Rigore è quando arbitro fischia, in ricordo di Vujadin Boskov

C’era una volta un calcio fatto di sentimenti e di passioni forti, un calcio racchiuso nello spazio angusto di una radiolina Philips 077, un calcio immerso in un’aurea di romanticismo e di malinconia, espressione di un mondo che già presagiva il suo imminente ed inevitabile superamento.

Quel mondo e quel calcio erano il mondo ed il calcio di Vujadin Boskov. Boskov nacque a Begeč, villaggio a 15 km da Novi Sad in Voivodina in Serbia. Della propria terra d’origine Mister Vuja  ha sempre conservato lo spirito, lo sguardo semplice e disincantato sulle cose, quell’atteggiamento pervaso da un sottile senso di tristezza che i popoli slavi portano in dote come caratteristica del loro particolare porsi nei confronti della vita. Ed il calcio per Boskov era prima di tutto questo: un fatto di vita!

Totalmente immersi ed assuefatti in un mondo del calcio che fa della “rappresentazione” e dello spettacolo la propria ragione d’essere, il ricordo di un tempo in cui lo sport più bello al mondo era la sublimazione artistica della quotidianità di vita, diventa mano a mano più pallido. In questo senso le “massime” che hanno reso famoso Vujadin Boskov, condite da un’impertinente ironia testimone di una personalità delicata e sottile, portano con loro un costante elemento distintivo: il calcio come prosecuzione della vita. Ed allora, all’interno di questa visuale, era quasi ovvio che la Sampdoria, espressione di un calcio di rara bellezza, diventasse “donna bella che tutti vogliono riempire di baci”; se “pallone entra quando Dio vuole” è perché nel calcio come nella vita non si è mai completamente padroni del proprio destino ed il rimando ad un’ “alterità” che sostiene l’ordine delle cose è inscritta nel cuore stesso dell’uomo.

In ogni caso, al di là di ogni retorica, la dipartita di Boskov è davvero la fine di un’epoca. Indietro non si torna e forse, chissà, è anche meglio così. Ci rassegneremo alle interviste patinate ed ai tweet di dubbio gusto, ai calciatori – attori ed ai tecnici rancorosi. Nel farlo, però, porteremo sempre il ricordo di chi usava la dissacrazione e l’ironia per tener fermo il calcio nella dimensione che gli compete; perché se un giornalista predice compiaciuto la retrocessione della squadra da te allenata, è “umano” rispondere che “tua testa buona solo per tenere cappello”.

Ecco, più delle frasi ad effetto e dell’ironia, più di quel calcio spumeggiante, più dei fasti di quella Samp, più del ricordo di quella finale di Coppa Campioni persa per un destino beffardo, ricorderemo l’umanità cristallina di Mister Vuja.

Il calcio, come la vita, continuerà il suo corso. Noi continueremo a sgolarci, ad urlare ed ad incitare. Ma da ieri sera, di certo, con quel sottile senso di tristezza…