INTERVISTA – Qui l’uomo muore: Andrea Faccioli si racconta

Andrea Faccioli è un insegnante di matematica, fisica e altre materie tecniche. Da ormai nove anni, si dedica al teatro, alla musica e al canto. Il suo percorso artistico inizia studiando la recitazione, l’attività scenica e le tecniche vocali; lavora anche sull’improvvisazione. Collabora con l’Associazione Culturale TILT di Imola. E’ attore, autore e regista per il gruppo teatrale ArtisticAndo. Inoltre è voce e interprete di “L’Intenzione del Volo”. Sabato 21 giugno a Fruges, vicino a Massa Lombarda, nel ravennate, porterà nuovamente in scena “Qui l’uomo muore”. Ha concesso una lunga e amichevole chiacchierata in esclusiva a Lanostravoce.info.

Chi è oggi Andrea Faccioli?

Un appassionato di teatro e di musica che punta a farne un mestiere a tempo pieno. Un amante del pensiero, uno che forse vive un po’ nel passato, o meglio, non trova, oggi, uomini o donne grandi come quelli e quelle del secolo scorso. Forse è solo in ritardo col mondo, forse è solo lento a storicizzare in se i fatti e i concetti della sua epoca. Fortunatamente per vivere fa l’insegnante privato, cosa che gli permette di avere sempre una buona idea del mondo intorno a lui e del mondo. O almeno, del futuro dell’Italia, che non è poi così roseo, ma, per un inguaribile ottimista, nemmeno così insanabile.

Da oltre otto anni, ti occupi di cinema, teatro, musica e canto. Cosa rappresentano per te?

Ormai son quasi nove. Teatro, musica e canto sono un modo, uno dei tanti, forse, che ho trovato più mio per comunicare, per parlare liberamente, senza dover sottostare alle regole del “buon senso”, senza doversi castrare i pensieri, senza barriere, per dire la mia. Credo che il teatro sia una delle forme d’arte più elevate, proprio perché non è mai uguale a se stessa; ogni replica e ogni esibizione sono sempre uniche e nuove. E il potersi conoscere e riconoscere in altre persone (meglio dire personaggi) è sempre un miracolo molto piacevole da gustare. È una droga, un bisogno, una necessaria valvola di sfogo della creatività, o, laddove mancasse, della ricerca di essa. E poi io adoro le sfide, mi piace enormemente misurarmi con cose più grandi di me, mettermi in gioco imponendomi obiettivi al di là delle mie capacità, proprio per vedere se queste aumentano.

Perché hai deciso di fare della tua passione per il teatro e la recitazione una scelta di vita?

È stato un percorso naturale direi. A un certo punto, non ho più avuto dubbi, mi sono dato un obiettivo impossibile, come mio solito, ma farò di tutto per raggiungerlo. Ho trovato, nel teatro, ma più in generale nel fervore artistico che mi scuote, un alleato, uno strumento, un arma, che a poco a poco diventa non necessaria, ma indispensabile. È come quando incontri “la donna della tua vita”, fai di tutto per averla, anche se questo richiede di uscire dal raziocinio quotidiano, dalle cose normali. Ognuno ha bisogno, a mio avviso, di partecipare in qualche modo all’edificazione fisica e spirituale della società, di trovare un modo, una chiave per essere partecipe, cioè libero. Io penso che il mio modo sia questo, ovvero il teatro, in tutte le sue forme.

Anche l’improvvisazione è fondamentale in questo mestiere che ti sei scelto?

Beh, naturalmente. Fa parte della vita. Tutti hanno detto almeno una volta nella vita una bugia. Quello è improvvisare. L’improvvisazione è un elemento imprescindibile della vita dell’uomo; in teatro viene solo sfruttata questa naturale capacità di creare, inventare suggestioni che fino ad un istante prima non erano. Sto iniziando ora un percorso di studio approfondito ed elaborazione di tecniche ed esercizi di improvvisazione (come facevi a saperlo? O la domanda è nata per caso?), una ricerca personale sull’argomento, dalla quale vorrei far scaturire un vero e proprio metodo drammaturgico, un nuovo sistema di costruzione dello spettacolo. Fammi un in bocca al lupo! Improvvisare è fondamentale nella vita, saperlo fare bene può aprire strade impensabili. La capacità di compiere improvvise-azioni, cioè di elaborare in fretta le informazioni esterne e fornire in tempo una risposta, verbale o fisica che sia, efficace, è essenziale in moltissime delle attività umane, non solo sul palco.

Com’è nata l’idea di far nascere “L’Intenzione del Volo”?

È una storia curiosa. Io ero e sono tutt’ora un grande appassionato di De Andrè, ma verso gennaio 2013 mi sono avvicinato a Gaber, per caso. Un po’ alla volta mi sono accorto che c’era qualcosa di molto, molto interessante per me. Lui non faceva concerti. Aveva inventato un genere, un genere tutto nuovo. Un genere che man mano che imparavo a conoscere mi piaceva sempre di più. Perchè era esattamente quello che cercavo, un modo efficace di fondere teatro, musica e canzone in un unico connubio. Il matrimonio del secolo. E così, come sempre, piano piano nella mia mente si insinuava il tarlo del “voglio farlo anche io”. Ho già detto che amo misurarmi con cose più grandi di me, al di là delle mie possibilità e così ho fatto. La prima versione è stata preparata in fretta ed è uscita anche troppo bene, per il tempo che avevamo potuto dedicarci. La formazione era costituita da basso-chitarra-batteria. In scena avevo con me altri attori e una ballerina, tutti molto bravi per riuscire in pochissimo tempo a dar luce a uno spettacolo tutto sommato dignitoso. Ma non ero soddisfatto, avevo bisogno di poter lavorare molto più a fondo sui dettagli. Mi sono rivolto a Davide ed Elisa. Ho scelto di stare da solo in scena, per avere totale libertà d’azione. A sottolineare quanto io sia pazzo, ho preferito imparare a memoria 2 ore abbondanti di spettacolo, pur di poter fare tutto come mi pareva. Ho avuto la grandissima fortuna di trovare due musicisti preparatissimi, con un’intesa perfetta e una umiltà preziosissima. A loro devo tutto, hanno permesso che questo mio progetto, a tratti folle, prendesse vita.

Ci spieghi meglio di cosa si tratta?

È un progetto di lunghissimo periodo. Non si ferma alla produzione di un solo spettacolo. “L’Intenzione del Volo” vuole essere una raccolta, una serie di studi dai quali far uscire spettacoli. Non necessariamente prendendo materiale da Gaber, ogni input è buono. Il primo capitolo parlava di libertà, il secondo dell’uomo, il terzo chissà.

Nel progetto fanno parte anche Elisa Gazzelli e Davide Villani, per quali motivi hai deciso di coinvolgerli? Perché proprio loro e non altri?

Li avevo già sentiti suonare, era evidente che avevano una intesa fortissima. Riuscivano a creare arrangiamenti in cui non mancasse nulla, anche se erano solo due. Precisi, impeccabili, seri, umili. Erano perfetti. Mai scelta fu più azzeccata. Fanno un lavoro eccezionale, sono loro la vera anima dello spettacolo, in due riescono a farmi sentire come accompagnato da un’orchestra sinfonica. E sono molto bravi a coprirmi le spalle, se sbaglio sanno benissimo cosa fare per salvare il tutto. È bellissimo andare in scena sapendo di poter contare su due amici come loro, pronti a correrti dietro. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta, non è facile stare sul palco, da solo, senza riferimenti e senza testi sotto. A volte il cervello fa brutti scherzi, sapere che ci sono due angeli dietro pronti a salvarti è fantastico.

Sabato 21 giugno sarete in scena a Fruges, nel cuore della Romagna, con “Qui l’uomo muore”. Come si evince dal titolo, si parla dell’uomo, inteso come?

Avevo voglia di parlare dell’uomo, della condizione umana. Volevo scavare in tutti gli anfratti, fino a quelli più reconditi, dell’essere umano. Volevo sviscerare ogni dettaglio, ogni psicosi, ogni follia, così come anche la bellezza dell’uomo. E farlo senza imbrigliare le parole. Gaber era perfetto. Ho lavorato molto sulla scelta dei brani, non mi importava che fossero noti o meno, volevo che dicessero quello che mi serviva dire. Anche qui ho avuto fortuna con il Signor G.! La sua discografia è una antologia completa: c’è tutto, ogni argomento che riguardi l’uomo, ogni situazione, ogni dettaglio, lui l’aveva affrontato. Era un antropologo vero, un ricercatore, un filosofo. Così non è stato difficile creare questo percorso di discesa e risalita dentro alla società e nella mente umana. Altro non è che un “esplorando la mente umana”/”esplorando la società umana”, questo è “L’Intenzione del Volo”. Volare appunto dentro allo schifo più profondo, risalire fino alla bellezza dell’amore più alto e poi picchiare di nuovo fra le nefandezze della politica e del sociale. “Qui l’uomo muore” non è tanto una constatazione, quanto un grido d’aiuto, un aggrapparsi all’ultima azione che ancora si può fare, un ultimo tentativo di lotta; l’alternativa è l’oblio, al quale, mi sembra, siamo sempre più vicini.

Elisa al violoncello, Davide alla chitarra e tu presti la voce, un trio di professionisti per uno spettacolo teatrale su Giorgio Gaber: com’è nata questa scommessa di proporre in questa chiave i testi, le musiche e le prose del grande cantante-attore milanese?

Come tutte le cose migliori, è nata davanti ad una birra. Avevo proposto a Davide ed Elisa questa cosa, loro si erano mostrati subito interessati e allora ci siamo dati appuntamento. Ero agitatissimo, sapevo che se avessero accettato avrei avuto una grande occasione, che non avrei mai dovuto sprecare. Per fortuna, è andata bene. Gli arrangiamenti nascono quasi sempre da soli, loro sono bravissimi, ci mettiamo su un pezzo e tutto scorre. La cosa buffa è che sono pezzi difficilissimi. Ogni volta ci troviamo a litigare con tempi, attacchi, armonie complesse, inaspettatamente. Il bello di Gaber è che era anche un grande musicista, faceva sembrare semplici cose invece estremamente complicate. È durissima, ma alla fine la soddisfazione è anche più grande. Inizialmente pensavo che sarebbero stati necessari anche un basso ed una batteria, ma come già detto, ho capito ben presto che avevo già in quel trio tutto quello che serviva.

Chi è per te Giorgio Gaber?

Un antropologo, prima di tutto. Un filosofo dell’uomo, un po’ metropolitano forse, legato più alle persone che alle cose, più alla gente che ai luoghi. Aveva un dono grande, di saper dire quello che voleva in modo che avesse l’efficacia che cercava, senza compromessi. E a lui va riconosciuta la grande dignità intellettuale e morale di aver saputo abbandonare la televisione, così squallidamente falsa e inquadrata, per il teatro, dove per fortuna si può ancora essere liberi di dire ciò che si pensa. Un pensatore, di quelli veri, non un opinionista. Lui provocava e stuzzicava il pensiero. Sono solo provocazioni, per svegliare il pensiero, che è sempre più raro. Si era dato la missione di risvegliare le menti, di destabilizzare per costringere a cambiare. Era il primo a dire di non insegnare ai bambini, figuriamoci se si sarebbe mai messo in testa di insegnare ai grandi. Voleva solo provocare, stimolare, attivare sinapsi. E riusciva a far questo con leggerezza, senza incupirsi o diventare gravoso da sentire, sapeva mettere a nudo le persone e farle ridere dello schifo che ne veniva fuori. Ridere di sè, dei proprio disagi, lo trovo geniale. Sapeva dire le cose che pensava, questo lo trovo quasi miracoloso. Sapeva far capire, anche che non c’è niente da capire. E poi era un attore eccezionale, vero, ritmato, divertente, duttile.

C’è qualcosa che pensi ti accomuni a Gaber?

Onestamente non vorrei mai somigliargli. È difficile non dare l’impressione di imitarlo, in quei suoi pezzi c’è una tale forza e una tale prepotenza della sua interpretazione che non è affatto semplice farli diventare propri. Far si che possano funzionare anche se non è lui a interpretarli. Forse ci accomuna il sogno, l’ideale, quasi donchisciottesco, l’inseguire il vento volentieri, perché è già poetico così, è già bello. L’amore per il pensiero, si, sarebbe bello avere anche la sua capacità di pensare, ma quella manca. La sua capacità di comunicare, di essere naturale, quello si che sarebbe bello. Mi sono approcciato a lui come un attore si approccia a Shakespeare o a Pinter, come ad un autore classico insomma. Per questo non ho voluto stravolgere troppo né arrangiamenti, né linea vocale, ne altro. Credo che ci sia un giusto equilibrio nell’interpretazione, da rispettare. Odio gli stupri, non posso sentire Gigi D’Alessio cantare Don Raffaè, figuriamoci se mi metto io a rovinare le canzoni degli altri. Cerco di farle funzionare, anche se cantate da me, ma senza privarle del senso, della personalità di colui che le scriveva. In Gaber, musica e parole hanno un significato preciso, non mi pare il caso di mettermi a fare cambiamenti strutturali, dal momento che così facendo cambierebbe anche il senso delle cose.

Cosa speri arrivi al pubblico?

Io spero che il pubblico in quelle due ore trovi almeno uno spunto di riflessione valido, un pensiero nuovo, un’idea, un concetto, che non rimanga soltanto astrazione, ma che possa avere concretezza. Che possa entrare un po’ con me nel fondo del fondo, dove anche il dolore non risponde più, per poi capire come risalirne. Ho la presunzione di sperare che chi segue lo spettacolo possa tornare a casa conoscendosi un po’ meglio, magari vedendo un po’ meglio anche gli altri intorno a sé. È una speranza, forse vana, forse presuntuosa, ma che non mi toglierà mai nessuno. Se non altro per me è così ogni volta, e questo in realtà mi basta.