Roma-Bayern: quei sette schiaffi al calcio italiano | di Salvatore Ferri

Fiera Di Calitri prova

Dopo soli 35 minuti dal fischio d’inizio è Rudi Garcia, in compagnia del suo violino, ad aprire le danze. E’ poi è il turno di Totti che in dialetto romanesco chiede un girone a parte per il Bayern, sulla falsa riga del campionato privilegiato destinato alla Juventus. La notte è lunga e il “vortice social” prosegue ad oltranza. Si vede De Sanctis, munito di sacco di juta raccogliere patate all’interno della porta, e fin troppo scontati riferimenti ai sette colli dell’Urbe ribattezzati con i nomi dei giocatori bavaresi. 

Insomma: quella che doveva essere una festa di calcio in grado di tenere a battesimo il ritorno della Roma nell’Olimpo delle grandi squadre europee, finisce come nessuno avrebbe potuto neanche immaginare. Esattamente con lo stesso punteggio tennistico dell’ormai lontano disastro dell’Old Trafford datato Aprile 2007. Sette goal a uno, e tutti a casa. 

A gioire sono i tedeschi che in albergo festeggiano a suon di spaghetti all’amatriciana, involtini di carne ai funghi e tiramisù. In Vaticano, accolti da un Papa Bergoglio che li definisce “Meravigliosi”, fissano anche una partita amichevole con l’incasso da devolvere in beneficenza. 

Al triplice fischio, la capitale di fede giallorossa sprofonda invece in un silenzio assordante  e si interroga sulla debacle. Rudi Garcia si prende tutte le colpe e fa da bersaglio. Il resto della truppa si chiude dietro un inequivocabile “no comment” che dice più di mille, inutili, parole. 

Il disastro dell’Olimpico però va analizzato con mente lucida, mettendo da parte gli sfottò che corrono veloci su Facebook per tutta la notte. Come è possibile che la squadra più in forma del campionato italiano, quella capace di esprimere il miglior calcio della Seria A, venga presa a pallonate da un Bayern fortissimo ma certo non invincibile? 

Colpa di una campionato mediocre che precipita nel ranking mondiale e che da anni sembra aver smarrito una dimensione internazionale? Probabilmente si. Certe imbarcate, è vero, sono spesso da intendersi come incidenti di percorso destinati a non ripetersi. Serate storte in cui tutto gira al contrario. Eppure, ieri sera, la migliore squadra italiana è parsa timida e impacciata al cospetto di un panzer teutonico esperto e collaudato sui più disparati terreni europei.

Inutile ribadire la storia dei grandi calciatori che non passano più dalla Serie A, degli stadi vecchi e vuoti, della mancanza di progettualità da parte dei club che non danno spazio ai giovani che pure crescono con buon ritmo nei vivai. Inutile dinanzi ad un dilagare di sghignazzamenti in rete che fanno solo male al calcio nostrano. 

Non è andata meglio al Napoli che, qualche mese fa, usciva con la coda tra le gambe dai play-off contro un  non certo irresistibile Athletic Bilbao. Arcinota è l’avventura della Juventus di Conte nella scorsa edizione della Champions. Poco meglio sta facendo Allegri quest’anno, con una Juve capace di  tenere bene il campo in casa dell’Atletico Madrid, perdendo con dignità ma non tirando praticamente mai in porta. 

Ecco allora che il nostro calcio sembra trovare una dimensione più abbordabile nella cornice poco allettante dell’ Europa League. Qui le italiane viaggiano a vele spiegate e permettono al calcio di casa nostra di tenere a bada un ranking Uefa altrimenti impietoso. Napoli, Inter, Fiorentina e Torino vincono e convincono contro avversarie non certo di prima fascia. Quella stessa fascia alla quale, purtroppo, non apparteniamo più da tempo.