Loew, l’allenatore di pallone

RIO DE JANEIRO – “Argentina, decime que se siente”. Facendo il verso a quello che durante la competizione mondiale è diventato un vero e proprio tormentone per i tifosi argentini, che ricordavano ai vicini di casa carioca che “Maradona es mas grande que Pelé”, i giornali brasiliani si vendicano dei cugini a strisce bianche e azzurre.

Col senno del poi, va detto che sarebbe stato difficilissimo assistere ad una vittoria della Seleccion, ieri sera. Troppo forte, in termini assoluti, il distacco con la Germania. Troppo netto. A tal punto che l’occasione argentina più ghiotta, quella capitata sui piedi di Gonzalo Higuain, nasce da un retropassaggio sbagliato, figlio della convinzione da parte dei tedeschi di essere superiori agli avversari. Una consapevolezza che i tedeschi hanno mostrato di possedere in misura sempre maggiore durante il corso del torneo.

Se qualche difficoltà l’avevano mostrata nel girone eliminatorio, infatti, nelle gare ad eliminazione diretta la nazionale di Joachim Loew è diventata un vero rullo compressore. E lo stesso Loew si è palesato un generale conscio della potenza stratosferica della propria squadra, fino a spingersi, in tempi non sospetti, a dichiarazioni tipo “se non alziamo la coppa, abbiamo fallito”. Il diamante di questa serie di gare è chiaramente quella con il Brasile, nella quale i suoi ragazzi hanno trasformato una vittoria data alla vigilia come probabile in una partitina d’allenamento del giovedì.

Ha vinto la squadra migliore, c’è poco da dire. Nonostante tanta parte dell’Italia – forse tutta – abbia soffiato sulla schiena dell’undici di Sabella per non vedere trionfare il “nemico” tedesco in una competizione, quale il Mondiale, dove tutto non può essere ricondotto esclusivamente alla questione calcistica e dove le battaglie vengono inevitabilmente condite con tutto quanto contrapponga due popoli. Poi, ovviamente, c’è il campo. Ci sono i novanta minuti. C’è la tecnica, la strategia, le scelte degli allenatori. Come quella di togliere il Pocho Lavezzi dopo un tempo. L’unico in grado, con i suoi strappi improvvisi, di spaccare la retroguardia tedesca. L’unico. Perché Messi era un fantasma, e lo è stato – salvo pochissimi spunti neanche tanto pericolosi – per tutti i centoventi minuti.

Dall’altro lato, invece, abbiamo visto una batteria di giocatori forti, uniti, motivati. Fuori Khedira per infortunio, Loew ha gettato nella mischia prima lo sfortunato Kramer e poi Schaurlle, che insieme a Goetze, altro subentrato, ha costruito con movimenti perfetti e tecnica sopraffina la rete del trionfo. E quando ad essere decisivo sono i giocatori che si alzano dalla panchina, ad avere ragione è sempre e soltanto l’allenatore.

E da oggi Loew non è più soltanto stile e capelli: da oggi è anche un vincente.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.