Torneranno i prati: Francesco Formichetti nella pellicola di Ermanno Olmi

Per il centesimo anniversario della prima guerra mondiale, il regista Ermanno Olmi ha deciso di raccontare e di lasciare un segno indelebile a tutti coloro che si recheranno nelle sale cinematografiche in questi giorni, per portare avanti una storia che non può e non deve essere dimenticata. Fin da piccolo, ha ascoltato i racconti del padre bersagliere d’assalto e diverse volte lo ha visto piangere mentre ricordava quel massacro avvenuto tra le sponde del Piave e le cime delle Alpi.

Le riprese di “torneranno i prati” sono durate per circa due mesi sull’Altopiano di Asiago. Sul set si girava dalle sedici del pomeriggio alle quattro del mattino con temperature fino a -15 gradi. Il maestro del cinema italiano ha voluto dedicare questo film a tutti quei giovani uccisi e mandati a morire, senza un vero perché.

Siamo sul fronte Nord-Est nel 1917. Il racconto cinematografico si svolge nell’arco di tempo di una sola nottata. Un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, invece, il freddo, la stanchezza, le lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te e la rassegnazione. Oltre alla magistrale interpretazione di Claudio Santamaria, troviamo giovani ma altrettanto eccellenti attori, quali Francesco Formichetti, Alessandro Sperduti , Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni e Domenico Benetti, i quali prestano anima e corpo a soldati che vengono riconosciuti come esseri umani, e non come semplici numeri, come invece si è soliti identificarli in guerra. Alcuni guardano verso lo spettatore, raccontando, attraverso uno sguardo e una totale assenza di rumore, quell’orrore e quella solitudine.

“torneranno i prati”, scritto tutto minuscolo com’è giusto a una piccola e grande storia morale, non è soltanto il racconto di un giorno di guerra, ma è anche il contrasto tra il silenzio delle montagne e lo scontro assordante che lacera la pace di quel luogo. Ermanno Olmi analizza con occhio vigile ma con grande pudore la mostruosità di una guerra ormai passata alla storia. “torneranno i prati” è un racconto di speranza, la sola che può rimarginare le ferite inflitte all’uomo delle trincee.
Abbiamo intervistato Francesco Formichetti, al suo primo ruolo da coprotagonista. Umiltà e determinazione sono le qualità che caratterizzano questa nuova promessa del cinema italiano. Veste i panni di un capitano di stanza nella trincea che, pur di proteggere i propri uomini, decide di sacrificare la sua stessa vita.

Per quali motivi hai accettato di fare questo film?

Beh, credo che rifiutare un film firmato da Ermanno Olmi fosse una cosa da pazzi! Quando sono stato chiamato era gennaio; avevo appena prenotato un viaggio con la mia famiglia in Thailandia, sarei dovuto essere là e invece mi sono ritrovato al provino di “torneranno i prati”. Da quel momento, non ho più pensato alla vacanza! Grazie a questo film, ho guadagnato un’esperienza di vita incredibile.

“torneranno i prati” è il titolo del film, perché questo titolo?

La montagna viene da sempre considerata un luogo di pace, di serenità e soprattutto di silenzio. Durante la prima guerra mondiale, non è stato così purtroppo. Si è trasformata in un vero e proprio teatro di morte. Come tutti gli avvenimenti, anche la guerra avrà un suo epilogo nella speranza che, un giorno, “torneranno i prati”, nonostante il sangue e le lacrime versati. La neve cade forte, quasi incessantemente, una neve che copre tutto, che cela drammi e sangue, che ovatta, poi l’arrivo della primavera, con i suoi prati, rigogliosi di vita e di speranza.

Interpreti il capitano, ci racconti meglio del tuo personaggio? Perché ha un nome proprio mentre altri no?

Quando sono venuto che a sapere che sarebbe stato l’unico ad avere un nome proprio, ovvero Emilio, sono rimasto molto colpito. Ho appreso che era in riferimento a Emilio Lussu, politico, militare e capitano della Brigata Sassari. E’ stato infatti inviato sulle montagne intorno ad Asiago per creare un fronte che resistesse a qualunque costo alla discesa degli austriaci. Questa esperienza gli ispirò il capolavoro per il quale è principalmente noto, ovvero “Un anno sull’Altipiano”, il libro che ci hanno consigliato di leggere prima di girare. Il mio personaggio è un uomo di grande caparbietà ed è dotato di una forte personalità. Il Capitano si trovava in trincea da diversi mesi, era già logorato dal dolore e dalla fatica che una guerra inevitabilmente portano. Viene colpito anche dalla cosiddetta febbre da trincea, la quale non fa altro che destabilizzarlo ulteriormente. Quando il Maggiore gli dà un ordine, Emilio comprende immediatamente che si tratta di ordine criminale che non dovrà eseguire. Conoscendo perfettamente quel territorio, è ben consapevole che, andando in quel punto preciso, sarebbero andati incontro a morte certa. Decide così di opporsi agli ordini.

Quali sono le motivazioni che lo spingono ad opporsi agli ordini?

Trovandosi li da mesi, riesce a instaurare un vero e proprio rapporto d’amicizia con i suoi uomini. Essendo, per di più, il capitano di un caposaldo, si sente come un padre protettivo nei loro confronti. Decide di disobbedire agli ordini del suo superiore probabilmente perché spinto da un forte valore etico e umano nei confronti di persone che rischiano costantemente la vita, esattamente come lui.

Qual è stata la scena più difficile da girare?

Beh, direi tutte! Facendo una sorta di selezione, una di quelle più difficili è stata quella dell capitano che esce dal bunker dopo aver sentito uno sparo avvenuto dentro al camminamento. Era steso sul letto in preda a uno di quei deliri da febbre altissima. Ciononostante, trova la forza di alzarsi e uscire fuori. Dovevo avere la capacità di vedere il cadavere di un suo soldato a terra, senza la presenza effettiva del corpo inanime. Dovevo arrivare a un picco estremo di rabbia e preoccupazione. Un’altra scena estremamente complessa è stata quella del capitano che, a causa di una febbre molto alta, aveva una di quelle visioni che sconquassano emotivamente, ovvero essere vigile ma allo stesso tempo non riuscire a capire il perché di queste visioni.

Dopo aver preso parte a questo film, hai “scoperto” qualcosa in più su quel periodo?

Nei libri scolastici, siamo abituati a studiare la storia attraverso le versioni ufficiali. Questo, per me, non è un approfondimento, ma uno studio da cornice che non permette di entrare all’interno di ciò che è realmente accaduto. La prima guerra mondiale è stata l’unico conflitto con tracce di umanità. Basta pensare a quando gli ufficiali si assentavano, Italiani e Austriaci si scambiavano doni: i primi davano acqua e cibo, i secondi portavano tabacco.

Cos’è per te la guerra?

Cito quello che ci ha sempre detto Ermanno Olmi, ovvero che “è la più stupida e disumana decisione che un essere umano possa prendere per arrivare a un obiettivo”. La storia ci dovrebbe insegnare a non commettere più gli stessi errori e invece continuiamo. C’è troppo odio, una grande indifferenza e soprattutto una profonda solitudine.

Sei un giovane attore che ha avuto l’onore di essere diretto da un maestro del cinema. Chi è per te Ermanno Olmi? Cosa ti ha insegnato?

L’ho incontrato per la prima volta nel gennaio scorso e ti assicuro che è stata un’emozione fortissima! E’ un maestro che ti insegna a non usare la tecnica attoriale, ma ad ascoltare il cuore. Con lui, prima di essere attori è fondamentale essere persone. E’ necessario assorbire le sue direttive per essere liberi di interpretare il personaggio. Ha un grande umanità e una profonda cultura. Ha una padronanza di linguaggio e un modo di spiegare le cose davvero unici. E’ molto attento ai dettagli; è riuscito a prendere in esame un granello della prima guerra mondiale per poi raccontare in poco più di un’ora e mezza cosa significava la guerra, in quel preciso momento e in quel determinato luogo.

Hai avuto modo anche di confrontarti, oltre che con giovani colleghi, anche con Claudio Santamaria, considerato uno dei più grandi attori di oggi. Come ti sei trovato sul set con lui?

E’ una persona meravigliosa, di un’umanità disarmante e anche molto disponibile, qualità molto rara per un attore di quel calibro; normalmente capita di lavorare con colleghi che pensano unicamente a loro stessi. Quando sono stato in difficoltà, lui era sempre pronto ad aiutarmi e a incoraggiarmi. Mi sono trovato molto bene anche con gli altri attori. Senza il loro sostegno, sarebbe stato quasi impossibile fare questo film. E’ stata un’esperienza incredibile e sono stato onorato di aver dato anima, voce e corpo al capitano.

Cosa vorresti arrivasse del film a tutti coloro che si recheranno nelle sale cinematografiche?

Vorrei che arrivasse il perché, vorrei che ognuno di noi si ponesse delle domande sui motivi per i quali giovani e meno giovani sono morti invano. Generali come Cadorna e Diaz hanno giocato con le vite umane e questo non deve mai più accadere. Vorrei giungesse la forza di questi ragazzi malgrado il dolore che li continuava a rodere dentro. Erano persone costantemente a tu per tu con la morte. Nonostante questo, hanno combattuto con la speranza, un giorno, di avverare i propri sogni. Mi piacerebbe che tutti andassero al cinema, soprattutto i giovani: sono loro il futuro del nostro Paese e dovrebbero sempre più riafferrare quei valori che via via stanno perdendo.