Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

Cento anni fa la “grande guerra”. Il primo conflitto mondiale, ovvero la guerra che cambiò in modo definitivo l’Occidente ed il mondo intero.
Era il 28 giugno 1914 quando, a Sarajevo, veniva assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. L’assassinio dell’arcidcua indusse l’Impero austro – ungarico a dichiarare guerra al Regno di Serbia (l’auotre dell’attentato era un giovane rivoluzionario bosniaco: Gavrilo Princip). Gli storici assumono ormai convenzionalmente questo giorno come la data di inizio del conflitto. In realtà già da tempo nel continente europeo erano chiaramente visibili le cause ed i motivi che di lì a poco avrebbero dato luogo al conflitto.

La prima guerra mondiale fu, nella sua tragicità, un evento di dimensioni epiche. Mai il mondo prima di allora aveva assistito ad un “evento” che fosse veramente di carattere “globale”. Con i suoi 9 milioni di morti la Grande Guerra inflisse un colpo irreversibile al cuore della coscienza europea ed occidentale.

Tutti gli assiomi della speranza ragionevole, la fede illuminista nel carattere eminentemente civilizzatore del progresso, le fantasie romantiche sulla naturale disposizione alla concordia, l’ingenua fede positivista nel carattere liberatore ed emancipante della scienza, furono rasi al suolo. A smentirli non fu qualche teoria meglio orchestrata, ma la realtà stessa, con la sua cruda e devastante preponderanza.

Per la prima volta l’intelligenza europea si trovò di fronte alla più terribile delle domande: com’è possibile che la disumanità organizzata trovi la sua radice nel cuore della civiltà? Purtroppo la risposta a tale domanda, rimasta tuttora inevasa, dovette essere riformulata con ancora più urgenza solo pochi decenni dopo.

Il carico di “disillusione” che la Grande Guerra scaricò sulla cultura europea ebbe carattere epocale. Ci si rese conto che tutte le manifestazioni dello spirito non avevano carattere neutro. La scienza mostrò con chiarezza il suo carattere ambivalente, il potenziale distruttivo dell’enormemente accresciuta “capacità tecnica” rivelò il suo lato oscuro. Del resto possiamo a mala pena immaginare l’effetto psicologico esplosivo che ebbe sui contemporanei l’utilizzo del “gas da trincea”.

La letteratura e la filosofia, il cui mondo edulcorato venne infranto per sempre, si trovarono prepotentemente scagliate nell’inferno contemporaneo: l’uso che si fece di certe pagine di Nietzsche (prima ancora della barbarie nazista), di un Herbert Spencer o di un Rilke, aprirono una voragine tuttora non completamente risanata.

Numerosi movimenti artistici nacquero sull’onda di un folle entusiasmo per le capacità “rigeneratici” di un conflitto globale.

Sul piano sociale il conflitto fu l’immagine fedele di una società spaccata in due da diseguaglianze profonde. A morire in trincea furono i contadini austriaci, gli operai inglesi, ed i pescatori ottomani. In Italia il conflitto fece esplodere in tutta la sua drammaticità due grandi questioni tuttora irrisolte: la questione meridionale e l’ “incompiutezza del progetto unitario”. Migliaia di giovani campani, siciliani e calabresi perirono sulle montagne alpine senza conoscere le ragioni del proprio sacrificio e, spesso, senza conoscere una parola d’italiano.

Il primo conflitto mondiale gettò uno sguardo cinico e rivelatore sulla fragilità della condizione umana. L’uomo moderno esperì per la prima volta una solitudine radicale, la solitudine dettata dalla consapevolezza di aver generato forze che non poteva più controllare, forze che lo rendevano estraneo al suo stesso mondo.

Il dramma di una instabilità costitutiva, di una vita minacciata fin nelle sue ragioni profonde, della scomparsa definitiva di ogni luogo veramente umano, trovò sintesi in una delle più folgoranti espressioni che un uomo ebbe mai modo di consegnare alle generazioni future: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”…