Enrico Berlinguer, l’umanità al servizio della politica

L’11 Giugno 1984 moriva Enrico Berlinguer. Durante un comizio a Padova, mentre si apprestava a pronunciare la frase “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”, venne colpito da un ictus. Nonostante il grave malore Berlinguer decise comunque di portare a termine il proprio discorso. Rientrato nel suo albergo cadde in coma per poi morire pochi giorni dopo.

A distanza di trent’anni il ricordo di Berlinguer, dei suoi modi gentili e pacati, del suo approccio umano alle cose della politica, del suo rapporto fraterno con il “proprio” popolo, continua ad essere particolarmente vivo.

Tanto si è detto e tanto si è scritto su Berlinguer, da destra e da sinistra si è cercato di delineare il profilo del “vero Berlinguer”, di individuare il tratto caratteristico fondante un’identità politica ed umana altrimenti complessa ed articolata. Il rischio latente, che sfiora tutte le operazioni esegetiche di ri-lettura del pensiero dell’uomo e del politico Berlinguer, è quello dell’idealizzazione. 

Ovviamente una figura del calibro dell’ex segretario del PCI è degna di ogni plauso ed è giusto che la storia gli porga il proprio tributo; il vero pericolo di un’operazione idealizzante è quello di costruire un profilo di Berlinguer “ad uso e consumo di tutti”. Diciamolo con chiarezza: Berlinguer fu un uomo di parte, come tale si intese, e tale volle essere nel corso di tutta la sua vita.

L’immagine di Berlinguer come l’uomo della “questione morale”, di colui che seppe denunciare con ferma intransigenza il cedimento culturale della classe politica italiana su questo tema, è sicuramente vera, ma allo stesso tempo estremamente riduttiva. In ogni caso quella impostazione nulla aveva a che vedere con le urla contemporanee, gridate con la bava alla bocca, che invocano una “pulizia” della classe dirigente. Berlinguer fu un comunista e nel solco di quella tradizione spese le proprie battaglie politiche. In questo quadro va intesa la sua insistenza sulla “questione morale”. Egli era convinto che il rispetto del principio di legge, e più in generale un nuovo ethos pubblico, fosse il presupposto irrinunciabile per un complessivo superamento dell’ordine sociale esistente. 

Rivendicare Berlinguer ad una determinata tradizione politica e culturale, sottrarlo alla “celebrazione” bipartisan che tende ad annacquarne il messaggio ed il contenuto, significa far coincidere ambizione personale e verità storica. Esattamente ciò che Berlinguer avrebbe voluto si verificasse.

Un’ultima cosa. La grandezza politica di Berlinguer faceva il paio con una rara delicatezza umana. Comunista ma nemico di ogni ortodossia e di ogni dogmatismo, seppe per questo parlare e dialogare anche con chi comunista non era, contribuendo a costruire un sentire ed un immaginario collettivo nel quale la politica non fosse intesa solo come amministrazione dell’esistente, ma come un progetto decisivo il cui compito fosse quello di garantire a tutti la possibilità di vivere la propria vita in maniera dignitosa.

Su una sola cosa non c’è alcun dubbio: di uomini come Berlinguer si sente la mancanza. Tremendamente.