Graziano Diana, regista de Il giudice – Gli Anni Spezzati, stasera e domani su Raiuno

Un giudice e un procuratore sono uniti da un’amicizia fraterna; entrambi non vogliono piegarsi al ricatto terrorista. Due vite, due destini legati anche alle sorti dello Stato; a separarli, il costo di una scelta. Cosa conta di più tra salvare un amico e difendere lo Stato? Questa sera e domani sera in prima serata su Rai 1, andrà in onda il secondo dei tre appuntamenti de Gli Anni Spezzati, Il Giudice. Ecco il regista Graziano Diana ai nostri microfoni.

Nel secondo atto della trilogia, Il Giudice, Alessandro Preziosi interpreta Mario Sossi, sostituto procuratore della Procura di Genova. Perché scegliere Preziosi nei panni del giudice?

Perché ho trovato che fosse perfetto per questo ruolo. Alessandro Preziosi è un borghese, figlio di avvocati, ha la statura che poteva avere anche il giudice Sossi, era alto, aveva gli occhi chiari, aveva questa sprezzatura che Alessandro ha saputo restituire molto bene. Avevo appena lavorato con lui in Edda Ciano e il comunista e ho pensato di riproporre la coppia Alessandro Preziosi – Stefania Rocca per fare il signore e la signora Sossi. Mi ha fatto davvero piacere lavorare con attori con i quali mi ero già trovato così bene e riproporli in chiave diversa.

Lei e il resto del cast avete mai conosciuto Sossi? Se sì, quale impressione avete avuto?

Abbiamo frequentato lui e la famiglia, abbiamo parlato con le figlie; soprattutto abbiamo preso i diritti del libro che Mario Sossi aveva scritto insieme al giornalista Luciano Garibaldi nell’immediatezza del post rapimento, quindi una testimonianza freschissima e umanamente molto importante. Abbiamo lavorato molto con lui e con le sue esperienze riportate a breve distanza, utilissime per costruire la storia; la collaborazione di questo giornalista è stata molto preziosa per la stesura di questo progetto. Il secondo capito è ancora più particolare del primo perché mentre Milano nel 69 e la bomba di Piazza Fontana hanno una centralità nella storia italiana, la storia di Sossi è poco nota ma per noi è importantissima perché è quella in cui si sofferma il tema della trattativa tra Stato e terrorismo, anche se poi tutti conoscono quella che si è riproposta quattro anni dopo con il caso Moro. Ci sembrava molto interessante e molto utile riproporre la prima volta in cui questo tema è stato affrontato e anche emergere l’inizio del fenomeno delle Brigate Rosse. Questa è l’azione eclatante che il nucleo originario delle Brigate Rosse composto da Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mara Cagol organizzano per salire alla ribalta attraverso un’azione eclatante e porsi come interlocutori dello Stato attraverso questa trattativa.

Fu sequestrato dalle Brigate Rosse a Genova il 18 aprile 1974 e rilasciato a Milano il 23 maggio dello stesso anno. Qual era stata la sua “colpa”?

Viene sequestrato perché si era occupato di un processo molto importante, il processo Floris. Si trattava di un portavalori e fu la vittima di una rapina per autofinanziamento di un gruppo che era la brigata del Gruppo XXII Ottobre . Era finito sotto i colpi dei rapinatori, fu fatto il processo e Sossi fu il pm che chiese e ottenne condanne esemplari per i membri di quella brigata. Ci furono molte dimostrazioni perché si cercò di far passare il processo come un processo politico, invece molte prove vennero occultate. Questo processo mise il giudice che se ne era occupato nel mirino dei terroristi.

Attraverso questa fiction, affronta anche il tema delle Brigate Rosse e del terrorismo. Che idea si è fatto su questo fenomeno che ha portato l’Italia negli anni più oscuri della sua storia?

Io ero a Roma quando le BB avevano raggiunto un livello sanguinario estremamente drammatico. Eravamo tutti avvolti nel mistero di che cosa fossero, per quali fini agivano, chi le guidava. Mi ha interessato molto raccontare questa fase iniziale perché credo che l’inizio delle Brigate Rosse non sia mai stato narrato. Il sequestro di Sossi ha una sua centralità, ma la mia storia si svolge all’interno della procura e si va a focalizzare nel rapporto tra Sossi e Coco. Francesco Coco era il capo della procura quando Sossi aveva mosso i primi passi da pm, si considerava un po’ il suo padre spirituale, c’era stima fra i due ed era nata anche un’amicizia. Quando Sossi venne rapito, era in corso il processo di appello della la brigata del XXII Ottobre. Coco nel frattempo era diventato procuratore generale presso la corte d’appello, era dunque lui chiamato a dare il parere se trattare o meno con i terroristi. Coco si esprime per la linea della fermezza, nonostante l’amicizia con Sossi; prende una decisione molto sofferta che lo porta a un isolamento anche della procura. A questo punto, gli stessi familiari di Sossi pensano che il loro parente venga ucciso,sembra quasi una tragedia umana, un po’ come Antigone, un conflitto tra il principio dello Stato e il principio degli affetti. Coco divenne, in questo clima di solitudine, un bersaglio per i terroristi perché Sossi dalla prigione consigliò i brigatisti, sulla libertà o meno dei detenuti; il procuratore generale dava sì un parere ma a decidere doveva essere la giuria popolare del processo d’appello e così avvenne. La giuria popolare smentì Coco e disse che bisognava liberare i terroristi e fu favorevole alla trattativa. Coco acconsentì a patto che Sossi fosse rilasciato incolume. A questo punto, i brigatisti pensavano di aver vinto e liberarono Sossi, il quale fu mandato in ospedale; aveva due costole rotte e Coco decise di non liberare nessuno. I brigatisti si vollero vendicare di Coco, lo uccisero l’8 giugno 1976 insieme agli uomini della scorta. Fu lui a pagare con la vita. La prigione di Sossi era un casolare in campagna e i brigatisti lo liberarono a Milano e non a Genova, gli venne dato un biglietto del treno per recarsi nel capoluogo ligure. Sossi prima tornò dai familiari e poi andò dalla polizia.