POCO CESARE IN PRANDELLI, MOLTA ITALIA NELLA NAZIONALE

Il calcio è metafora della vita. Una metafora potentissima. Lo abbiamo sempre sostenuto e lo sa chiunque abbia mai messo piede su un rettangolo da gioco e si sia divertito con un pallone.

E allora, partendo da quest’assioma, cosa troviamo di metaforico nell’eliminazione della nostra Nazionale dal Mondiale brasiliano? Tanto. Tantissimo. Noi ci troviamo un Paese intero. Per dirla com’è di moda oggi, questo girone è lo specchio di un Paese. Non che nel 2006 fossimo il miglior Paese del mondo, ma almeno fummo capaci di radunare le nostre armi e doti migliori e catapultarle in ogni gara. Stavolta no, ce le siamo dimenticate a Coverciano, perse nei rivoli dei mille taccuini nelle milioni di conferenza stampa, nelle espressioni delle mille pose nei milioni di servizi passati al tg, nelle quintalate di assurdi e puerili cinguettii che hanno il potere di farci rimpiangere finanche le monotone frasi fatte delle vecchie e stantie interviste.

Ecco, la Nazionale che a capo chino abbandona Mangaritiba per tornare a Roma è questo: è il riflesso di un Paese senza capacità di osare, senza la mentalità di andare oltre se stesso, puntando invece esclusivamente a conservare quella rendita acquisita con qualche sporadico sacrificio. E a dirla tutta, crediamo che le motivazioni di un girone condotto dall’Italia in maniera via via sempre più asfissiante non debbano essere imputate al caldo o a pseudo-arbitri o a cannibali dalla dubbia tenuta psichica. Crediamo piuttosto abbia una identità precisa: Cesare Prandelli. Un nome di battesimo che porta alla mente quello che con ogni probabilità è stato il più grande condottiero del passato, al quale in realtà lo lega un legame esclusivamente ossimorico. Nel calcio, come nella vita (sic!), va avanti chi sa gestire le situazioni, fa strada chi riesce a cavarsela dimostrando di essere uomo di polso. Se le convocazioni ci avevano dato la speranza e l’illusione di un Prandelli abbastanza Cesare nell’assumersi la responsabilità di escludere il più desiderato dagli italiani, quel Giuseppe Rossi reduce da infortunio e considerato non all’altezza, la prova dei fatti ci ha invece consegnato un allenatore senza il polso della situazione, senza bussola, senza la gestione totale dello spogliatoio, senza possibilità di incidere sul morale dei giocatori. E, parlando nello specifico, senza varianti tattiche degne di nota.

Un Prandelli – spiace dirlo – che sembra il perfetto italiano medio, di quelli portati sugli schermi negli Anni Sessanta da Alberto Sordi: uno di quelli che si cimenta nelle situazioni, che non dice di no. Che ci prova alla meno peggio, sperando che qualcuno tiri fuori il coniglio dal cilindro e risolva le situazioni al suo posto. Non esiste una pianificazione totale, non esiste un piano B, non esiste il pugno duro – quello vero, reale, non quel concetto aleatorio espresso nelle interviste o nei servizi dei tigì o nei cinguettii di cui sopra – contro chi non merita di fare quello che milioni di giovani, in tutti i campi e in tutti i settori, sognano di fare: rappresentare al massimo la propria Patria, combattere per lei e per il suo buon nome, per il suo prestigio e per la sua grandezza.

Perché il concetto che manca è esattamente questo: il concetto di Patria. Abbiamo tutti visto e apprezzato l’esultanza di Godin, che ha baciato la maglia della sua Nazione andando ad esultare sotto la curva uruguayana come quando ha segnato la rete decisiva contro il Barcellona nella Coppa di Spagna. Ormai di gare della Nazionale ne abbiamo viste centinaia, ma neanche sforzandoci ricordiamo un nostro connazionale gioire in questa maniera.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.