Amigdala: l’exploit alla regia di Vito Pagano, tra ragione, istinto e sentimenti

pa_banner

Vito Pagano è pugliese. Ha soltanto 32 anni. Una grande passione e un altrettanto grande futuro davanti a sé. Come tutti quelli che hanno talento e lo vogliono coltivare, ancora ragazzo Vito lascia la sua terra per trasferirsi a Roma. Cinema, cinema, e ancora cinema.

La sua è una scalata vera e propria, accompagnata da una formazione poliedrica: artistico-architettonica e pedagogica. Tutto ciò, come lui stesso afferma, lo ha “portato a sviluppare, in campo video e cinematografico, una visione dei soggetti che va oltre l’immagine da filmare”. Documentari, film-commedia, pellicole d’autore, fiction, videoclip: il suo curriculum è già pieno. “Amigdala” è un lavoro da lui stesso ideato, prodotto e realizzato. Si tratta di un thriller psicologico di un certo spessore, che attraversa i sentieri più reconditi della mente umana, approfondendone le ragioni dei sentimenti. Del cast della pellicola, in uscita tra pochi mesi e attualmente in fase di post-produzione, fa parte l’attrice Penelope Landini.

Noi de Lanostravoce.info abbiamo avuto il piacere di una interessante chiacchierata con Vito.

Il film mette al centro del tema l’amigdala. Metafora potentissima: in una società così incentrata sull’egoismo e sull’autoreferenzialità, c’è davvero bisogno di esserne sprovvisti per non emozionarsi?

Gran bella domanda. Credo che la risposta più appropriata sia strettamente connessa al concetto di specie. Mi sono sempre chiesto se c’è sempre stato qualcuno che ha creato tutto quanto. Considerando che non credo in nessuna religione ma credo nell’esistenza di un’Entità superiore che potrebbe aver creato tutto, credo anche che quel creatore, tra le varie specie viventi che ha creato, possa aver scelto l’Uomo come specie dominante, dandogli tutto il necessario per vivere e sopravvivere. L’uomo è dotato di ragione e istinto e per istinto possiamo considerare tutta una serie di emozioni che l’uomo usa per fare delle scelte. Se seguiamo una visione darwinistica dell’evoluzione umana, posso dire che l’uomo, sin dai suoi antipodi, abbia sempre  usato il suo istinto di sopravvivenza per uccidere in modo da dominare le altre specie viventi. L’uomo uccide gli animali per nutrirsi e perpetuare la specie umana. Quindi credo che l’individuo sia stato dotato di un istinto omicida (il Male)per sopravvivere e conquistare. Quello stesso uomo si è evoluto negli anni e nei millenni e oggi continua a dominare le altre specie, così come l’umanità stessa, tramite la violenza. Non necessariamente fisica. La società di oggi è incentrata si sull’egoismo e sull’autoreferenzialità, ma è anche incentrata sulla manipolazione da parte di quelle poche persone che hanno il potere e che purtroppo sono proprio le persone sbagliate. Quello che voglio dire è che il Male è insito nella Natura umana, come anche il Bene e questo genera l’esistenza di entrambi. L’interdipendenza tra le due parti. Quindi non posso certo dire che sarebbe meglio essere sprovvisti della nostra capacità di emozionarci altrimenti rinnegheremmo la nostra stessa specie. Ci è stata data la libertà di scegliere e questa è una grande ricchezza. Spetta sempre al singolo individuo scegliere il Bene o il Male. Se l’uomo non fosse capace di emozionarsi, sarebbe un qualcosa di innaturale come lo sarebbe un robot. E il protagonista del mio film viene ridotto a una macchina capace di provare emozioni, quindi il Male e il Bene nella stessa persona. Mi sembrava un paradosso talmente interessante da farci un film.

La pellicola si sviluppa sulla base di una sfida “autentica” tra bene e male. Di male, nella nostra vita, ce n’è tanto. Cosa e come si può fare perché a prevalere sia il bene?

Come ho risposto alla precedente domanda, il Male non esiste se non dentro il singolo individuo che, esternandolo, genera tragedie e cambiamenti nel mondo. Ci sono però diversi fattori che possono contribuire al Male: l’educazione familiare per esempio, intesa anche come tutto ciò che un essere umano assorbe quando è ancora nel ventre materno. Noi nasciamo puri, come un computer nuovo in cui installare un sistema operativo. Le informazioni che acquisiamo sin da piccoli possono essere costruttive come distruttive e un errore commesso, magari dai nostri genitori, si rifletterà automaticamente nella vita di quel bambino che un giorno sarà un uomo e magari sceglierà che tipo di uomo diventare. La verità è che non ci sono giustificazioni al Male, spetta sempre a noi scegliere, scegliere di distruggerlo o di assecondarlo. Una soluzione per fare in modo di scegliere il Bene per me è una sola; immaginarsi anziani e guardarsi indietro, guardare in faccia le conseguenze di tutto il male che si è fatto. Ho sempre creduto nel destino che punisce a dovere chiunque faccia del male. Chiunque faccia del male prima o poi verrà travolto, letteralmente, dal senso di colpa o da qualche disgrazia. Quelli che fanno del male non capiscono che non sono eterni e che prima o poi anche loro tireranno le cuoia. Ma sono troppo ignoranti per capirlo. Il cuore di un uomo è un oceano che puoi racchiudere in un pugno. Il problema è che in alcuni di quegli oceani ci sono pesciolini graziosi, e in altri vi sono squali assetati di sangue.

“Amigdala” si pone come un’opera strettamente legata al contesto storico in cui è stata concepita e prodotta. Quanto ha influito la sua capacità di guardare il mondo con occhio pedagogico e socio-psicologico?

Direi che ha influito al 100 per 100. E’ una questione di carattere. Ci sono persone che non fanno che blaterare, parlare in continuazione anche solo per il gusto perverso di sentire il suono della loro stessa voce. Personalmente, sono sempre stato un ragazzo introverso e chiunque sia introverso tende più ad ascoltare che a parlare. Il mio stesso carattere mi ha permesso di ascoltare e osservare tanto e quando ho collegato questa abitudine al mestiere del regista, ho pensato che potessi almeno provare a farlo, fare un cortometraggio, poi un altro e poi un altro e poi un film. Ci tengo a precisare che io non ho un dono, perché le informazioni sul mondo sono alla portata di tutti, c’è chi ci arriva prima, chi dopo a capirlo. Se ascoltassimo di più anzichè parlare di stronzate, il Male stesso (inteso anche come mediocrità) verrebbe pian piano annientato e il mondo sarebbe un posto migliore.

Vito Pagano è giovane, ha soltanto 32 anni. Per questo, meglio dei colleghi cineasti più navigati, ricorderà l’attimo in cui è “scoccata la scintilla”, in cui ha deciso che avrebbe fatto questo mestiere?

Lo ricordo ancora bene come fosse ieri: avevo 16anni e aspettavo il bus per tornare a casa da scuola, quando il vento primaverile di quel pomeriggio comincio ad animare qualunque cose mi circondasse. Una busta bianca attirò la mia attenzione, era la protagonista di quel momento, in quella busta c’era tutta la purezza del mondo, innocente e candida. Ho pensato che in quel momento tutto quello spettacolo fosse stato allestito per me, e che qualcuno da lassù, stesse orchestrando tutto, magari con cineprese nascoste da qualche parte che mi stavano filmando. Ho provato un vero e proprio senso di connessione con l’universo e attribuii la figura del regista a quella del Creatore che tutto orchestra e controlla, proprio come fa un regista. Lì ho fatto una scelta, istintivamente, e quella scelta ha portato la mia vita verso una strada precisa. Bisogna anche essere fortunati a vivere momenti del genere, ma penso anche che, se in quel momento avessi fatto altro, tipo parlare al telefono con qualcuno, mi sarei perso tutto e forse non avrei trovato la mia strada. Torno a sottolineare l’importanza dell’osservare e ascoltare. E’ molto più semplice di quanto si pensi

Pugliese di nascita, Vito ha lasciato la sua terra per trasferirsi a Roma, seguire il suo istinto e coltivare il suo talento. Cosa c’è delle sue origini nei suoi lavori?

Essendo cresciuto in una casa situata su una strada che collega due paesi, mi sono sempre sentito figlio di un mondo “altro”, un mondo in transizione, come sospeso tra due mondi e in nessuno. Nel mio film però, ho inserito alcuni elementi tipici del paese: l’atmosfera retrò, senza tempo, come se Dio si fosse dimenticato di certi posti. Ho girato a Civita di Bagnoregio, un paesino su una montagna che ti trasporta letteralmente in un’atmosfera atemporale, silenziosa, con quel qualcosa che sa di morte e di dimenticato. Poi mi interessava raccontare il rapporto di amicizia che può esserci tra due generazioni differenti, quali un bambino di 11anni e un anziano di 80. Entrambi sono legati dall’amore, l’amore per una donna o l’amore per il cinema stesso. La figura del nonno pazzo di Amigdala mi ha ricordato mio nonno Vito, un uomo di un silenzio profondissimo, taciturno come pochi ma che amava la sua famiglia al punto da sacrificare qualsiasi cosa. Ero il suo orgoglio e mi piaceva sentirmi amato in quel modo. Nelle mie origini c’è una poesia nascosta nelle membra di un’umanità altra, costituita da figure bizzarre e oniriche proprio come i personaggi di Amarcord di Fellini. Ho cercato di inserire questi elementi nella sequenza dell’infanzia del mio film, per sottolineare l’importanza dell’imprinting di ognuno di noi. E’strano, ho dovuto lasciare il mio paese per riallacciarmi alla sua essenza nel raccontarlo. E’ anche questo il bello del fare cinema: raccontare un cosa reale attraverso i tuoi occhi, che potrebbero renderla ancora più credibile seppur narrata tramite la dimensione della favola.

Dopo il successo di “Amigdala”, su quale altro progetto ha messo la testa Vito pagano?

La mia testa fluttua in futuri progetti che ho osato solamente scrivere per ora e che potrei ritenere pronti per farli nascere. In cantiere ci sono altri due film: uno incentrato sulla figura del diverso, che è tale in quanto ha un aspetto deforme generato da una cattiva educazione che a livello psicosomatico si riflette sul suo corpo. Poi vorrei raccontare una storia di vendetta, intesa come necessità di ricongiunzione con la propria identità e la propria famiglia. E poi altri due progetti: una trilogia, una storia d’amore incentrata sui viaggi nel tempo, necessari per unire due amanti che vivono in epoche diverse. E infine una serie, una cosa a cui tengo troppo e della quale non vorrei rivelare nulla se non l’argomento principale: i sogni. Aspetterò il momento giusto.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.