Del lavoro e d’altri demoni

Ho un carissimo amico che attualmente è, come molti altri, alle prese con il problema lavorativo. A differenza degli altri, però, il suo problema non è quello di trovarlo, ma sorge immancabilmente quando lo trova. Al riguardo egli ha formulato una teoria fondata su una logica ineccepibile, che attinge direttamente alle Sacre Scritture. Sostiene, infatti, che il lavoro non è altro se non la condanna biblica comminata ad Adamo per il furto della famosa mela. Non avendo egli mai rapinato un fruttivendolo, non vede perché dovrebbe scontare tale pena. E così trascorre la sua esistenza a rivendicare i propri diritti, lasciando agli altri l’onere di accollarsi i doveri. E vive, a quel che pare, una vita tranquilla e serena, del tutto aliena dagli stress che invecchiano corpo e spirito precocemente, al punto che il tempo non lo segna, ma gli scivola addosso quasi senza lasciare traccia.

Lo invidio, non c’è dubbio alcuno! E come me, molti. Nei fatti tutti siamo dilacerati da un profondo conflitto interiore, quasi di amore e di odio, rispetto agli impegni lavorativi. Quando ne siamo immersi ce ne lamentiamo, mentre quando non ci sono essi ci mancano.

Sarà forse questa la vera condanna?

A me sembra che l’essere umano impieghi circa un quarto della propria vita ad affaticarsi e a penare, anche fisicamente, per trovare un lavoro, gli altri due quarti li utilizza nel tentativo di sfuggirgli quando lo ha trovato, provando a riposarsi il più possibile, e l’ultimo quarto, a pensione raggiunta, ricomincia a faticare per trovare una occupazione che possa alleviare la sensazione di noia.

Alla luce di quanto detto, non posso fare a meno di constatare che il lavoro più pesante, per l’essere umano, è la gestione della propria percezione del lavoro!

Miscia Dixit, in un momento di riposo!