10 febbraio: le Foibe e un’Italia eternamente divisa

La pacificazione nazionale, concetto evocato talmente tante volte fino a farlo decisamente inflazionare, sembra sempre più una chimera.

L’Italia, e questo è evidente, non ha ancora la maturità interna ed interiore per arrivare a mettere una pietra sopra al passato (una roccia sarebbe più appropriata) e guardare al futuro poggiandosi su un retroterra comune, una storia nazionale che coinvolge tutti perché appartiene a tutti. Questo momento, ahimè, è decisamente lontano.

Parlare di foibe il 10 febbraio di ogni anno, ad esempio, è uno di quei momenti che divide gli “italiani di destra” dagli “italiani di sinistra”. Innegabile è che per decenni i programmi scolastici e i testi di Storia abbiano sistematicamente rifiutato di concedere agli studenti la spiegazione delle vicende degli esuli fiumani e istriano-dalmati, fuggiti dalle loro terre (appartenenti all’Italia) dopo l’occupazione da parte dell’Armata jugoslava di Tito: un’occupazione conclusa con il massacro di migliaia di persone. Fino a non più di tredici anni fa, quando chi scrive ha conseguito il diploma di Liceo Classico, nei testi non ci s’imbatteva spesso nel termine “foibe” (dal latino “fovea”, che vuol dire “fossa”). Quando succedeva, esse venivano catalogate come “cavità carsiche”. Punto. L’immondo utilizzo che ne era stato fatto era completamente sotto sabbia.

Due settimane prima del Giorno del Ricordo (istituito con legge n. 92 del 30 marzo 2004), cade la Giornata della Memoria, per ricordare le vittime della Shoah, la più grande tragedia che l’umanità abbia conosciuto. In Italia, però, pare che siamo molto propensi a ricordare tragedie che non ci appartengono in toto, seppur causate dal nostro concorso di colpa. Quando arriva il momento di ricordare vittime italiane, cacciate in 350mila dalla loro terra, depredate di tutto, catturate e scaraventate – vive, il più delle volte – nelle “cavità carsiche” di cui sopra, ecco, in quel momento cala il silenzio. Da parte di tutti. C’è di più: nel Giorno del Ricordo per le vittime delle Foibe, in tanti, quasi a dimostrare il loro sprezzante e disgustoso giudizio storico sulla vicenda, continuano a presentare libri e ad organizzare eventi in ricordo della Shoah, a scrivere di revisionismo e anti-revisionismo. Perché l’aspetto importante della storia (e della Storia) non è tanto che siano stati brutalmente uccisi italiani inermi e innocenti. L’aspetto importante riguarda chi ha avuto la colpa di prendere in consegna questo ricordo.

Il substrato civile e sociale della Penisola è molto più diviso e frammentato di quanto la cronaca politica mostri e voglia farci credere. Gli italiani, per la maggior parte, sono ancora divisi tra destra e sinistra, nelle diverse accezioni dei due termini e soprattutto per quel che riguarda i fatti storici. Per citare Gaber, ricordare le vittime della Shoah non è di sinistra, così come ricordare le vittime delle Foibe non è di destra. Non dovrebbe. E’ italiano, semplicemente.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.