Febbraio 1944. 60 anni fa il processo di Verona ai gerarca fascisti che tradirono il Duce

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VERONA – Dopo il primo rapporto rapporto nazionale del Partito Fascista Repubblicano, tenuto a Verona a metà novembre del 1943, da cui mosse anche la scorreria responsabile dell’eccidio consumato a Ferrara nella “lunga notte”, gli elementi più oltranzisti del neofascismo riescono a prevalere sulle più meditate opinioni del nuovo ministro della Giustizia avvocato Piero Pisenti.
Dieci giorni dopo fu emanato il Decreto istitutivo del “Tribunale Speciale Straordinario”, controfirmato dai soli Mussolini e Pavolini, per processare i traditori del venticinque luglio.

Latitanti quasi tutti, saranno rinviati a giudizio il 14 dicembre “per avere a seguito di più incontri, e segnatamente nell’occasione del voto emesso dal Gran Consiglio del 
Fascismo il 25 luglio 1943 in concorso tra loro, col tradimento dell’Idea, attentato a menomare l’indipendenza dello Stato……. prestando così aiuto al nemico”.

Presieduto dall’avvocato Aldo Vecchini, il “Tribunale Speciale Straordinario” insediato a Verona aveva giudici improvvisati scelti appositamente tra coloro che dimostrarono assoluta fedeltà al Duce e all’Idea e che, dopo il 25 luglio, ebbero a soffrire per la loro incondizionata dedizione alla Causa.
Pubblico accusatore tale Andrea Fortunato, un insegnante di materie giuridiche presso l’ Istituto tecnico commerciale “Mossotti ” di Novara; giudice istruttore, Vincenzo Cersosimo, già addetto dal 1931 al 1943 al Tribunale speciale per la difesa dello stato fascista.
Cancelliere Tommaso Leucadito che, dopo il processo di Verona, nell’Italia post-fascista farà carriera presso l’ufficio della presidenza del Consiglio e poi morì in circostanze molto strane.
Ai contumaci furono designati difensori di ufficio ma anche i detenuti nel carcere veronese degli Scalzi non ebbero la possibilità di avere un avvocato di fiducia, sia per il diniego opposto con vari pretesti dai legali interpellati, sia per l’impossibilità (come nel caso di De Bono) di ottenergli per difensore il prescelto suo amico Giuseppe Caradonna.
In extremis il solo Cianetti sarà vigorosamente difeso nel processo dall’ex podestà di Assisi, avvocato Arnaldo Fortini, se la caverà con trenta anni di reclusione.

Ognuno dei giudici indossava sotto abiti borghesi la camicia nera.
Testimoni ammessi quelli ritenuti a carico. Nella sala delle udienze in Castelvecchio un truce clima intimidatorio era assicurato dalla cosiddetta “polizia federale” di Verona, comandata da Nicola Furlotti, detto Nino, uno sbandato più che mai ricattabile durante  la Repubblica di Salo’, in quanto israelita ed implicato nell’effettuazione della strage di Ferrara.
Nella vendetta di Verona Mussolini ebbe un atteggiamento omissivo quasi gli mancasse la possibilità di iniziative autonome: infatti non fece trasmettere le domande di grazia dei condannati a morte.

Non fu risparmiato nemmeno Galeazzo Ciano, genero del Duce.
Il neofascismo e lo stesso Mussolini, declamando fedeltà inflessibile all’alleato nazista, ritenevano moralmente doveroso e giuridicamente ineluttabile far espiare ai gerarchi il tradimento da essi perpetrato.
Anche il genero del duce fu lasciato quindi in pasto ai vendicatori che per conto di una fazione del fascismo, all’unanimità lo fecero sopprimere, con sentenza di morte, insieme a De Bono, Gottardi, Pareschi e Marinelli, la mattina di un febbraio veronese freddo e pieno di umidità del 1944 nel forte di San Procolo a Verona.