INTERVISTA Ivano De Matteo e I Nostri Ragazzi: nelle pieghe della famiglia

Due fratelli, estremamente diversi tra loro, un avvocato e un pediatra, con le rispettive mogli, si incontrano una volta al mese in un ristorante di lusso. E’ una cena piena di convenevoli, una cena che si consuma non per il gusto di stare insieme, in famiglia, ma unicamente per rispettare la tradizione. La loro vita scorre tranquilla, forse troppo, fino a quando le videocamere di sicurezza riprendono una bravata dei loro figli. L’equilibrio delle due famiglie va in frantumi. “I nostri ragazzi” , presentato al Festival di Venezia, è ora nelle sale cinematografiche italiane. Dopo il successo de “Gli equilibristi”, il regista Ivano De Matteo, che gentilmente ci ha concesso quest’intervista, torna ad occuparsi di drammi familiari portando in scena attori del calibro di Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Gassman e Barbora Bobulova.

Recentemente ha presentato a Venezia il film che è ora nelle sale, “I nostri ragazzi”. Perché questo titolo?

Quando si dice “i nostri ragazzi” si dà un senso di familiarità, di conoscenza, è un modo di dire affettuoso. Esattamente il contrario di quello che accade nel film. Li chiamiamo “i nostri ragazzi” ma non sappiamo chi siano.

Perché ha scelto di fare questo film?

Perché volevo parlare di un modo di affrontare la genitorialità estremamente diffuso nella nostra generazione. Sono padre e quindi è un argomento che mi riguarda. E i genitori del film sono genitori che tutti i giorni incontro.

Per quali motivi ha scelto Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Alessandro Gassman e Barbora Bobulova come protagonisti di questo film?

Ovviamente per la loro bravura. Quando scelgo un attore lo scelgo perché credo che sia lui e solo lui a poter interpretare il mio personaggio come l’ho immaginato. Ed essere capace di farlo suo e renderlo ancora più pieno, più vivo.

Come sono stati costruiti i personaggi? Lei gioca su piccolissimi gesti e sguardi.

Il personaggio è fatto di mille cose come lo stesso film. È fatto dell’abito che indossa, del taglio di capelli e del trucco, è fatto del luogo in cui si sceglie di farlo vivere. Poi è fatto di parole e di come le usa. E poi c’è il linguaggio del corpo che regala la magia definitiva. Credo che il sentimento del film si possa riassumere in uno sguardo. L’attore che regala quello sguardo regala l’anima al suo personaggio e al mio lavoro.

Si parla di una famiglia che vive una sorta di esplosione, un microcosmo quasi perfetto ma che viene poi sconvolto da qualcosa di drammatico, giusto?

Ognuno di noi si costruisce il suo bel castello. In cui spesso vive barricato, nelle proprie certezze, nelle proprie illusioni. Quando la vita scorre senza intoppi si può arrivare alla fine dei nostri giorni senza neanche accorgersi della sua illusoria concretezza. Quando però, come in questo caso, un evento crea una crepa nelle mura, beh, allora è evidente come il tutto sia pericolante, traballante, artificioso.

Nel film si parla anche di solitudine. In che modo?

Il simbolo della solitudine nel mio film è l’ora del pasto. Ognuno mangia solo. Davanti ad un programma televisivo, davanti al computer, al cellulare, o al proprio lavoro. Anche tutti nella stessa casa ma in un altro luogo. Il pasto come nient’altro nella storia è da sempre stato il momento di aggregazione. È quasi un rito liturgico che ci siamo dimenticati. A tavola davanti al cibo ci si racconta, si litiga, si ride. Ricominciamo a sederci tutti a tavola insieme, almeno una volta al giorno.

Qual è stato il suo rapporto con il romanzo La cena di Herman Koch, da cui trae spunto per il film?

I romanzi ti capitano nella mano sempre per qualche motivo. Quando sei in una libreria rimetti a posto un libro quasi immediatamente, dopo aver letto il titolo, due righe della quarta di copertina, l’immagine che lo identifica. Lo metti giù spesso non perché non ti piaccia (magari due anni dopo sarebbe il primo a finire nella borsa) ma perché non è il suo momento. Per me questo era il momento de “La cena”.

Cosa ha voluto tenere del libro?

Del libro ho mantenuto la domanda di fondo: Cosa faresti se tuo figlio facesse qualcosa di terribile? Lo denunceresti o lo proteggeresti?

Quali differenze intercorrono tra film e libro?

Nel libro l’atto nefasto è legato ad una malattia mentale ereditaria. Ho preferito togliere questo particolare perché volevo che non esistesse una possibile giustificazione medica. Ho tolto il lato che parla di razzismo perché è un argomento talmente vasto ed importante che non avrei potuto dedicargli il giusto spazio. Ho tolto i flashback narrando al presente.

Nelle sue note di regia, ho letto che è molto interessato alla famiglia come miniatura della società. >Per lei è importante parlare delle famiglie e quindi in qualche modo anche del nostro Paese?

È quello di cui amo parlare in questo momento della mia vita. Magari tra qualche anno sarà diverso. La famiglia dà una tale quantità di spunti che però credo di dover ancora analizzarne alcune sfaccettature.

Cos’è e cosa rappresenta la famiglia?

La famiglia è appunto un microcosmo. La famiglia ti accoglie alla nascita e nella nostra società ti accompagna alla tomba. In lei troviamo gioia e dolore. Dalla famiglia non ci possiamo difendere e speriamo di essere difesi. Ha un gran fascino su di me. Non ho ancora del tutto capito se positivo o negativo.

Cosa si augura lasci il film, una volta uscito dalla sala cinematografica?

Spero che faccia venir voglia di cenare insieme. Spero che faccia venir voglia di cercare la verità nell’individuo che abbiamo davanti. Guardarlo per come è e non per il disegno che ci siamo fatti di lui. La famiglia contenuto non forma. Accettare ed aiutare i propri figli ma non deresponsabilizzarli. Per far vivere loro la società come luogo di evoluzione e non di alienazione.