Vento e sole o uranio? Questo è il dilemma!

Circa 3,2 milioni di anni or sono l’ominide Lucy, appartenente alla specie dell’Australopithecus afarensis, il cui scheletro costituisce il più antico vestigio della catena evolutiva umana, abbandonando la condizione di arboricolo, in grazia del progressivo diradarsi delle foreste, discese al suolo e, trasformandosi in bipede, levò il suo sguardo sul mondo circostante, innestando l’inarrestabile meccanismo che lo avrebbe condotto a trasformarsi, se pure in un arco temporale lunghissimo, da “homo erectus” in “homo sapiens”, in un essere, cioè, dotato della intelligenza che gli avrebbe consentito di pervenire al dominio quasi assoluto sull’ambiente circostante, che egli ha modificato nei secoli asservendolo alle proprie esigenze dapprima primarie ed in seguito anche voluttuarie.

A ben riflettere, però, fino all’avvento della cosiddetta “rivoluzione industriale”, che data approssimativamente agli inizi del secolo diciannovesimo, l’azione antropica è stata posta in essere prevalentemente nell’ambito del sistema naturale, del quale l’uomo si sentiva parte integrante. In altri termini, l’essere umano utilizzava quasi esclusivamente quelle che vengono definite “risorse rinnovabili”, al cui gruppo appartengono l’energia solare, l’acqua, l’aria, i prodotti dell’agricoltura, cioè tutte quelle risorse che ciclicamente si ricostituiscono, non apportando, in tal modo, variazioni irreversibili nell’ambito dell’ecosistema. Se si eccettua l’uso dei minerali, da classificare nel gruppo delle risorse non rinnovabili, come quello, pur limitato, del carbone, fino all’avvento dei motori alimentati con le fonti fossili dell’energia, specialmente con i derivati del petrolio, l’uomo si è servito dell’energia cinetica del vento (per la navigazione, per la macinatura dei prodotti cerealicoli, per pompare l’acqua dai pozzi), o dell’acqua, o ancora della trazione animale, ma anche dell’inesauribile energia solare, al fine di soddisfare le proprie esigenze.

Fatto è che, nel volgere di un paio di secoli soltanto, il progressivo affinamento delle tecnologie, facilitato dalla scoperta, ad esempio, dell’energia elettrica, ha fatto compiere al genere umano un balzo incredibile (producendo effetti estremamente significativi se inquadrati in una visione antropocentrica del mondo, come l’aumento esponenziale dell’aspettativa di vita o l’automatizzazione dei cicli produttivi) che va sempre più escludendo la necessità di forza muscolare umana, ma alla lunga troppo invasivo e inappropriato per la natura nel suo complesso, che subisce tante e tali modificazioni da porre a rischio, in prospettiva, la stessa sopravvivenza della specie umana che della natura è parte, per quanto sembri che troppo spesso lo dimentichi.

E dunque è a mio parere in errore chi osteggi tout court l’uso delle fonti rinnovabili dell’energia, perché in tal modo collabora, sia pure inconsapevolmente, alla “soluzione finale” dell’umanità.

Ciò che penso, però, è che si debbano individuare soluzioni compatibili con le peculiarità paesaggistiche ed ambientali dei diversi territori, cosa senza dubbio possibile se l’interesse privato viene subordinato a quello collettivo.

Chi osteggia le rinnovabili tout court, invece, finisce per aiutare involontariamente con le multinazionali del petrolio e del carbone e collabora acché si spalanchino le porte al nucleare.

 

Se non è bastata l’esperienza di Chernobyl, si getti uno sguardo a Fukushima.

 

Miscia Dixit, 3,2 milioni di anni d. L. (dopo Lucy)