Il cinema, che passione! Intervista a Stefano Reali

Ottenuta la maturità scientifica, Stefano Reali si diploma al conservatorio di Frosinone. Studia regia e sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diploma nel 1980. Nel 1990 – 1992 è stato docente di Acting for the camera nel laboratorio di Arti Sceniche diretto da Gigi Proietti. Assistente volontario di Sergio Leone in “C’era una volta in America”, autore nel 1985 di “Exit”, regista nel 1988 di “Laggiù nella giungla” e nel 1997 di “In barca a vela contromano”, Reali è regista, musicista, sceneggiatore e produttore. Ha raggiunto un notevole successo in tv con le fiction di successo come “Ultimo”, “Il quarto re” e “Le ali della vita”.

Chi è Stefano Reali oggi?

Sono un tizio che ama scrivere sceneggiature, da cui a volte mi capita di trarre dei film. Non sempre.

Come e quando ha capito che tra lei e il cinema esisteva un legame?

Da ragazzino, anzi forse da bambino, quando nella mia famiglia ero il più fervente spettatore dei film che la Rai, allora in bianco e nero e con solo due canali, trasmetteva il lunedì sera. E poi ho cominciato ad andare al cinema da solo, nel pomeriggio, a sei o sette anni. Abitavo in una piccola città ed era possibile, allora. Ci andavo anche tre volte a settimana, al cinema.

Regista, autore, musicista e sceneggiatore, cosa rappresentano per lei?

Sono facce della stessa medaglia. Realizzare dei mondi che sento dentro di me, avere voglia di dare loro vita.

Di tutte le attività artistiche, qual è quella in cui si riconosce di più? Perché?

Forse la regia è quella per cui sono più portato, istintivamente. Ma la cosa che pagherei per fare è la scrittura, sia di sceneggiature che di teatro. La musica è un’altra cosa. È come una bella donna che ho sempre corteggiato, e che mi ha sempre incoraggiato a ‘provarci’ con lei, ma che non ha mai veramente accettato le mie proposte di matrimonio. 

Nel 1985 è sceneggiatore e regista, insieme a Quartullo, di “EXIT”, cortometraggio prodotto da raiuno che ottiene una nomination all’Oscar 1997 nella categoria “Best Live Short Film”. Cosa l’ha spinta a girare questo corto?

Beh, non c’era bisogno che qualcosa mi “spingesse”, visto che era un sogno, per me, fare un piccolo film di fantascienza a 26 anni! Devo molto a Monica Vitti, che mi ha dato quest’occasione, e a Pino Quartullo, che mi ha permesso di condividerla con lui.

Ci può raccontare come ha appreso la notizia della nomination? E’ stata una grande emozione, immagino.

In quel momento stavo a cena con amici. Devo dire che un po’ me l’aspettavo perché a Hollywood quando sei notato, e il nostro piccolo film era stato notato, te lo fanno capire in modo molto esplicito.

“Cuori in campo” rappresenta un ritorno alla tv dopo il successo cinematografico di “In barca a vela contromano”. Come definirebbe questo film?

Mi stupisce questa domanda, perché “Cuori in Campo” è un film TV di quasi vent’anni fa! Di tutti i miei film, è uno di quelli che mi appartiene di meno, perché fu una roba su commissione, molto veloce, girata in Canada, di corsa. È tra l’altro quello su cui ho meno lavorato in edizione, cosa per me invece importantissima.

Ha diretto film come “Il prezzo della vita”, “L’uomo sbagliato”, “La terza verità”, “Lo scandalo della Banca Romana”, “Caruso” e molti altri. Tra i suoi numeri successi, c’è un film che più di altri le ha lasciato qualcosa di in più?

Sì, è un film per il cinema che si chiama “Il Tramite”, del 2004, che non è mai uscito nei cinema in Italia, mentre invece è stato distribuito negli Stati Uniti! Secondo me, è il film che mi rappresenta di più.

Lei ha raccontato prevalentemente storie di uomini. C’è un motivo?

Non direi che ho raccontato solo uomini. “Le ali della Vita”, e il suo sequel, per non parlare di “I Colori della Vita”, erano storie di donne. Però sicuramente, conosco meglio gli uomini, delle donne. Forse dipende da quello.

Quale e come ritiene sia l’attuale situazione del cinema e della televisione italiana?

Molto male. Al cinema, finchè non si tornerà ad avere il permesso di usare i Generi oggi dimenticati (thriller, poliziesco, commedia brillante, horror, storico, avventura) l’industria non riuscirà a risalire. Oggi, al cinema, (intendo il cinema che vuole parlare al Pubblico, non il cinema d’autore) si fanno solo film comici. Anzi si fanno solo film “con i comici”. Non sono sufficienti, proprio da un punto di vista di incassi. Negli anni sessanta, quando si facevano quattrocento film all’anno, era proprio la miriade di film di genere, priva di ambizioni d’autore, ma in grado di portare a casa degli incassi, che sosteneva il Grande Cinema, e la capacità dei produttori di poter investire. Oggi un film che abbia un certo costo è “condannato” ad incassare subito il primo week end, e questo costringe produzioni e network ad investire in opere che sono più che altro dei cast assemblati per delle storie che si ripetono sempre simili. Secondo me cominciano a stancare. Per la televisione, le cose non stanno meglio. Fino a pochi anni fa, avevamo una relativa libertà di spaziare per i Generi più diversi. Io li ho percorsi praticamente tutti, sono passato dallo sport (I Fratelli Abbagnale), alla Mafia (Ultimo), al Melò (Il prezzo della Vita), al film musicale (Caruso), al carcerario (L’uomo Sbagliato), all’Educazione Sentimentale (Le Ali della Vita), al Film-storico-ma-che-parla-di-oggi (Lo Scandalo della Banca Romana), e ancora non mi pare vero che mi abbiano permesso di farlo, visto che oggi è diventato molto più difficile. I network temono molto di sbagliare, quindi rischiano meno nei prototipi, che erano il vero trampolino di lancio negli ascolti, e cercano sempre di rifare cose che sono andate già bene, con il rischio di produrre doppioni. D’altra parte, non si può non capirli, visto che dagli ascolti dipende il futuro della televisione generalista, e quindi non si può rischiare troppo. È una situazione molto complicata.

Nuovi progetti?

Per la prima volta in vita mia sto scrivendo due progetti di lunga serialità, uno per Rti e l’altro per Raiuno. Ma è presto per parlarne.