L’IPOCRISIA DEL TIFO ESTREMO. FUORI GLI ULTRAS DAGLI STADI

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L’istinto mi consigliava vivamente di scrivere a caldo, quasi me lo imponeva, vomitando giudizi e condanne. Ma la riflessione mi ha portato ad attendere, a formulare un pensiero più completo, forse più giusto. Leggendo, informandomi, raccogliendo notizie sul mero fatto di cronaca e sugli svariati, maldestri e ridicoli tentativi – da Roma e da Napoli – di difendere questo criminale o quell’altro.

Sono uno di quelli che potrebbe utilizzare la formuletta “io c’ero”, quella di chi si sente protagonista. Ero tra i sessantamila dell’Olimpico – settore Tribuna Tevere – e ho assistito dal vivo ad una delle pagine più tristi che la tormentata storia dei legami tra calcio e frange estreme del tifo possa ricordare. Una di quelle pagine in cui cronaca e sport – due settori che non a caso nei giornali e nei Tg sono separati – si uniscono e vanno a braccetto, producendo uno spettacolo in cui chi dovrebbe solo assistere diventa protagonista, padrone della situazione.

Dalla mia postazione, cento metri circa, riconoscevo soltanto la cresta di Marek Hamsik. Immaginavo al contempo fosse accompagnato da alcuni agenti della Digos. Non vedevo né capivo lo sconcio di quei secondi, non vedevo quella maglietta da far impallidire un cencio dalla vergogna. Vedevo solo un tizio che, arrampicato sulla balaustra, disquisiva con il Capitano del Napoli e con gli agenti. Fino a quel momento, la frangia estrema del tifo partenopeo, assiepata in Curva Nord, era stata oggetto di qualsiasi tipo di invettiva da parte della frangia sana del tifo (perché c’è, esiste), seduta come me in Tribuna Tevere. Troppo evidente era l’ipocrisia alla base della decisione di autosilenziarsi, di oscurare la coreografia, di “appattarsi” con uno dei nemici più agguerriti per non cantare e non sostenere i propri colori.

Faceva realmente impressione quella curva. Faceva letteralmente impressione vedere ventimila persone impostate come un esercito al comando di un sol’uomo. Ventimila persone che, ricevuto il diktat di non fiatare “perché uno dei nostri è stato ferito”, hanno incassato ammutolendosi. Come dar loro torto. D’altronde, è una vita che in curva – in tutte le curve d’Italia, certo non solo a Napoli – c’è “qualcuno” che stabilisce – e certo non dopo aver sentito il pare degli altri – quali vessilli devono sventolare (e quali no), quali striscioni devono comparire (e quali no), quali cori devono partire (e quali no).

Una vera e propria militarizzazione, che tre sere fa, all’Olimpico, ha raggiunto il suo punto più vergognoso. Una, cinque, dieci persone al massimo sono riuscite a mettere il bavaglio ad altre ventimila, giunte all’Olimpico senza bastone né pistola né passamontagna, ma solo e soltanto con una sciarpa per sostenere i propri colori. E che invece si sono ritrovate silenziate da un capetto dei Quartieri, oltre che protagonisti e vittime di una serata del tutto surreale. Si sono sciolti solo verso la fine, quando Mertens ha infilato la rete della sicurezza. Migliaia di sostenitori soggiogati dalla pretesa di comando di un signorotto che vede la sua curva come la sua casa, il suo habitat, e che per questo marca il territorio alla stregua dei quadrupedi più fedeli all’uomo.

Osservavo dal mio posto in tribuna quell’esercito schierato, e ho fatto una considerazione. Queste persone viaggiano su e giù per l’Italia, al San Paolo non mancano mai. “Per amore della nostra maglia – hanno sempre ripetuto –: la nostra è solo passione”. Ma se al cuore non si comanda, come si fa a rimanere fermi, muti e impassibili quando la tua maglia entra in campo, quando la tua maglia passa in vantaggio, quando la tua maglia raddoppia, quando la tua maglia mette in banca il risultato e pone fine alla tua sofferenza? Ditemi, voi geni della curva pallonara: come si fa?

L’ipocrisia e la falsità che albergano alla base dell’ostentatissima “mentalità ultras” (cui tanti colleghi si ostinano a dare spazio), una delle più idiote invenzioni dell’umanità intera, sono capaci di produrre risultati aberranti. Come ad esempio considerare “un rischio del mestiere” la possibilità di scontrarsi con gruppi avversari. Oppure dare vita a quell’altra stupenda invenzione che è il gemellaggio tra tifoserie, un modo come un altro per affermare l’odio verso le altre. O ancora, considerare un nemico chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico.

Corre voce che per la gara di stasera, a Napoli, siano pronti trentamila pezzi di quella vomitevole maglietta che l’altra sera ha conosciuto la popolarità nazionale e internazionale. Nel caso, sarebbe una grande opportunità per far capire a tutti Napoli da che parte sta. Teniamole fuori. E con loro, magari, teniamo fuori anche quei mezzi uomini sedicenti tifosi.