Peppino Impastato, una vita immolata sullo sporco altare della mafia

Peppino Impastato, militante della sinistra extraparlamentare, sin da giovanissimo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica.
Per questo aveva dovuto operare, caso unico tra i giornalisti, una doppia rottura: quella all’interno della società e del suo paese e quella dalla sua famiglia, una famiglia di origine mafiosa tanto che il padre, che durante il periodo fascista era stato inviato al confino per mafia, aveva finito con il cacciarlo di casa.

Inizia la sua lotta al crimine organizzato a partire agli anni sessanta fondando un giornale, “Idea Socialista”, che, a causa di articoli come “La mafia è una montagna di merda”, viene censurato; fonda poi il circolo “Musica e cultura”, da cui partono le denunce dell’operato mafioso e Radio Aut, una emittente autofinanziata che manda in onda notiziari di pesante satira nei confronti dei boss locali e, in particolare, verso Gaetano Badalamenti, capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni settanta. “Era un politico nel vero senso della parola, aveva una ideologia in cui credere e per la quale lottare, seguiva le iniziative date dall’esterno ma ne inventava di proprie attraverso un coerente comportamento personale non incline ai compromessi ma verso un rapporto di scambio o scontro”: così ne parla Salvo Vitale, amico di Peppino ed anch’egli fondatore di radio Aut.

Peppino aveva la grande capacità di riuscire a leggere aspetti non evidenti della realtà. Era consapevole dell’utilizzo dei mezzi di informazione e della loro potenza. “Aveva rifiutato di studiare, malgrado fosse iscritto alla facoltà di Filosofia, perché sosteneva che l’università fosse un veicolo della subcultura borghese, una fabbrica di ignoranza al servizio del potere, eppure leggeva di tutto”. Aveva “rifiutato” di lavorare secondo i canoni comuni perché riteneva che il suo lavoro fosse l’impegno politico, egli non avrebbe mai abbandonato la politica, perché questo per lui avrebbe significato abbandonare la vita. Con coraggio s’impegnava, con tutte le sue forze, nella lotta alla mafia e questo lo condusse al sacrificio della sua stessa vita.

Molte delle cose che diceva Impastato corrispondevano alla crudezza della verità, la realtà era come lui la dipingeva e grazie alle sue denunce e irrisioni alcuni mafiosi conobbero l’onta del carcere. Per cui si può dire che non tutto è stato inutile. Estremamente convinto dell’importanza dello strumento radiofonico quale veicolo di idee e di libertà per i più deboli ne discuteva molto con i suoi compagni, avvertiva l’esigenza di far sentire la propria voce, la propria opinione e contemporaneamente dar voce anche a quelle categorie sociali meno garantite come i precari, i braccianti, i pescatori, le donne ed i disoccupati. “La radio è espressione del malcontento sociale, è strumento di conoscenza per determinare direzioni alternative di sviluppo e strumento di coagulo. E’ espressione data dalla cultura popolare, comunicazione dal basso che fa sentire le voci dei lavoratori, di chi più soffre e di chi è in pericolo”, diceva Impastato.

Alcuni degli amici non se la sentirono di affrontare una attività così impegnativa come quella giornalistica attraverso la radio, convinti che questo avrebbe sottratto troppo tempo alle loro attività musicali ed artistiche ed abbandonarono il progetto. I pochi rimasti, non disponendo di molte risorse economiche, si procurarono l’attrezzatura necessaria (trasmettitori, antenna, piastre e mixer), ottenendola dalla sede di Radio Radicale di Palermo che stava rinnovando la strumentazione, e in poco tempo cercarono e trovarono una casa di piccole dimensioni a Terrasini e non a Cinisi, perché in tal modo erano convinti in seguito di poter meglio raggiungere tutti i paesi del Golfo di Castellamare e dell’entroterra. “Aut” fu il nome voluto da Peppino: come dice anche Erri De Luca nella prefazione del libro “Radio Aut”, deriva dal latino “Aut è oppure. Non è la pronuncia della parola inglese out, fuori, ma l’opposizione dell’oppure, di una alternativa alla informazione falsa e reticente”.

Non solo radio nella vita di Peppino ma anche partecipazione diretta alla vita politica e ai comizi, in cui cavalcò i suoi cavalli di battaglia scagliandosi apertamente contro Gaetano Badalamenti, in vista delle elezioni comunali del 1978 a Cinisi, per le quali si presentò nelle fila di Democrazia Proletaria.
E proprio a pochi giorni dalle elezioni, la notte del 9 maggio, sui binari della Palermo – Trapani, fu fatto saltare in aria imbottito di esplosivo, inscenando così un suicidio-attentato, tesi sostenuta a lungo da stampa ed inquirenti, che misero in atto vere proprie azioni di depistaggio, contrastate, almeno inizialmente solo grazie al grande coraggio e determinazione della madre Felicia, del fratello Giovanni e degli amici a lui più vicini, che ruppero immediatamente con la cultura mafiosa denunciando da subito l’accaduto.

E’ stato in virtù del loro impegno che negli anni successivi si costituì il Centro di Documentazione Impastato, e fu varata una commissione parlamentare d’inchiesta che ebbe modo di accertare, sia le responsabilità sul delitto, sia quelle sui depistaggi messi in atto da alcuni organi inquirenti.
Così, finalmente, a distanza di molti anni, si è potuta riabilitare la memoria di Peppino ed arrivare alla condanna dei mafiosi Tano Badalamenti e del suo braccio destro Vito Palazzolo.