Verso il 2 giugno. Una data, una certezza, una consapevolezza

Il periodo caldo del nostro Paese sembra non finire mai. Fra elezioni europee, disoccupazione dilagante, cittadini scontenti e politici sotto processo, il 2 giugno, festa della Repubblica, rimane uno dei pochi punti fermi di noi italiani. Ma non solo. Festeggiamenti e commemorazioni varie hanno il merito di ricordarci chi siamo, da dove veniamo, di cosa siamo stati capaci nel corso dei decenni. Per seguire i buoni esempi e per non ripetere certi errori. Oggi più che mai, con il rischio concreto di smarrire, spesso per disperazione, il senso etico e morale di cittadini italiani è importante essere presenti a noi stessi: in questo, la festa della Repubblica ci aiuta. Ecco il contributo di Alessandro Bertolucci.

Il 2 e il 3 giugno 1946 sono due date molto importanti per il nostro Paese. Si è tenuto infatti il referendum istituzionale a suffragio universale grazie al quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo dare al Paese. Dopo 85 anni di regno, l’Italia diventava repubblica. Quale valore ha per te la festa della Repubblica?

La festa della Repubblica è il nostro compleanno come popolo, come italiani. Celebriamo un compleanno che tuttavia ha un significato ancora più profondo, perché rendiamo omaggio alla “scelta” della repubblica. Meglio scriverlo con la S maiuscola: la “Scelta”. Il valore del 2 giugno, così come quello del 3 è dovuto principalmente al coraggio della scelta fatta da chi ci ha preceduto e da tutto ciò che questa scelta ha successivamente comportato: le conseguenze di una scelta razionale. La Repubblica è il regalo che noi abbiamo ricevuto, ma per me il 2 si celebra il valore della decisione presa all’epoca.

Proprio il 2 giugno la Rai in prima serata su rai 1 trasmetterà il film tv “A testa alta”. Il 12 agosto 1944, alla vigilia della Liberazione di Firenze, tre militi dei Carabinieri Reali si sono consegnati ai tedeschi di Fiesole per salvare dieci ostaggi e subito dopo sono stati fucilati. Il 2014 è proprio l’anno in cui si festeggiano i 200 anni dell’Arma dei Carabinieri. La storia dei martiri di Fiesole ha commosso generazioni intere, ma sono ancora in pochi a conoscere la loro storia. Una scelta coraggiosa per la Rai?

Non direi proprio una scelta coraggiosa, direi piuttosto una decisione saggia. Come tv pubblica, la Rai dovrebbe avere il compito oltreché di intrattenere, di educare, di informare in modo qualitativamente alto. Un tv movie su un argomento così delicato, su una vicenda eroica è certamente una iniziativa lodevole, ma nasconde alcuni rischi. C’è da sperare che la storia non sia infarcita di retroscena melodrammatici, da feuilleton, come purtroppo succede spesso alla fiction italiana. La storia da romanzo d’appendice che spesso “allunga il brodo” sarebbe una grave alterazione del significato della vicenda. Ma aspettiamo prima di giudicare.

Il 23 maggio 1992 il giudice antimafia Giovanni Falcone è stato ucciso a Capaci insieme alla moglie Francesca e ai tre agenti della scorta. Sono trascorsi oltre 20 anni dalla Strage di Capaci e Falcone continua a essere un simbolo, un modo di intendere lo Stato e soprattutto un uomo che ha fatto del suo meglio per combattere la criminalità organizzata. Tu come hai appreso la notizia della Strage? Cosa rappresenta per te?

Quel giorno ha segnato tutti noi, è rimasto indelebile. Lo ricordo con lo stesso stato d’animo con cui ricordo l’11 settembre 2001. Un profondo senso di angoscia, di smarrimento. Il periodo delle bombe portò paura e sgomento, ma al contempo risvegliò le coscienze sopite, fece aprire gli occhi soprattutto in quelle zone d’Italia dove si credeva che la mafia fosse una questione squisitamente meridionale e non una piaga nazionale. Come sempre accade in Italia, solo i morti svegliano i vivi, i vivi non ci riescono mai, o forse non vogliono. Speriamo di perdere questa pessima abitudine, non ho più voglia di commemorare vittime, vorrei celebrare vittorie importanti della legalità.

Il nostro Paese sta attraversando un periodo non semplice, sia a livello politico, sia a livello economico – finanziario, ma soprattutto a livello occupazionale. C’è chi ha fiducia in una ripresa dell’Italia, c’è chi no. Il nostro piccolo grande Paese ci riuscirà?

Non dobbiamo domandarci se ci riuscirà, deve riuscirci e basta. Se non fosse ancora chiaro, è letteralmente una questione di vita o di morte. Vitale per milioni di persone che ormai vivono sotto la soglia di povertà in Italia, ma vitale anche per il nostro Paese in generale che se vuole continuare ad esistere deve uscire necessariamente da questa situazione di grave crisi. Altrimenti sarà la fuga generale di coloro che possono e la fine per chi resterà. Interessanti sembrano le proposte provenienti da alcuni politici italiani e ultimamente dalla BCE. Pare che finalmente trovi orecchie disposte ad ascoltare la proposta di incentivare la crescita a livello europeo, con politiche occupazionali serie, ponendo relativamente in secondo piano il rigore sui conti pubblici, e tagliando i tassi di interesse. Anche attuando tutto ciò, a mio avviso manca ancora la cosa principale: una UE politica che controbilanci quella finanziaria, una rappresentanza dei cittadini europei che abbia sufficienti poteri da porsi come interlocutore autorevole con i singoli Stati dell’Unione, con i Paesi extra-europei e con il mondo della finanza. Altrimenti continueremo sempre ad essere europei a metà.