La Tempesta: una lacrima e un sorriso, questa sera su Raiuno arriva Giovanni Scifoni

Questa sera su Raiuno andrà in onda “La Tempesta”. Il film racconta la necessità da parte di Paolo, che non si è mai preso impegni, di dover gestire l’azienda del fratello, sparito dopo uno tsunami mentre era in vacanza. L’azienda è in difficoltà e il protagonista dovrà anche pensare a Natoli, bambino bielorusso che il fratello aveva adottato. Ad aiutarlo ci sarà Manuela, operaia nella fabbrica.

Ad interpretare Paolo sarà Giovanni Scifoni, mentre Manuela avrà il volto di Nicole Grimaudo.

“La tempesta” offre un delicato sguardo sul mondo delle adozioni tra colpi di scena offerti da un dongiovanni con la sorpresa di occuparsi del bambino bielorusso al posto del fratello, scomparso in uno tsunami con la moglie. Il film tv ci narra le problematiche dovute alla crisi economica, alle quali si aggiungono le difficoltà per i giovani di assumersi la responsabilità di divenire “genitori moderni”. La storia offre diversi spunti di riflessione.

La tempesta è l’ultimo appuntamento del ciclo “Purché finisca bene”, un ciclo di film tv prodotti dalla Pepito Produzioni per Rai Fiction, diretti dai registi Fabrizio Costa e Luca Ribuoli. I cinque film-tv hanno provato a raccontare l’Italia di oggi: un’Italia che, nonostante le molteplici difficoltà, non perde di vista i valori fondamentali, l’amore in tutte le sue sfaccettature in primis, attraverso momenti molto toccanti, ma anche attraverso risate, un buon cast e paesaggi inediti. Si sono sempre rivolti a un pubblico in cerca di storie serene ma mai banali.

Oggi abbiamo intervistato il protagonista de La tempesta, l’attore Giovanni Scifoni, tra i più talentuosi attori e autori teatrali nel panorama culturale italiano; riesce a regalare un sorriso ma allo stesso tempo riesce a far versare una lacrima allo spettatore perché ha la straordinaria capacità di toccare le sfere più intime dell’essere umano.

Questa sera ti vedremo protagonista in prima serata su Raiuno ne La Tempesta. Perché hai detto sì a questo progetto?

Un bellissimo ruolo, scritto bene, con un buon cast e un regista di grande esperienza. Era da scemi dire di no.

Un film che fa riflettere ma che fa anche ridere, perché allora un titolo come La tempesta?

I titoli delle fiction vengono scelti dopo ore e ore di riunioni snervanti, ciò che succede dentro quelle riunioni è misteriosissimo, inutile per noi volgo plebeo tentare di dipanarne il senso. A me sembra comunque un buon titolo, semplice, immediato, allusivo. Il riferimento è alla tempesta di emozioni e allo tsunami nel sud-est asiatico che viene raccontato da un telecronista all’inizio del film.

Nel film per la tv, interpreti Paolo. Ci racconti meglio del tuo personaggio?

Un ragazzone invecchiato e sciatto, pieno di soldi e nullafacente. Un buontempone insopportabile ma inoffensivo, divora donne come fossero noccioline, ma completamente apatico per quanto riguarda i sentimenti. Avrà la vita rivoluzionata a causa di un bambino che gli piomberà a casa suo malgrado. Quello che mi piace di questo personaggio è il fatto che la sua maturazione avviene in modo assolutamente improvviso, Paolo diventa uomo perché è obbligato a farlo, non perché lo decida lui. Ma questo cambiamento coatto alla fine gli piace, ci prende gusto. Tutto sommato essere adulti responsabili è più gustoso di quanto ci si immagina.

Hai qualcosa che ti accomuna a Paolo?

Decisamente la pigrizia e la paura del cambiamento. Anche se poi le scelte della mia vita dicono il contrario: sono sposato e ho 3 figli. Ma le cose importanti della nostra vita realmente le scegliamo? Secondo me no, obbediamo a una vocazione.

Nel film si parla del delicato mondo delle adozioni, della crisi economica e dell’amore in tutte le sue sfaccettature, il tutto narrato con una grande semplicità. Sei d’accordo?

Mi preme parecchio il discorso sulle adozioni e sugli affidi. Ho la fortuna di avere diverse coppie di amici e parenti che si sono avventurati in questo universo complesso e a volte delirante. L’affido familiare è un gesto di altruismo assoluto. Dedichi completamente la tua vita matrimoniale ad un bambino che non è tuo figlio, per restituirgli una dignità, per dargli la possibilità di imparare ad amare. Poi devi separarti da questo bimbo, e il trauma è inimmaginabile. Come se non bastasse molto spesso i giudici e gli assistenti sociali fanno casini sulla pelle dei bambini e dei genitori affidatari. Ci vuole veramente fede e coraggio.

Cosa speri arrivi al pubblico?

Questa sera lo vedo per la prima volta anch’io. E spero di non aver rovinato una sceneggiatura deliziosa. Purtroppo quando si lavora sul set non si ha una percezione esatta di quello che verrà fuori. La sensazione è di un lavoro eccellente, Fabrizio Costa aveva una cura quasi maniacale per ogni dettaglio, è uno che ama la recitazione, ama lavorare con gli attori.

Questo ciclo di film è intitolato Purché finisca bene, quasi a significare che oggi più che mai ci sia bisogno di un lieto fine. E’ così?

Certo. Abbiamo bisogno di pensare che in fondo il mondo è un luogo governato dall’etica, che la vita ha senso, che gli enigmi si sciolgono, che il caos della natura non trionfa sul bene della civiltà. Questo è il principio fondamentale che distingue la commedia classica dalla tragedia. Ma abbiamo bisogno anche della tragedia, a volte piangere è liberatorio, è divertente. Io piango quasi sempre davanti a un film, mi basta pochissimo: una frase a effetto, la giusta musica che sale di volume sul dettaglio degli occhi di lei e scoppio in singhiozzi. E non perché io sia depresso o problematico, ma perché ne ho bisogno. Davanti a uno schermo o un palcoscenico o un quadro o un’orchestra o un corpo di ballo abbiamo bisogno di ridere o di piangere, tutto il resto è decorazione, ciarpame emotivo.