La Storia della camicia: dall’antichità a quella rossa dei garibaldini fino alla “dolce vita”

La mitica camicia di Nesso, fatale a Eracle, molto probabilmente non era una camicia. La parola, infatti, è tardo latina – camisia e camiscia – e l’indumento come lo intendiamo noi, é ancora più vicino al nostro tempo.
Nell’antichità quella che noi chiamiamo biancheria, intesa come abbigliamento intimo in contrapposto all’altro “che si vede”, non é molto diffusa. 
Se ne sente il bisogno quando, nell’età post classica, l’uso del bagno é molto meno frequente ed é quindi opportuno rinnovare spesso gli indumenti a contatto con il corpo; si diffonde man mano che sono più avvertite le esigenze di pulizia e di igiene.

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Nell’antichità la camicia é una semplice tunica, più o meno lunga, presso che  uguale per uomini e donne; di lino in Egitto, di cotone in India, di lana nella civiltà greco-romana.
L’imperatore Augusto, che era molto freddoloso, indossava quattro tuniche una sopra l’altra e aggiungeva anche qualche maglia di lana, di quelle che in epoca recente si sarebbero chiamate camiciole. Rispetto agli uomini le donne hanno un capo di biancheria in più, la fascia pectoralis.
Per arrivare ad una precisa distinzione fra indumenti maschili e femminili, come per la destinazione diurna e notturna, bisogna aspettare il Tre-Quattrocento.
Isidoro di Siviglia parla di camicie da notte, ma in genere si dorme nudi e se fa freddo si indossano gabbane di pelliccia.
Ancora nel Cinquecento la camicia è un tipico abbigliamento diurno, la si depone andando a letto; e questo ne spiega il lusso, documentato nei ritratti pittorici dei secoli d’oro.
Le donne usano sempre la fascia per sostenere il seno e cominciano già nel Medioevo a volere camicie raffinate, ricche di increspature e bordate di oro.
Carlo Magno indossava le glizzine, camicie fatte con un tessuto di lino finissimo e quasi trasparente; anche i calzoni che portava sotto la tunica, erano di lino.

Con lo sviluppo della fabbricazione e del commercio della tela l’uso della biancheria si fa più facile. Già nel Due-Trecento si ha traccia di acquisti di tela per biancheria femminile.
Pare che ne sia ” propagandista” Isabella di Baviera. Con il Quattrocento i capi di biancheria compaiono negli inventari dei corredi in misura consistente: Elisabetta Gonzaga dispone di 24 camicie; Bianca  Maria Sforza ne ha otto con ornamenti in seta e oro, venticinque con ornamenti di seta nera, quindici ornate di filo e cinquanta semplici; Lucrezia Borgia ne ha duecento. Nel corredo di Maria di Savoia del 1570 si evidenziano dodici camicie da notte e ventiquattro da giorno.

Enrico IV nel 1594, possiede dodici camicie. La biancheria attira presto l’attenzione dei moralisti. La camicia da notte é considerata impudica ( lo sarà per secoli, fino ad arrivare all’imposizione di lunghi e rozzi camicioni accollatissimi ), più che mai impudiche le mutande, portate soprattutto dalle cortigiane ma poi legittimate da Caterina de’ Medici. C’è n’è anche per gli uomini: le braghette inquinali cinquecentesche ( che servono anche da tasca ) mettono in evidenza ciò che dovrebbero coprire.
La biancheria appare a sbuffi attraverso le aperture delle vesti quindi acquista importanza e pregio e si orna di ricami e merletti.
Anche “i calzoni che non si veggono” ne sono ricchi: li rende necessari nel 1500 l’avvento della faldia o faldigia, una specie di sottoveste gonfia a campana che tiene le vesti staccate dalle gambe e che con varie evoluzioni ( imbottiture di stoppa o cotone, poi cerchi di legno, gabbie di vimini e metallo ) farà parte per secoli dell’abbigliamento femminile. 
Si fanno importanti nelle camicie collari e polsini. Le piccole strisce increspate, dette lattughe, si svilupperanno fino a dar vita alle colla resse ingombranti e vistose che caratterizzeranno principalmente l’abbigliamento maschile.
Le donne puntano di più sugli ornamenti, oro e perle sono molto frequenti.

Che la camicia sia un capo prezioso starebbe a provarlo la vicenda di Guidarelli,uomo d’arme del duca Valentino. 
Il suo monumento funebre, che ora è alla Galleria dell’Accademia di Ravenna, è tra le sculture rinascimentali più ammirate e addirittura oggetto di qualche fanatismo(per difendere il bel cavaliere dalle effusioni delle sue visitatrici hanno dovuto metterci un recinto).
Si racconta che Guidarello, per avere in restituzione una “camicia alla spagnola, bellissima de lavori d’oro”, venne a lite con l’uomo cui l’aveva prestata, arrivando ad ucciderlo.
La punizione del Duca fu inesorabile: a Guidarello fu tagliata la bella testa. Accadeva nel 1501.
A proposito della Spagna, per restare nell’epoca, è il caso di ricordare che dobbiamo a una camicia il colore “isabella”.
Gli ha dato il nome Isabella di Castiglia, la regina cattolica, proprio quella delle caravelle di Cristoforo Colombo: la sua camicia, non cambiata per mesi e mesi, assumeva appunto quel colore che è stato poi definito “isabella”.
Nei secoli successivi la biancheria si articola in un maggior numero di capi e si differenzia nettamente secondo i sessi. Le donne aggiungono fascette, bende, corpettini, sottanini, cuffie da notte assortite alle camicie; quelle da giorno si evolvono in camicine a vita; le mutande, lunghe, di uso corrente, sono semplici, di tessuto robusto che alla fine dell’Ottocento si accorciano al ginocchio; le sottane si moltiplicano secondo la moda, sono di mussola o di “voile”, inamidate, di flanella, di maglia, anche di crine (che da il nome alla crinolina): devono conferire ampiezza alla veste e, per un certo periodo, hanno il compito di …frusciare e per questo si usano sete rigide.

Pare che il fruscio costituisca un suggestivo elemento di seduzione. Alla fine dell’Ottocento si affermano la biancheria di seta, la caratteristica guarnizione a nastri infilati, il colore (carnicino, paglia, rosa, azzurro). 
Scompare senza ritorno la camicia (mentre il termine camiciola è attribuito alla maglia di lana che si porta sulla pelle). Ma non è la sola scomparsa, presto i capi singoli sono sostituiti dalla combination o combinaison che unisce al copribusto la sottana.
Si fanno più sobri gli elementi decorativi. Non si usano più i grandi corredi formati da centinaia di camicie da giorno di tela d’Olanda o di batista ornate di pizzi, dozzine di camicie da notte di percalle o di mussolina con maniche e colletti di pizzo.

In epoca più recente la biancheria è ridotta ai minimi termini.
Per gli uomini avviene un analogo processo di semplificazione. Le camicie eliminano via via i grandi colli, la cascata di trine  del jabot, i colletti inamidati, gli sparati rigidi, i polsini staccati. 
Bianca per secoli, anche la camicia maschile acquista colori e disegni. Si racconta di gentiluomini milanesi o romani che mandavano le camicie a Londra per farle stirare.
Come i francesi dettavano legge negli “intimi”femminili, così la biancheria maschile doveva essere inglese, con piccola cifra ricamata.
Caduti idoli e conformismi oggi tutto l’abbigliamento ha acquistato scioltezza e libertà .
A definire “camicia alla Robespierre”, quella aperta sul petto, si rischia di non essere neppure capiti. 
La moda corre, pochi anni e già fa ridere chiamare “dolce vita” la maglietta a collo alto che sembrava dovesse sostituire la camicia in ogni occasione.
Così hanno via via perduto di significato modi di dire e locuzioni legate a questo indumento: in maniche di camicia, nato con la camicia, sudare sette camicie, ridursi in camicia, si leverebbe pure la camicia.
Fortunatamente meno usata anche la camicia di forza, il corpetto di tela robusta con lunghe maniche da allacciare dietro, usato per frenare i pazzi agitati.

Forse sarebbe difficile anche dar vita a espressioni come camicie nere per indicare i fascisti, camicie azzurre per i nazionalisti, camicie brune per i seguaci di Hitler.
Ormai consegnate alla storia, le camicie rosse garibaldine avrebbero una origine piuttosto prosaica.
Nel 1843 una casa commerciale di Montevideo offriva, a prezzi ridotti, un fondo di camicie di lana rossa, preparate per il mercato di Buenos Aires che era stato chiuso per il blocco.
Erano destinate soprattutto agli operai dei Saladieri, i grandi macellai e stabilimenti di carne salata argentini: la lana era adatta all’inverno, quanto al colore il tipo di lavoro ne giustificava la scelta . 

Si trattava insomma, per i garibaldini, di un buon affare che fu combinato.
Sembrando troppo prosaica la spiegazione: c’é chi sostiene che la scelta sia stata suggerita da un pittore.