle attività svolte nella città – fortezza. Grazie alla sensibilità e all’intuizione dell’insegnante d’arte Friedl Dicker-Brandeis, oggi possiamo emozionarci davanti alle realizzazioni dei bambini del ghetto: nascose oltre quattromila disegni e un centinaio di poesie in due valigie prima di essere deportata ad Auschwitz. Una tenera collezione che riuscì a scampare alle ispezioni naziste e venne scoperta solo dopo dieci anni dalla fine del conflitto mondiale.

Ciò che ci resta è quanto di più prezioso e struggente ci possa essere: guidati dalle mani esperte dell’insegnante, i bambini ebbero modo di esprimersi attraverso svariate tecniche di disegno e pittura, mostrando sul foglio tutto il loro universo. Tra i ricordi di un passato normale,  fatto di paesaggi, fiori, animali e case colorate spesso emerge una macchia scura, un mostro deformato, simbolo della percezione dell’incubo che li circondava.

Con quest’esposizione, Roma omaggia l’infanzia violata di Terezin, offrendoci un viaggio attraverso le sofferenze e le speranze perdute di questi bambini, e un invito a non cedere alla tentazione dell’oblio e a tenere sempre sveglia la nostra coscienza.

La mostra è chiusa al pubblico sabato e domenica, ingresso libero fino a esaurimento posti.