Messina Denaro: nuovo volto ma vecchia storia per la primula rossa della mafia

Stempiatura più alta, un po’ più appesantito, capelli ancora scuri nonostante i suoi 52 anni; questo è l’ultimo identikit del capomafia trapanese Matteo Messina Denaro, latitante ormai dal 1993. La Guardia di Finanza è riuscita a risalire a queste caratteristiche grazie a un confidente che, recentemente, avrebbe incontrato il boss di Castelvetrano. L’immagine sarebbe stata diffusa alle forze dell’ordine impegnate da 21 anni nella ricerca della primula rossa di Cosa Nostra. La vera novità è che Messina Denaro non porta occhiali. Le vecchie foto lo immortalavano con grosse lenti: proprio perché il capomafia è affetto da una patologia alla retina che lo ha costretto a recarsi da uno specialista spagnolo. Il medico di una clinica di Barcellona ha confermato la serietà della patologia. Il boss infatti avrebbe fornito alla reception la sua vera data di nascita e rivelato la sua città di origine, Castelevetrano e avrebbe detto di chiamarsi Matteo Messina, omettendo dunque il secondo cognome.

Quella di Matteo Messina Denaro è la storia di un uomo che respira mafia fin dalla culla. Suo nonno Salvatore è scampato alla repressione del prefetto Cesare Mori e il padre Francesco, “don Ciccio”, è diventato membro di quella che viene considerata la commissione regionale di Cosa Nostra; successivamente morirà di morte naturale in latitanza nel 1998. A 14 anni Matteo sa già sparare e il suo “curriculum” inizia a 18 anni: infatti, gli investigatori lo ritengono responsabile di una settantina di omicidi come mandante ed esecutore. Ad un amico avrebbe confidato: “Con le persone che ho ammazzato, io potrei fare un cimitero”.

È protagonista dello stragismo della mafia. All’inizio del 1991 collabora con i fratelli Graviano per comporre due strutture segrete dentro Cosa Nostra, volute da Riina, distaccate dalle famiglie e dai mandamenti mafiosi, per progettare le stragi del ’92-’93. Messina Denaro verrà però richiamato alla base. Nel 1993 inizia la sua trafila mettendosi al servizio di Bernardo Provenzano e dispensando consigli sulle elezioni del 1994, una volta tramontato il sogno del partito per l’indipendenza della Sicilia. Una latitanza la sua che non è però fatta di covi e bunker: il boss non disdegna il denaro e il lusso. Tramite la ‘ndrangheta si mette in contatto con i cartelli colombiani della droga. Intanto negli anni, forte dei rapporti con la politica e l’imprenditoria, accumula fortune che le indagini provano a spogliare. Amante delle auto sportive e delle belle donne, è soprannominato Diabolik per la passione per il famoso personaggio dei fumetti, fa affari con le estorsioni e con gli appalti, ma anche col traffico di droga e le operazioni imprenditoriali e finanziarie.