INTERVISTA Questo nostro amore 70: Luca Ribuoli, il regista dal cuore sognatore

Questa sera andrà in onda l’ultima puntata di “Questo nostro amore 70”, la fiction di Raiuno che ha tenuto incollati milioni di telespettatori.

Non si è trattato della solita serie tv, ma di un film in sei puntate diverso da quelli finora trasmessi. Non è stata la solita carrellata di ricordi che avrebbe dovuto riportare il pubblico in un’epoca significativa della nostra Italia. Rispetto alla scorsa stagione, “Questo nostro amore” si è “trasferito” negli anni settanta unendo la commedia al drammatico e al family, il tutto nella semplicità del racconto narrativo, senza mai cadere nella banalità; le storie, le delusioni, le speranze e gli anni ’70 sono stati i protagonisti assoluti di questa fiction. Ha avuto il grande merito di rendere attuali le vicende che ruotano attorno a personaggi che vivono in un particolare momento della storia, usando il passato come valore aggiunto e non come assoluto argomento.

In occasione dell’ultima puntata, abbiamo intervistato Luca Ribuoli, che ha diretto la fiction. Classe 1969, è stato regista di numerosi lavori per il piccolo schermo, da “La Squadra” a “Il Commissario Manara”, passando per “Don Matteo” fino ad arrivare a “Questo nostro amore 70”, in cui ha avuto la straordinaria e rara capacità di narrare i sentimenti che attraversano la vita.

Chi è Luca Ribuoli oggi?

Sono uno che ha avuto la fortuna di fare il lavoro che gli piace.

Partendo dai suoi esordi, come è nata la passione per il suo lavoro?

Ho fatto diversi lavori, ma ero sempre alla costante ricerca di qualcosa che avesse a che fare con il mondo dell’arte. Andavo molto al cinema e un giorno ho capito che potevo provare a farlo.

E’ nato ad Alessandria. Cosa rappresenta per lei questa città?

Sono molto legato a questa città, in particolare alle persone. Solitamente, chi è alessandrino ha un carattere molto forte che contagia anche chi non lo è. Per parlare degli alessandrini ci vorrebbe di sicuro un’intervista a parte.

Dai sogni alla realtà, cos’è cambiato oggi?

Vivo ancora di sogni. Anche se il mio lavoro richiede iniziativa, decisione e senso pratico, rimango un sognatore, sempre.

Cosa vuol dire, per lei, essere regista?

Raccontare storie. Sembra una risposta banale, ma non è così. Mi interessano in particolare le storie dei personaggi: mi piace quando la trama non li soffoca e dà loro lo spazio per esprimersi.

In queste settimane, stiamo vedendo il seguito di “Questo nostro amore”. Per quali motivi ha deciso di fare una seconda serie?

Ero molto affezionato ai personaggi e agli attori che li interpretavano. Ho pensato che vederli calare negli anni settanta rappresentasse veramente una nuova sfida, un nuovo film e così è stato. Per me, la prima stagione è molto diversa dalla seconda.

Perché questo titolo per una fiction televisiva?

Quando eravamo alla ricerca di un titolo, sapevamo che il fulcro di questa serie sarebbero stati i sentimenti. Tutti i personaggi sono governati dalle emozioni; sono in balia di un vortice emotivo che li conduce da una situazione all’altra, da una scena all’altra. Credo che la gente abbia sempre più bisogno di vivere delle emozioni, anche se filtrate dalla tv, dal cinema, dai libri e soprattutto dai social network.

Com’è stato lavorare con le due “coppie” vincenti Valle/Marcorè e Ventura/Rignanese? E con i giovani attori?

Trovo che sia un cast molto equilibrato. Ho lavorato con attori che non hanno mai cercato di prevaricare gli uni sugli altri. I personaggi erano onesti e gli attori hanno lavorato con la stessa onestà e sempre al servizio della coralità del racconto.

Cosa si è prefissato di far uscire dai suoi personaggi?

La verità, sempre.

La seconda stagione è ambientata negli anni settanta. Cos’è cambiato rispetto al decennio precedente? Lei di quegli anni cosa ricorda?

Negli anni sessanta si sognava e si “faticava” per la famiglia, per un bene comune. Nei “settanta” si credeva di poter essere più indipendenti, più liberi. Si erano rotti degli equilibri che fino ad allora erano stati alla base del vivere comune, una fugace illusione. In quegli anni ero un bambino e più che dei ricordi mi è rimasta la sensazione che la vita fosse più a portata di mano.

A cosa si deve, secondo lei il successo di questa fiction?

Ai personaggi e ai loro sentimenti. Sono persone semplici, vere, che hanno il grande merito di continuare a sognare. “Questo nostro amore”, prima e seconda stagione, piace perché emoziona e diverte, perché è ben recitata e per la scelta delle musiche. Hanno scritto che è una serie tv che ha fatto un piccolo passo avanti nel linguaggio della fiction italiana, forse è stato davvero così.

Cosa si augura arrivi ai telespettatori alla fine di “Questo nostro amore 70”?

Gioia e divertimento. Spero che il coraggio dei personaggi abbia un effetto contagioso su chi sta dall’altra parte del piccolo schermo.

Nuovi progetti?

Sono al montaggio di una nuova serie tv di tutt’altro genere. Si chiama “Grand Hotel”. E’ un melò-mistery ambientato nel 1905 in un albergo dell’Alto Adige. Amori, intrighi, giallo, e mistero. Molto divertente, vedrete!