INTERVISTA Lando Buzzanca. Il coraggio di lasciare la propria terra e la volontà di seguire il proprio sogno

Lando Buzzanca è considerato uno dei pochi veri attori italiani. Negli ultimi anni, ha partecipato ad alcune fiction di successo come “Io e mio figlio”, “Capri”, “Terra Ribelle 2” e “Lo scandalo della Banca Romana”. Una carriera artistica che voleva inseguire, l’arrivo a Roma da Palermo, la scarsa disponibilità economica e la determinazione di voler diventare attore a tutti i costi.

Lando Buzzanca, che il prossimo agosto compirà 80 anni, si racconta in quest’intervista che gentilmente ci ha rilasciato.

Chi è Lando Buzzanca oggi?

E’ un attore che ha fatto diversi film. A metà degli anni ottanta, ha rifiutato di fare commedia al cinema perché questo genere era diventato solo volgarità. Si è voluto proteggere rifugiandosi nel teatro con i testi di Shakespeare, Moliere e Pirandello. Quando Buzzanca non lavora è semplicemente Gigi, così viene chiamato in famiglia.

Tutto è cominciato quando è partito da Palermo all’età di 18 anni, si aspettava che poi sarebbe successo tutto questo?

Assolutamente no! I primi tempi sono stati molto grigi. Mangiavo solo quando facevo la comparsa nei film e quando portavo i bagagli delle persone. Andavo spesso a “grattare” la fontana di Trevi per raccogliere gli spiccioli che trovavo. Mi riposavo sotto i portoni e all’aperto, camminavo sotto la pioggia perché non potevo permettermi di pagare una stanza per dormire. Ho vissuto sulla mia pelle l’alternarsi delle stagioni. Sono il primo di otto figli. Ricordo di quella telefonata di mia madre che mi pregava di far ritorno a Palermo per non passare un altro Natale senza di me. E’ stato in quell’occasione che ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Era figlia di gioiellieri e, dato che io ero un morto di fame che voleva fare l’attore, è stata cacciata di casa. Il mio successo lo devo esclusivamente a lei. Infatti, è stata per prima Lucia a credere nelle mie doti da attore, mi ha sempre spronato a non mollare mai. Ho fatto domanda per entrare all’Accademia Scharoff dove si imparava il metodo Stanislavskij e, una volta preso, è iniziata la mia avventura!

Cosa rappresenta per lei la Sicilia?

La Sicilia ha la forza e la durezza della lava che si solidifica, ma allo stesso tempo è dolce e delicata come il profumo del gelsomino.

Quali erano le sue aspettative quando è partito con quella valigia?

Mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro e una bistecca tutti i giorni.

Quale ruolo ha avuto nella sua vita Empedocle Buzzanca?

Si chiamava Empedocle ma si faceva chiamare Ottavio, anche se in famiglia veniva chiamato Bebè. Proveniva da una famiglia nobile. Lavorava al cinema, facendo prima il bigliettaio, poi proiettando i film. Sin dalla tenera età, ne ho sempre visti molti. Era affascinante vedere questi attori uomini che parlavano un italiano quasi perfetto e queste donne così belle e rosee. Capisce che ho vissuto il cinema e il teatro da vicino. Ero dentro a questo mondo senza esserci di persona fisicamente. Abbiamo anche recitato insieme, io e mio padre! Mi permettevo di dargli consigli su cosa cambiare e cosa no, anche se voleva sempre seguire cosa diceva il regista.

Quando ha capito di avere il sacro fuoco dell’arte?

Negli anni sessanta, ricordo che Vittorio Gassman faceva provini a giovani ragazzi che desideravano entrare in scuole di recitazione. Non ho mai avuto il coraggio di presentarmi perché avevo visto che tanti giovani, per me bravissimi, venivano scartati. Ho passato diverso tempo facendo qualche comparsa; questo tuttavia non mi permetteva di pagare l’affitto della stanza che ero riuscito a trovarmi. Ero poi venuto a sapere che c’era un altro progetto di Gassman in cantiere e, così, decisi di farmi vedere. Se mi avesse detto di andarmene e che questo non era il mio mestiere, me ne sarei tornato a Palermo. Dopo varie telefonate, aveva deciso di incontrarmi. Ricordo di avergli fatto sentire un estratto di “Giulio Cesare”. Ero rimasto meravigliato del fatto che successivamente mi chiese qualcosa in rime. Questa seconda richiesta forse voleva dire che gli ero piaciuto! Ricordo ancora che mi disse: “Lei, Buzzanca, ha un bel fisico, una bella voce e anche intelligenza!”. Pensi che chiesi chiesto se fosse sicuro di quello che stava dicendo. Non potrò mai dimenticare quel colloquio, mi ha dato una grande forza!

Negli anni settanta, con il “Merlo Maschio” e altri film della commedia erotica all’italiana, è stato definito l’Homo Eroticus, cioè l’uomo seduttore, ma com’è nato?

Tutto è nato perché voi donne all’epoca vi stavate emancipando. Nel film, raccontavo di un personaggio vittima sia delle donne sia di se stesso. I miei agenti di quel periodo mi avevano sconsigliato di calarmi nei panni di quel personaggio perché temevano che cadessi nel volgare. Ho deciso però di fare di testa mia. Alcuni giornalisti scrisero che io speculavo su questi ruoli, ma non era vero! Ero completamente ignaro di tutto.

Ha interpretato anche ruoli molto intensi, come quello del principe Giacomo ne “I Vicerè”. Cosa ha comportato interpretare Giacomo Uzeda, perché accettò quel ruolo?

Come potevo fare a non accettarlo? Non mi hanno dato il David perché ero di un partito politico opposto a quello che dovevo essere. Pensi che lo stesso regista Faenza mi ha detto che quel premio sarebbe spettato a me. Ricordo che anche la critica aveva parlato bene del mio ruolo.

I ruoli da padre le hanno sempre portato fortuna, se così si può dire. Anche impersonando Pietro di Bernardone , padre di S. Francesco. Un’altra sfida vinta.

Sì, per fortuna sì! E’ stato anche un ruolo molto interessante quello de “Lo scandalo della Banca Romana”.

In “Io e mio figlio” , interpreta un padre che scopre l’omosessualità del figlio. Un tema molto delicato, com’è nata questa fiction e cosa voleva raccontare con questa serie tv?

E’ stata un mini-serie di successo; ricordo che la prima è stata vista da oltre sette milioni di telespettatori e la seconda da quasi nove. Il mondo è pieno d’amore ed esiste anche l’amore tra due uomini e tra due donne. Quello che doveva essere davvero portato in scena doveva essere l’amore, non soltanto il vizio. Mi sono così inventato non un personaggio qualsiasi, ma un uomo che doveva conoscere la vita, ecco che un commissario di polizia mi sembrava perfetto. Ho deciso di andare dal direttore di Raiuno di quel periodo per presentargli il mio progetto, e così è nato “Io e mio figlio”.

Nuovi progetti?

Sto valutando la possibilità di fare un mio film. Dovrei inoltre fare anche una parte in un altro film. Vorrei fare la parte di un killer! Mi riuscirebbe bene, almeno credo.